Se pensiamo alla grande letteratura del Sud degli Stati Uniti, il primo nome che viene in mente è quasi sempre quello di William Faulkner: il titano, il premio Nobel, l’inventore della contea immaginaria di Yoknapatawpha. Subito dopo, però, arriva lei: Flannery O’Connor, armata di stampelle, ironia tagliente e una collezione di pavoni. Ma Faulkner e O’Connor avevano due modi diversi di raccontare il Sud.
Entrambi hanno respirato la stessa aria densa della Georgia e del Mississippi, entrambi hanno riempito le loro pagine di personaggi grotteschi, fanatici religiosi e vecchie ferite mai rimarginate. Eppure, leggerli produce due effetti totalmente diversi.
Qual è la vera differenza tra il gigante del modernismo americano e la signora del gotico rurale?
Scopriamolo attraverso tre contrasti fondamentali.

1. La Storia contro l’Eternità
- Per Faulkner, il passato è un’ossessione che non passa mai. La sua celebre frase «Il passato non è morto. Non è nemmeno passato»riassume la sua intera opera. I suoi personaggi sono schiacciati dal peso della storia: la Guerra di Secessione, il crollo delle vecchie famiglie aristocratiche, la colpa collettiva del Sud.
- Per Flannery O’Connor, la Storia con la S maiuscola è solo lo sfondo. A lei non interessa il passato nostalgico, ma l’Eternità. Il dramma dei suoi personaggi non è un’eredità storica da espiare, ma un corpo a corpo intimo, qui e ora, con il Mistero e con la Grazia divina. Il Sud di Flannery è il palcoscenico perfetto non perché è storico, ma perché è un mondo estremo, dove le questioni spirituali bruciano più che altrove.
2. Il labirinto delle parole contro lo stile “a bruciapelo”
- Faulkner è famoso per i suoi flussi di coscienza labirintici. Le sue frasi sono monumentali, barocche, piene di subordinate che si attorcigliano su se stesse per inseguire i pensieri complessi dei personaggi. Leggere Faulkner è come addentrarsi in una giungla affascinante e misteriosa.
- Flannery è l’esatto opposto: la sua scrittura è una lama affilata e precisa. Le sue frasi sono asciutte, geometriche, prive di fronzoli. Non ci sono filtri: la violenza e l’ironia ti colpiscono a bruciapelo. Dove Faulkner usa il chiaroscuro e la nebbia psicologica, la O’Connor usa la luce accecante del mezzogiorno per mostrare le cose esattamente come sono, anche nella loro mostruosità.
3. La tragedia del destino contro l’ironia della salvezza
- Nei romanzi di Faulkner respira l’aria della grande tragedia greca. I personaggi sembrano spesso condannati a un destino ineluttabile, prigionieri dei propri errori e di quelli dei loro antenati. Il tono è solenne, epico, a tratti disperato.
- In Flannery O’Connor la tragedia c’è, ma è sempre ribaltata da un’ironia feroce e, paradossalmente, dalla speranza. Nei suoi racconti il male non ha mai l’ultima parola. Anche quando la fine è violenta, quel momento estremo coincide quasi sempre con un istante di illuminazione e di salvezza. Laddove Faulkner vede un destino cieco, la O’Connor scorge una mano tesa, per quanto ruvida e spiazzante.
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Per saperne di più su William Faulkner, potete leggere William Faulkner. Il vortice dell’origine.
Invece, per saperne di più su Flannery O’Connor, potete leggere Flannery O’Connor. Vita, opere, incontri, e Diari. Matematica avanzata e Diario di preghiera.