Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Caterina Manfrini, Sette volte bosco
Caterina Manfrini, Sette volte bosco

“Sette volte bosco, sette volte prato”: un romanzo sulla Grande Guerra tra i monti del Tirolo

di Chiara Bianchi

luglio/agosto 2026

Caterina Manfrini, Sette volte bosco, Neri Pozza Editore, Milano 2025, pp. 208, € 18

Una storia di confine, contesa tra appartenenza, identità imposte e tradizione. Tra guerra e rinascita. Un confine che come spesso accade è disegnato dalle montagne, presenze neutrali che si trovano a esserne le sentinelle. E le vittime più impensabili, nella loro apparente immutabilità.

«Cosa voleva dire che quel posto era lui? Un alpeggio dismesso? Una montagna devastata? Ormai il Pasubio lo chiamavano Hexenkessel, “calderone delle streghe”. I sortilegi più neri che si erano manifestati tra le sue creste, sulle punte aguzze dei suoi denti di roccia, lungo i suoi valloni inumiditi dai torrenti, erano indelebili. Emiliano lo sapeva: avrebbero fatto parte per sempre dello spirito di quei luoghi. Non erano più spazi governati solamente dalle stagioni, dai loro vizi e dalla loro poetica, ma dal ricordo delle ferite subite, dai corpi rimasti a gelare tra le rocce. Una montagna divenuta Menschenmühle, anche così dicevano, “macina-uomini”».

Una montagna che è riflesso del popolo dilaniato da frontiere arbitrarie che vive le sue stagioni e ne canta gli insegnamenti come incantesimi o profezie: «Sette volte bosco, sette volte prato». Adalina è figlia di questa stirpe. Una figlia ora orfana: ha perso i genitori a Mitterndorf, il campo profughi per gli abitanti del Tirolo meridionale inglobato nel fronte della Grande Guerra. È tornata da quell’Ade a bordo di un treno infernale per raggiungere il suo màs, e tenere il focolare vivo in attesa del ritorno del fratello Emiliano, partito soldato e inghiottito dalla guerra.

Una guerra combattuta per un Impero che considerava lui e i suoi compagni «sporchi taliani» e che si era infranto solo per lasciarli in un’Italia che non capiva la loro lingua e per cui sarebbero sempre stati degli “austriacanti”. Rimpatriati su montagne che non erano più casa, ma teatro di morte:

«Pensavo» fece August, […] «mi piaciono davero le tue montagne. […] Però mi fanno anche un poco male. […] Forse io con le mie non ce la faccio più, la pace».

Ma forse, quel cerchio che fa avvicendare boschi e prati, condurrà Adalina sul sentiero di un nuovo inizio.

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