
Grazie alla Galleria Rubin per l’ospitalità e al pittore Francesco Zavatta che ha offerto il quadro per la copertina di Una vita e un giorno, il romanzo che stiamo presentando. Saluto l’autrice e Elisabetta Broli e tutti i presenti.
L’incrocio delle arti e la forza del libro
Mi intriga moltissimo questo incrocio tra arti diverse perché ogni forma artistica mette in moto una ricerca potente che parla dell’uomo, punta all’essenza di noi stessi, rivela qualcosa del significato vero della vita… e poter mettere insieme stasera letteratura e pittura è un potenziamento.
Io, però, sono qui in veste di editore e devo dirvi del volume di cui ho favorito in Ares la pubblicazione.
Voglio bene all’autrice, che è un’amica, ma proprio per questo non le avrei pubblicato il manoscritto se non mi fosse piaciuto. Dunque ho pubblicato questo libro perché mi piace.
La domanda è allora: perché mi piace?
Mi piace perché rispecchia molto bene chi lo ha scritto: Elisabetta è una donna intelligente, arguta, ironica, capace di inquadrare una persona o una situazione con poche mirate parole. Il suo racconto fa lo stesso: dice cose importanti sull’uomo, sul valore della vita umana, sulle relazioni fra amici e di coppia, sulla paternità e la maternità, il tutto in 146 pagine di agilissima e asciuttissima lettura.
Il dipinto di Francesco
Prima di fare con voi qualche passo dentro alla vicenda, vi confido che di questo libro apprezzo tantissimo anche l’illustrazione di copertina perché c’entra moltissimo.
La storia inizia all’aeroporto, proprio con un aereo che è atterrato a cui viene accostata la scaletta… Ecco, senza anticiparvi altro, l’aeroporto evoca viaggi importanti e nel libro segna il compimento del percorso di maturazione interiore del protagonista Michele. Il suo viaggio come la pista dipinta da Francesco è fatto di momenti grigi, incolori, sporcati dal male, dal dubbio che ottenebra… Tuttavia, visto in retrospettiva, il percorso del protagonista si dimostra retto come quella striscia luminosa che attraversa la tavola e anche per lui l’orizzonte si tinge infine di una luce che rischiara foriera di speranza.
Veniamo al contenuto
Il libro è attraversato da due macrotemi.
Il primo è l’elaborazione di una colpa giovanile che segna l’intera esistenza del protagonista. Questo tema si intreccia costantemente con il modo in cui Michele guarda alla vita, una modalità di sguardo che in principio genera l’azione da cui deriva la sua colpa ma che in seguito da questa colpa è anche generata.
La narrazione, infatti, inizia mostrandoci una persona estremamente razionale, che assume un giudizio quasi cinico sulla realtà che fatica a riconoscere le cose belle quando accadono. Eppure, a un certo punto, a seguito dell’incontro con una ragazza che diverrà sua moglie e alla nascita di un figlio Michele si apre a una possibilità altra: che la vita possa essere frutto di un disegno buono. Ed ecco che proprio nel momento più tragico, succede una cosa inaspettata che apre all’evenienza di un intervento soprannaturale, di un Dio che si fa incontro come fa il Dio cristiano…
Un finale aperto: tra colpa, grazia e interpretazione
Come risponderà Michele a questa provocazione? In che modo salderà i conti col passato? È in questi passaggi che l’autrice evidenzia la sua maestria narrativa: sia nell’inquadrare questo momento di grazia speciale e di potenziale svolta sia nella risoluzione finale della colpa originaria Elisabetta suggerisce ma non determina, offre più linee di lettura senza definirne una in particolare. In questo modo si lascia al pubblico la libertà di trarre le proprie conclusioni in base a quanto lui stesso è maturato e ha cambiato il suo sguardo immedesimandosi nella vicenda narrata…
Trovo che in questo ci sia un tocco di genio, perché Elisabetta Broli bussa al cuore del lettore, lo scuote, lo provoca, ma lo lascia libero, esattamente come fa Dio con noi perché, come scrive san Paolo nella lettera ai Galati (cfr 4, 7) ci chiama «figli» e non «servi».
Riccardo Caniato