Un’ora e mezza scarsa, tra il tardo pomeriggio e il primo imbrunire. Il lavoro rallenta, il treno dei pensieri decelera. Il momento perfetto, scrive Alessandro Gnocchi, per sedersi accanto a un amico e tacere. Comincia così Amare il silenzio, in uscita per Edizioni Ares nella collana Sagitta.

Jean-François Millet, “L’Angelus” (Musée d’Orsay, Parigi)
Con questo libro, Gnocchi offre al lettore contemporaneo una cura. La diagnosi è netta: viviamo in una gabbia chiamata mediasfera, dove tutti dicono tutto a tutti parlando soltanto di sé. L’autore la delinea grazie a Lasch e il suo narcisismo, poi con Nietzsche e la «disperata noia dell’anima», e con Evagrio Pontico che molto prima prescriveva il tacere. Poi passa ai rimedi. Il punto, spiega, non è sognare un mondo senza corrente, ma concedersi «un po’ di astinenza dalla parola oziosa».
Il libro è una lunga confidenza, dedicata alla «mia silenziosa Milano che non c’è quasi più» e a una campagna «che c’è quasi ancora». Inseguendo le strade bianche del Mondo piccolo di Guareschi, Gnocchi racconta il suo dolce naufragio nel silenzio. Un silenzio che è disciplina dello spirito: «Non c’è carità più grande del silenzio». Il silenzio, ricorda del resto l’autore, si impara da maestri silenziosi.
Segue un estratto del libro:
La Bassa è piatta, dicono, ma non è vero. Scegliete un punto qualsiasi nei campi e camminate in linea retta fino al Po. Poi, scavallate canali, carrarecce, strade bianche, casali, argini, terre di golena: tutta roba matta che si ingegna ad affaticare il respiro del camminatore più robusto, a renderlo più fondo, fino a quando trova requie nel soffio eterno del Grande Fiume. Allora, il vostro occhio si farà lesto e spietato e mirerà al cuore di creature che prima riusciva solo a intravedere. E l’orecchio, divenuto appassionato e sublime, raccoglierà melodie che altrimenti avrebbe saputo appena percepire: nel silenzio.
È il momento magico in cui svolte, rialzi, avvallamenti, campi, boschi cantano per gli uomini, liberi da timidezze e ritrosie. Dicono senza inganni ciò che sono da sempre: puro e straziante richiamo lanciato ai colori e ai suoni delle origini perché vengano a chinarsi sul loro bisogno di pienezza. Eppure, attorno, tutto è silenzio. Solo nell’ora propizia, colori e suoni celesti scendono sulla terra per alleviare quella sete eterna di vita. La Bassa non è piatta: è silenziosa. Per questo è il luogo della musica, palcoscenico immenso su cui le melodie impastate di terra raccontano l’incontro tra creato e increato: vere e proprie cerimonie fatte per essere guardate e ascoltate, come i riti che commuovono veramente l’eterno.
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Non penso che Verdi, il Peppino di queste parti, fosse un uomo di molte parole e capisco benissimo perché abbia creato quella musica così aliena alla retorica wagneriana che non poteva rinunciare al discorso. Durante il mio primo viaggio alla Bassa, sentivo risuonare in cuore “Bella figlia dell’amor”, un’aria del Rigoletto, l’opera preferita dal maestro, quella che di tanto in tanto ripassava al pianoforte “perché”, diceva “mi diverte”. Eppure, il divertimento non si sottraeva al contagio del moto perpetuo disseminato in tutta la partitura per far danzare il senso doloroso della vita. Forse vi assaporava la grazia che ne fa un puro gioco: un puro gioco tragico. Privilegio concesso all’uomo maturo e forte abbastanza da far propria ogni ferita che lo tocchi. Grazia per la creatura consapevole dell’inutilità di qualsiasi compagnia umana che non sappia gustare il silenzio, quando la vita giunge in prossimità del limite per poi ritrarsi o terminare.
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La prima esplorazione in quella terra silenziosa durò tre giorni, sotto il sole a picco di fine giugno. Ci sono tornato in inverno: stesso itinerario, stesso silenzio. D’inverno ho imparato subito che, se vuole tenere compagnia senza essere importuna, la nebbia della Bassa si apre giusto tra mezzogiorno e le due del pomeriggio, quando è il momento di entrare in un’osteria per mangiare qualcosa. Allora, il sole cade un po’ di sbieco, così innocente e meticoloso da sembrare pioggia, e va a bagnare tutto quanto sta all’aperto: ma, dentro le case, non se ne parla neanche. Sarà per via di quelle finestre che bucano i muri mezzo metro più in alto di quanto accade altrove. O per quei mobili scuri refrattari al riflesso anche quando sono tirati a cera. Fatto è che fuori sembra quasi estate e dentro, intanto, è ancora inverno fondo.
Stendhal diceva che non c’è niente di meglio che fumare un toscano per riscaldarsi nel mezzo del freddo padano. Ormai non si può più, neppure nelle osterie della Bassa, ma durante i miei primi viaggi era un’altra cosa. Il fumo saliva, azzurro e silenzioso, e andava a far la corte a un bel busto di Verdi. Peppino non stava fumando, ma dalla fessura degli occhi, troppo malandrina per uno che si metta in posa, si capiva che aveva appena finito. Sembrava sorvegliare la splendida tazza giapponese su cui risaltava ogni minima crepa creata apposta perché la bellezza dell’oggetto sia indicibilmente naturale, niente affatto chiassosa: silente. Come accade spesso a certi tesori, anche questa perla preziosa si sottraeva agli sguardi importuni grazie al suo stesso essere esibita. Forse neppure il padrone sapeva da dove fosse arrivata e perché stesse lì.