
Per tre mesi consecutivi, questa paginetta editoriale è dedicata alla guerra in Ucraina. È giusto che sia così, perché al momento non c’è situazione più grave, problema più impellente di una guerra che minaccia di conflagrare oltre i confini di quella martoriata regione. Non abbiamo proposte risolutive, non abbiamo mezzi per contrastare l’aggressione russa: disponiamo di un solo strumento di pace, la preghiera, ben sapendo che la pace chiede la nostra collaborazione, ma è innanzitutto un dono di Dio e dunque, come stiamo ripetendo da mesi, non dobbiamo stancarci di chiederlo con la preghiera.
Questa volta lo faremo con le parole dell’omelia che papa Francesco ha pronunciato il 24 aprile scorso, nella festa della Divina Misericordia che san Giovanni Paolo II ha voluto istituire nella seconda domenica di Pasqua, secondo le visioni avute da suor Faustina Kowalska, la religiosa polacca canonizzata da papa Wojtyla nel 2000.
Seguendo il vangelo del giorno (Gv 20, 19.21.26) papa Francesco ha sottolineato che Gesù risorto, apparendo ai discepoli, per tre volte ha rivolto il saluto «Pace a voi».
«Erano discepoli che avevano abbandonato il Maestro: al momento del suo arresto, si erano dati alla fuga. Pietro lo aveva addirittura rinnegato tre volte e uno del loro gruppo – uno di loro, proprio! – era stato il traditore. C’erano motivi per sentirsi non soltanto impauriti, ma falliti, gente da niente». E invece, a quel saluto, gioiscono: «Perché? Perché quel volto, quel saluto, quelle parole spostano la loro attenzione da sé stessi a Gesù». Infatti, «i discepoli gioirono – precisa il testo – al vedere il Signore. Perché? Perché vengono distolti da sé stessi e dai propri fallimenti e attirati dai suoi occhi, dove non c’è severità, ma misericordia. Cristo non recrimina sul passato, ma dona loro la benevolenza di sempre. E ciò li rianima, infonde nei loro cuori la pace perduta, li rende uomini nuovi, purificati da un perdono donato senza calcoli, un perdono donato senza meriti».
E noi, ci sentiamo bisognosi di perdono? Chi, farisaicamente, si sente a posto, quasi in credito rispetto a un Dio che è morto in Croce per ciascuno di noi, non può essere esaudito finché non applica i mezzi di riconciliazione che la Chiesa mette a disposizione: l’esame di coscienza, la confessione frequente, l’esercizio della carità. Non si può chiedere pace, se la pace non è anzitutto dentro di noi.
Il secondo «Pace a voi» ci impegna a essere, a nostra volta, dispensatori di misericordia e di perdono. «Chiediamoci: io, qui dove vivo, io, in famiglia, io, al lavoro, nella mia comunità, promuovo la comunione, sono tessitore di riconciliazione? Mi impegno per disinnescare i conflitti, per portare perdono dove c’è odio, pace dove c’è rancore? O io cado nel mondo del chiacchiericcio, che sempre uccide? Gesù cerca in noi dei testimoni davanti al mondo di queste sue parole: Pace a voi! Ho ricevuto la pace: la do all’altro».
«Pace a voi! ripete il Signore la terza volta quando riappare otto giorni dopo ai discepoli, per confermare la fede faticosa di Tommaso. Tommaso vuole vedere e toccare. E il Signore non si scandalizza della sua incredulità, ma gli viene incontro: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani”. Non sono parole di sfida, ma di misericordia. Gesù comprende la difficoltà di Tommaso: non lo tratta con durezza e l’apostolo è scosso dentro da tanta benevolenza. Ed è così che da incredulo diventa credente, e fa la confessione di fede più semplice e bella: “Mio Signore e mio Dio!”. È una bella invocazione, possiamo farla nostra e ripeterla durante la giornata, soprattutto quando sperimentiamo dubbi e oscurità, come Tommaso».
«In Tommaso c’è la storia di ogni credente, di ognuno di noi, di ogni credente: ci sono momenti difficili, in cui sembra che la vita smentisca la fede, in cui siamo in crisi e abbiamo bisogno di toccare e di vedere. Ma, come Tommaso, è proprio qui che riscopriamo il cuore del Signore, la sua misericordia. In queste situazioni Gesù non viene verso di noi in modo trionfante e con prove schiaccianti, non compie miracoli roboanti, ma offre caldi segni di misericordia. Ci consola con lo stesso stile del Vangelo odierno: offrendoci le sue piaghe. Non dimentichiamo questo: davanti ai peccati, al più brutto peccato, nostro o degli altri, c’è sempre la presenza del Signore che offre le sue piaghe. Non dimenticarlo».
Di fronte a tanto odio, a tanto male, a tanti peccati, non solo in Ucraina ma anche dentro di noi, e intorno a noi, la nostra risposta deve essere perdono, misericordia, disponibilità a prenderci cura del nostro prossimo più prossimo. E pregare con fede il Dio della misericordia perché ci conceda la pace dentro di noi e fino all’ultimo orizzonte.





