Mentre i governi discutono, gli eserciti combattono e i giornali raccontano, la guerra in Ucraina prosegue tra fronti che avanzano e arretrano, mappe che cambiano forma come nuvole, parole che rimbalzano tra capitali lontane come echi nella caverna geopolitica. È come un cinico meccanismo che si autoalimenta, ogni giorno compie un giro completo, e ogni giorno ritorna al punto di partenza. La stampa internazionale descrive questo movimento con termini che cercano di essere esatti: “stallo”, “logoramento”, “posizioni irrigidite”. Ma la precisione delle parole urta con la raltà che la guerra ha assunto una qualità astratta dove i morti, le distruzioni, scivolano nella forma asettica delle statistiche: da 400mila a un milione e mezzo di vittime, tra morti e feriti (stimati come “casualties”) tra cui (dati Onu) circa 50mila civili; centinaia di migliaia di edifici residenziali danneggiati o distrutti, con intere aree urbane ridotte a topografie cicatriziali (oltre a Kyiv, Mariupol, Bakhmut, Avdiivka, parti di Kharkiv, Kherson…); decine di migliaia di infrastrutture distrutte o danneggiate (impianti energetici, sottostazioni, depositi, ponti, linee ferroviarie, scuole e ospedali); 8-10mila missili, tra cruise, balistici, S‑300 terra‑terra, lanciati contro l’Ucraina, cui vanno aggiunti 5-7mila droni (soprattutto Shahed di fabbricazione iraniana).
Numeri. Perché la guerra si è infiltrata nelle abitudini del mondo: nei notiziari, nei discorsi politici, nelle mappe che si aggiornano automaticamente sugli schermi. È una presenza che non sorprende più, come un oggetto lasciato in un angolo della stanza e che, col tempo, nemmeno più vediamo. Le delegazioni occidentali arrivano a Kyiv portando promesse, accordi, sostegni. Parlano di solidarietà, ma nei loro discorsi si avverte una nota di esitazione, come se temessero che la guerra, da un momento all’altro, possa cambiare direzione e rivolgersi verso di loro. Ogni visita è un gesto necessario, ma è anche il tentativo di misurare la distanza tra quel che si dice e quel che accade.
In Ucraina, la vita continua come fosse parte di una “realtà diminuita”, dove la componente mediatica e virtuale fagocita tutto: le sirene vi scandiscono il tempo come gli orologi nelle nostre città della realtà reale; le strade si riempiono e si svuotano secondo ritmi che nessun urbanista avrebbe potuto prevedere. La normalità, in guerra, è un concetto fluido: basta, a ridefinirla, un drone che attraversa il cielo, un blackout improvviso, un edificio che crolla. E così, giorno dopo giorno, immaginiamo le persone muoversi tra le spoglie delle città ferite con la “normalità” con cui nella vita reale si passa tra i banchi di un mercato.
Il sostegno a Kyiv (quel che ne rimane) è un filo teso tra due estremi: da una parte la persuasione che la guerra non possa concludersi con la resa all’arroganza della forza; dall’altra la consapevolezza che ogni giorno, mese, anno che passa aggiunge peso a quel filo. Alcuni editoriali parlano di “stanchezza strategica”, altri ricordano che il costo dell’indifferenza sarebbe più alto di quello dell’impegno. È un dibattito che si ripete come un mantra, e ogni giorno il meccanismo perpetuo da cui siamo partiti completa il suo giro. Così l’inizio di questo quinto anno di guerra non porta soluzioni, ma una nuova consapevolezza: la guerra, non solo questa, è diventata un paesaggio. Non un paesaggio naturale, ma uno di quelli che si trovano nei libri di geografia fantastica, i cui confini si spostano come linee tracciate sull’acqua.
Come si sa, i piani di pace attualmente sul tavolo sono in realtà solo cornici negoziali che riflettono interessi diversi, anzi confliggenti, su tre questioni fondamentali: territori, sicurezza e sanzioni. Il prossimo incontro trilaterale porterà a una svolta di sano realismo? Le premesse per dubitarne, come si è visto, non mancano, ma persuasi che la pace è anzitutto un dono, noi ostinatamente alimentiamo la speranza: arrivare alla pace si deve, e si può. Concludo perciò, come Cesare Cavalleri nell’editoriale scritto all’indomani di quel tragico 24 febbraio 2022, facendo nostre le parole di un’orazione della Messa che la liturgia cattolica prevede per il tempo di guerra: «Dio, forte e misericordioso, che condanni le guerre e abbatti l’orgoglio dei potenti, allontana i lutti e gli orrori che affliggono l’umanità, perché tutti gli uomini, pacificati tra loro, possano chiamarsi veramente tuoi figli».
Nello stesso numero
Otranto, baluardo dell’Europa cristiana. Un incontro con gli 800 Santi Martiri. Lettera dalla Puglia
Otranto è il luogo più orientale della penisola italiana. Il tratto di mare antistante, il Canale d’Otranto, è il punto più stretto dell’Adriatico: la costa dista…
Viaggio nell’Italia piccola. Dopoguerra
Nel 1951 Fritz e Hedy hanno fatto un viaggio in Europa, dove parenti e amici erano sopravvissuti, chi a Parigi, chi a Londra. In Germania Fritz…
Lorenzo Mondo, padre e amico vero
di Monica Mondo
Lorenzo Mondo (Torino 1931-2022), giornalista e scrittore, fu a lungo vicedirettore della Stampa e a lui si deve la scoperta del Taccuino 1942-43 di Cesare Pavese…
San Francesco secondo Caravaggio. Un’opera lombarda per l’Anno Francescano
Il 2026 segna l’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, avvenuta il 3 ottobre 1226. La Chiesa universale celebra questo Anno Francescano come occasione di…
L’azienda di Lazzaro. Profumi, commercio e Vangelo tra Antiochia e Betania
Lo scopo di questo articolo è di presentare al lettore una delle attività economiche della famiglia di Lazzaro, tanto amata da Gesù. Gli indizi al riguardo…
Tra inediti di Eugenio Corti. Corsa verso la 37esima edizione
Lo scorso 4 febbraio 2026, a 12 anni dalla morte di Eugenio Corti, è uscita la trentasettesima edizione del suo romanzo storico: Il cavallo rosso. Tale…





