È in libreria per i tipi di Laterza Nella stanza dei bottoni. 10 anni alla guida della Nato (pp. 434, € 24),
di Jens Stoltenberg. L’autore è stato Segretario Generale dell’Alleanza atlantica dal 2014 fino al 2024, e non c’è dubbio che abbia vissuto un periodo di rilevanti cambiamenti nel panorama mondiale. È un volume denso, un memoriale su avvenimenti che tutti abbiamo seguito con trepidazione e che in parte ancora viviamo. Ascoltare la voce di uno dei protagonisti delle decisioni che hanno influenzato la storia recente è indubbiamente interessante, anche se la cosa richiede un po’ di inquadramento per essere compresa nella giusta luce.

La carriera politica

Jens Stoltenberg, economista norvegese, figlio di un Ministro della Difesa e degli Esteri e di una madre Segretaria di Stato in diversi governi, è un navigato politico, due volte Primo Ministro. Da ragazzo fu membro di “Gioventù rossa”, organizzazione marxista-leninista con la quale ha partecipato, paradossalmente, a dure manifestazioni anti-Usa durante la Guerra del Vietnam. Al di là della carriera politica, è stato Direttore di Gavi Alliance, l’organizzazione legata alla Bill & Melinda Gates Foundation che si occupa della promozione mondiale dei vaccini. Lasciata la Nato l’anno scorso, è diventato co-Presidente del Gruppo Bilderberg, organizzazione che esercita una marcata e a volte controversa influenza nell’orientamento politico internazionale. Queste brevi note sono essenziali per comprendere quale sia la linea che l’autore segue, coerentemente con la sua brillante traiettoria professionale e con la sua storia personale.

Chiariamo subito che chi si attenda rivelazioni straordinarie da questo libro deve fare i conti, oltre che con l’impostazione dell’autore, anche con l’ovvio limite del segreto, cui ogni servant è tenuto ben oltre la scadenza del suo mandato. Certo, non mancano interessanti visuali dall’interno degli eventi fondamentali di un turbolento decennio, alla cui comprensione la lettura può fornire un prezioso contributo. Questo è il vero valore del memoriale, assieme all’introduzione del lettore nella logica (almeno quella dicibile) alla quale rispondono le decisioni che influenzano gli eventi del mondo intero. Ed è, tra l’altro, la stessa logica che perdura in seno all’Alleanza, posto che il successore di Stoltenberg, Mark Rutte, si è insediato giusto alla vigilia delle elezioni Usa, in una linea di continuità che nasceva anche dall’esperienza del ciclone Trump prima edizione. Ossia: nominiamo ora il successore, prima che lo nomini il prossimo Presidente. Molto interessante in questo senso il capitolo “Un Presidente come nessun altro”. Certo, la seconda amministrazione Trump sembra essere assai più turbolenta della precedente. Sarà che anche l’inquilino della Casa Bianca (e non solo l’establishment Nato) gode di un’esperienza dalla quale trarre qualche insegnamento.

Stoltenberg diviene Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica durante la presidenza di Barak Obama, sopravvive – per così dire – alla prima presidenza Trump e prosegue nell’era Biden, e anche questa è una chiave di lettura del suo memoriale. Ovviamente, la Nato è un’organizzazione a trazione Usa, e – come stiamo vedendo giusto in questi tempi – l’orientamento della presidenza statunitense condiziona marcatamente l’Alleanza.

Emblematico di questa dinamica (e di molte altre, come vedremo) è il capitolo “Via dall’Afghanistan”, che assieme al successivo “Crollo a Kabul” racconta l’epilogo della Missione Isaf, la prima che la Nato abbia condotto fuori dal suo “teatro naturale”. Stoltenberg riferisce apertamente e senza chiose come l’accordo Usa-Talebani del 2020 sia stato negoziato da Trump «in piena autonomia, senza consultare gli alleati della Nato».

Nel seguito del capitolo descrive, in contrappunto, la sinergia Nato-Usa nel ritiro concreto, avvenuto durante la presidenza Biden. In effetti, la fase di uscita dall’Afghanistan fu forse lo sforzo tecnico-militare di maggior rilievo e pericolosità che l’Alleanza abbia dovuto affrontare, senza peraltro averlo deciso. Lo stesso Clausewitz, maestro della dottrina militare, definisce la ritirata “un’arte” per la sua estrema complessità e delicatezza, e distingue la ritirata tattica da quella strategica. Per quanto attiene gli esiti strategici, gli effetti del ritiro dal Paese centro asiatico sono tristemente evidenti, mentre sul piano tattico dobbiamo riconoscere che l’operazione si è svolta con una certa efficienza e ha comportato un numero ridotto di perdite umane, cosa tutt’altro che scontata. Tuttavia, il merito di questo “successo” è da ascriversi al Comitato militare della Nato, mentre Stoltenberg era Segretario generale, ossia figura di vertice della struttura politica dell’Alleanza e non di quella militare. E la valutazione politica della vicenda è un altro paio di maniche.

Riferisce l’autore: «Gli Stati Uniti e la Nato avevano perso la guerra. La loro sconfitta era, ormai, un dato di fatto». Certo, desta un certo stupore sentire il Segretario generale della Nato definire la sconfitta come “loro” e non “nostra”, ma si sa che «la vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana», come disse John Keats. E un politico sconfitto non si è quasi mai visto.

L’affaire atlantico

Tornando alle origini della sua esperienza Atlantica, il mandato di Stoltenberg comincia con l’auspicio di un miglioramento delle relazioni con la Russia e con la prospettiva di un rafforzamento della cooperazione sul fianco sud dell’Alleanza, verso i Paesi dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente. Di fatto, queste linee programmatiche verranno ampiamente superate dai fatti, come sappiamo. Il rapporto con l’ex nemico era in fase calante, dopo i fasti del periodo 1994-2004 che avevano addirittura visto la nascita di un “partenariato” Nato-Russia nel 1997. Si arriverà alla rottura del rapporto diplomatico diretto tra le parti nel 2021. La narrazione degli eventi, nel libro, inizia non a caso con “La sfida russa”, il che in un certo senso era scontato, trattandosi dell’ex nemico (e ragion d’essere) della Nato.

Dobbiamo ricordare che la Nato era sorta proprio (e solo) per difendere militarmente gli Stati membri a fronte della minaccia costituita dai Paesi comunisti, legati (o sudditi) dell’Unione Sovietica, anche se il Patto di Varsavia è successivo di sei anni. Nell’ultimo decennio del secolo scorso questa situazione era già profondamente mutata. In molti, allora e ancora oggi, si interrogano sul ruolo della Nato dopo la fine del “Partito Arancione” (così veniva definito il nemico nelle esercitazioni), che risale all’ormai lontano 1991. Stoltenberg, di fatto, traghetta l’Alleanza verso un nuovo ruolo che lui stesso, in un discorso fondamentale del suo mandato, definì come: «Lavorare in tutto il mondo per creare delle società libere e democratiche».

La nuova mission (assonanza con la open society a parte) doveva servire anche all’auto-legittimazione, interna all’Alleanza, delle operazioni militari successive all’11 settembre 2001, intraprese in una funzione anti-terrorismo che il Trattato atlantico non contemplava. Le decisioni, pur assunte di comune accordo tra i Paesi membri, difficilmente potevano essere ricomprese nel trattato internazionale istitutivo, anche per la “semplice” ragione storica che nel 1949 c’era sì qualche barlume di attività terroristica, ma legata e limitata al gioco delle parti.

Qualche interessante pagina, ovviamente, si riferisce anche alla questione ucraina, a partire dal capitolo immediatamente successivo a quello sulla Russia.

Der Spiegel, alla presentazione di questo libro a Francoforte, evidenziò le affermazioni di Stoltenberg sul fatto che la guerra “si sarebbe potuta evitare”, alle quali nel libro si aggiunge una pesante ombra, definendo l’Ucraina “non affidabile”. D’altro canto, l’autore nel suo intervento al Meeting di Rimini del 2017 aveva parlato della destabilizzazione dell’Ucraina orientale, ritenendo che fosse necessaria una doppia azione, di difesa e diplomatica, per contenere la situazione. Appare curioso osservare, poi, che il suo mandato, in scadenza nel 2022, fu prorogato di due anni proprio a causa della guerra. E qualche opinionista malevolo non ha mancato di far rilevare che con la Norvegia (Paese non UE) siamo passati da una fattura del gas di 15,9 ad una di 74,3 miliardi, in conseguenza della “Operazione Militare Speciale” russa, calcolando in 20mila dollari pro capite il guadagno netto per i vichinghi. Ma sono solo malelingue.