L’associazione no profit Pro Terra Sancta da 20 anni promuove e realizza progetti di conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale e naturale, di sostegno alle comunità locali e di aiuto nelle emergenze umanitarie. È presente in 8 Paesi, territori riconosciuti come Terra Santa: Israele, Palestina, Giordania, Siria, Libano, Egitto, Cipro e Grecia. Per approfondire www.proterrasancta.org
La strada che porta alla casa di Anjie è tappezzata di fiocchi bianchi e rosa che emergono con una purezza ostinata sui vecchi muri sporchi e anneriti dal fumo del povero quartiere di Dweila, periferia di Damasco in Siria, a pochi passi dal santuario che sorge sul luogo dove secondo tradizione san Paolo cadde da cavallo. Qui vicino si trova la chiesa greco-ortodossa di Mar Elias (Sant’Elia) dove il 22 giugno 2025 un attentatore suicida ha provocato la morte di 30 persone radunate in preghiera.
Tra queste c’era anche Anjie, una ragazza di 15 anni, che quel pomeriggio è stata trafitta quattro volte dai proiettili mentre andava in chiesa per accendere una candela e pregare per l’esame del giorno seguente. Per questo quei fiocchi bianchi sulla strada scura, che vengono sostituiti di tanto in tanto per non farli annerire, fanno ancora più impressione. «Ricordano come era lei», ci spiega la madre, «solare e piena di vita, semplice».
L’attentato di Mar Elias ha esasperato il clima di terrore della comunità cristiana in una Siria che a un anno dalla liberazione dal regime di Bashar Al Assad è ancora molto lontana dall’avere una stabilità economica o politica. E quando chiediamo cosa possiamo fare per loro, ci rispondono terrorizzati: «Dovete proteggerci o farci andare via da qui, abbiamo più paura di prima!».
Con loro incontriamo anche la mamma del piccolo Wadie, 4 anni, che da quel 22 giugno è rimasto senza il papà. «Lo aspettavamo a casa alla fine della cerimonia per andare insieme a prendere un gelato e Wadie ogni tanto lo cerca ancora», dice la mamma. Mentre Anjie è stata freddata all’esterno della chiesa, il corpo del papà di Wadie non è mai stato ritrovato; perché, dopo aver colpito le persone all’ingresso con una scarica di mitra, l’attentatore è corso in chiesa è si è fatto saltare in aria. Secondo i racconti, nel momento in cui ha varcato la soglia, un gruppo di persone – intuite le sue intenzioni – lo ha trascinato verso l’esterno buttandolo a terra e facendo da scudo col proprio corpo ad altre decine di fedeli che sono sopravvissuti. Il padre di Wadie era uno di loro. «Se la bomba fosse esplosa nel centro della chiesa, verso l’alto», ci raccontano, «parte dell’edificio sarebbe crollato, in questo modo invece è esplosa all’entrata, verso il basso, creando una voragine di alcuni metri, ma in molti si sono salvati». I danni sono comunque ingenti e il soffitto è in gran parte crollato.

Visitiamo la chiesa con Wadie e sua mamma, accendiamo con loro una candela sull’altarino adibito in memoria dei martiri sul luogo dell’esplosione. «Gesù riportami il papà e tanti colori», questa la preghiera di Wadie che spezza il cuore. Nonostante le promesse di Al-Sharaa, presidente siriano dopo Assad, nell’ultimo anno in Siria abbiamo assistito al ripetersi di uno stesso copione di violenza e instabilità, di rese dei conti sanguinosissime che hanno coinvolto soprattutto le minoranze, i drusi di Swaida a pochi chilometri da qui, i Curdi ad Aleppo, gli Alawiti, trucidati a migliaia sulla costa. A Wadie e alla sua mamma e alla famiglia di Anjie come a tanti qui che vivono nell’incertezza, non possiamo promettere né sicurezza, né serenità, ma possiamo assicurargli che l’associazione Pro Terra Sancta, insieme ai francescani della Custodia di Terra Santa, non li lascerà mai soli.
Terre dal futuro incerto
Eppure, mentre attraversiamo il confine per entrare in Libano, per visitare altre realtà sostenute dall’associazione, il senso di impotenza che ci accompagna è opprimente. E la realtà che troviamo dall’altra parte non è sicuramente più rassicurante. In cielo, i droni israeliani pattugliano Beirut e l’incessante ronzio delle eliche scandisce le giornate come un pericoloso monito, mentre al sud del Paese continuano i bombardamenti che quotidianamente mietono decine di vittime innocenti, nonostante un cessate il fuoco concordato quasi un anno fa. Anche qui le promesse di futuro, come l’istituzione del nuovo governo, o altri tentativi di riforme, si infrangono continuamente contro l’instabilità voluta forse da chi teme una reale ripresa del Paese, in un gioco geopolitico frenetico. Così dal 2019 il Libano è bloccato in una crisi economica e politica da cui è impossibile uscire. «Io sono insegnante», ci dice Wassim, «ma ormai il governo tiene le scuole aperte, nel migliore dei casi, solo quattro giorni alla settimana e con lo stipendio da insegnante non posso permettermi nemmeno il costo dei trasporti casa-scuola».
E quattro giorni di scuola alla settimana sono già un lusso se si pensa che in altre parti del Medio Oriente come a Gaza, dove la tragedia umana ha raggiunto livelli inimmaginabili, le scuole sono rimaste chiuse per tre anni. Qui, se il debole cessate il fuoco tra Hamas e Israele ha interrotto i bombardamenti a tappeto – ma non la violenza e le vittime –, la situazione rimane critica: gli aiuti arrivano a singhiozzi, il 90% degli edifici è stato distrutto e manca tutto. Ovunque in Siria, in Libano così come in Palestina e Israele, sembrano regnare solo violenza e distruzione senza reali prospettive di pace duratura, ma con accordi temporanei di cessate il fuoco che nascondono sotto il tappeto ferite talmente profonde da non permettere a chi vive fianco a fianco di incontrarsi mai.
L’abitudine alla guerra
Pensando a tutto questo, mentre rientro dal viaggio il senso di impotenza cresce sempre più soffocante. Tutto il 2025 è stato percorso da eventi sempre più pesanti e ogni volta che si pensava di aver raggiunto un limite di disumanizzazione, questo veniva varcato anche in contesti non direttamente coinvolti negli scontri armati. A questo proposito mi è rimasto impresso un episodio di quest’estate. Durante la guerra tra Israele e Iran mi trovavo in Israele con la mia famiglia e ho avuto modo di assistere a un evento abbastanza diffuso, ovvero quando i missili iraniani varcavano lo spazio aereo palestinese e israeliano,
in molti salivano sui tetti delle case per assistere all’evento – bimbi compresi – e alcuni per esultare ogni qualvolta i missili trapassassero la difesa dell’Iron Dome e riuscissero a colpire un obiettivo. Il tutto veniva vissuto con una naturalezza impressionante. Ora se da un lato è vero che il costante vivere in guerra abitua a certe dinamiche, dall’altro era straniante vedere come la guerra avesse trasformato un evento così drammatico in una sorta di partita con tifoserie schierate ad assistere. Lo racconto come osservatore esterno, non per condannare, ma per mettere in luce l’assuefazione che le guerre portano con sé e arrivano a coinvolgere persone normali, talvolta amici e colleghi.
Tuttavia, durante uno di questi eventi si è verificato un momento di verità che mi ha spalancato alla speranza. Mentre con la famiglia assisteva all’ennesimo scambio di missili, è capitato che un bambino di 7 anni, fino a quel momento rimasto in disparte timoroso, tirando la maglia dello zio per attirare la sua attenzione gli chiedesse: «Ma zio, ma quei missili non sono pericolosi? Non uccidono le persone?».
Per un attimo, tra il fragore delle esplosioni e le urla dei “tifosi” la verità si è manifestata con una naturalezza disarmante, tanto da costringere chi si trovava nelle vicinanze a fare i conti con una domanda naturalissima, ma drammatica nella sua verità. Quest’anno Pro Terra Sancta, l’associazione per cui lavoro, che opera in Palestina, Israele, Siria, Libano, Egitto e Giordania, compie 20 anni. Se dovessimo fare un bilancio e misurare l’effettivo impatto nelle società dove operiamo, il risultato sarebbe opprimente.
Non solo la situazione non è migliorata, ma peggiora di anno in anno e a livello politico e generale il nostro lavoro non ha prodotto risultati eclatanti. Basti pensare per esempio che nel luogo di uno dei primi progetti portati avanti dall’associazione che si è svolto a Sebastia in Samaria, oggi la situazione è drammatica a causa dell’occupazione illegale di fette sempre più grandi di un territorio di Area B (una zona della Cisgiordania sotto controllo civile palestinese e controllo militare israeliano, definita dagli Accordi di Oslo, liberamente abitabile dai palestinesi), che rischia di portare allo sfratto di decine di famiglie. Si trattava di un progetto di recupero e ristrutturazione della tomba di san Giovanni Battista per far ripartire il turismo in un’area poco conosciuta e dove oggi – nonostante tutte le nostre attività di riqualificazione dell’area e di promozione – sarà sempre più difficile arrivare.
Segnali di speranza
Allora perché continuare a rimanere? La risposta a questa domanda non arriva da ragionamenti o riflessioni, ma dall’incontro con le realtà e soprattutto le persone. Arriva da quel bambino di 7 anni che pone una domanda vera e umana, che deve essere sostenuta. Per esempio, tramite il sostegno alle opere educative in scuole dove bambini di diverse culture e religioni siedono a uno stesso banco, e inevitabilmente saranno portati a conoscersi. Quindi innanzitutto è importante sostenere luoghi dove la verità dell’essere umano possa essere coltivata. Sostenere la gratitudine semplice di persone come Fadi che ha perso entrambe le gambe in un bombardamento a Gaza e oggi ci ringrazia per le protesi donategli perché può tornare ad aiutare sua moglie al mercato con la spesa.
In un contesto che continua a degenerare senza una reale speranza di risolversi a breve, questo può sembrare poco e sicuramente non ha un impatto immediato e non verrà raccontato nei media, ma pone le basi per un futuro. In un recente intervento il Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo ci ha detto: «Siamo chiamati a una stagione di semina, gratuita, abbondante, di spreco. Sapendo che probabilmente non saremo noi a vederne i risultati». Questo è il punto, le attività che continuiamo a portare avanti hanno soprattutto questa prospettiva, che non è di successo umano, ma di semina del bene.
Ecco allora che acquista senso anche la promessa fatta alle vittime dell’attentato, che non è semplicemente una pacca di consolazione sulla spalla, ma un impegno concreto fatto di gesti che talvolta sembrano inutili, ma che nel tempo portano valore. Per Aisha, una giovane madre di Gaza, il fatto di avere una comunità che è rimasta è stata la salvezza. Aisha era incinta al settimo mese ed è rimasta gravemente ferita in un bombardamento. In ospedale i medici hanno salvato il suo bambino, ma lei è stata data per morta. Avvolta nel sudario, sulla via verso il cimitero Aisha ha avuto un rigurgito e si è scoperto che in realtà era ancora viva. Dopo almeno quattro mesi di cure in ospedale, ha trovato la forza per iniziare a cercare il suo bambino e lo ha ritrovato in un altro ambulatorio, dopo averne visitati decine. In tutto quel tempo qualcun altro si era preso cura del suo bambino che oggi è tornato tra le sue braccia. Ecco allora che mentre tutto si fa più oscuro, non solo non è inutile continuare a rimanere e operare, ma è ancora più necessario, per poter seminare e coltivare quei semi di bene che spuntano bianchi come fiocchi sul muro scuro.