Il mondo celebra oggi la memoria liturgica del Poverello di Assisi. San Francesco non fu un letterato, eppure due pergamene consegnate a frate Leone bastano a mutare la storia della nostra lingua: la Chartula con le Lodi di Dio Altissimo e la Benedizione, e la Lettera, dove il santo, quasi cieco e stremato dalla malattia, si rivolge al confratello «come una madre». Nessuna ambizione stilistica muove quelle righe, solo l’urgenza di lodare e consolare. Ma è in quell’urgenza che nasce, suo malgrado, il primo poeta italiano.

È noto che l’importanza di san Francesco non si traduca esclusivamente, sul piano religioso, con la rivoluzione ecclesiastica cominciata con la creazione dell’Ordine dei frati minori. Sotto il profilo letterario e linguistico, infatti, il Cantico delle creature segna un punto di non ritorno per la letteratura italiana. Francesco sceglie una lingua non destinata alla scrittura letteraria colta e la organizza in ripetizioni, parallelismi e ritmicamente affine all’orazione. Lessemi semplici come «frate», «sora», «vento», «acqua» e «terra» costituiscono un’impalcatura poetica luminosa che somma lode, teologia e contemplazione del mondo. Ma i testi attribuiti a Francesco sono complessivamente quattro.

Caravaggio, “San Francesco in meditazione” (Museo Civico Ala Ponzone, Cremona)

Soltanto due, gli autografi sicuramente riconducibili alla mano di Francesco, entrambi legati a frate Leone. Il primo è la cosiddetta Chartula, scritta alla Verna nel settembre 1224, dopo le stimmate: su una faccia Francesco vergò le Lodi di Dio altissimo, sull’altra la Benedizione a frate Leone, accompagnata dal Tau. Il piccolo foglio è oggi conservato nella Cappella delle reliquie della Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi. Il secondo autografo è la Lettera a frate Leone, una breve epistola spirituale, oggi conservata nella Cappella delle reliquie del Duomo di Spoleto, nella quale Francesco risponde alle inquietudini del confratello sulla sequela di Cristo e sull’osservanza della povertà. I tre testi costituiscono dunque due soli documenti materiali, ma tre scritti: le Lodi, la Benedizione e la Lettera.

Nella Lettera, Francesco scrive al confratello Leone «come una madre». Lo chiama figlio, lo invita a fare ciò che è gradito a Dio e lo esorta a tornare a sé, se necessario, per ricevere ulteriore forza e conforto, ma non per ottenere consiglio da parte sua. È il messaggio di un padre spirituale santo in terra. Francesco, del resto, a quel tempo aveva già lasciato la guida dell’Ordine e per i frati minori aveva assunto il ruolo — tutt’altro che esclusivamente simbolico — di guida spirituale. Leone conserva questo biglietto che ha tutte le carte in regola per essere considerata una lettera: mittente, destinatario («A frate Leone, frate Francesco tuo, saluto e pace»), contesto reale. Nello specifico, un’esortazione: non venire a me per chiedere consiglio, ma — se lo riterrai necessario — solo per ricevere conforto. Dentro al piccolo rettangolo di pergamena (della misura di mm.125×55), databile 1226, si scorge l’affetto fraterno (o, per meglio dire, materno) che unisce Francesco e i suoi. Francesco scrive questo biglietto negli ultimi mesi nella sua vita. È quasi cieco, debilitato dalla malattia e dai molteplici dolori che fiaccano il suo corpo. Lo testimonia la grafia affaticata che percorre il pezzetto di pergamena. Eppure non rinuncia a offrire sollievo all’amico.

Già uno o due anni prima, Leone, travolto da una crisi spirituale, chiedeva conforto al santo. Quest’ultimo rispose con una benedizione dolcissima, nella sua semplicità, accompagnata dalle luminosi Lodi a Dio Altissimo («Tu sei bellezza, Tu sei mansuetudine»). In tutte queste occasioni, Francesco manifesta un afflato lirico potentissimo e per tanti versi modernissimo. È il carisma del poeta — oltre che del santo, del povero e del religioso — che rifiuta l’alloro dei grandi e veste la tonaca del mendicante.

È significativo che i due materiali manoscritti siano giunti alla contemporaneità grazie a frate Leone. I due erano legati da un profondo rapporto di amicizia oltre che dalla lunga collaborazione presso l’Ordine. Leone — che Francesco chiamava «Pecorella di Dio» per la sua natura tenera e mansueta — fu segretario e confessore del fondatore dell’Ordine. Il fatto che Leone abbia conservato sia la Lettera sia la Benedizione con le Lodi dimostra la piena consapevolezza del confratello di trovarsi di fronte alle future reliquie di un santo.