Oliva Denaro: il "no" che cambiò l'Italia
settembre 2024
«La femmina è una brocca: chi la rompe se la piglia, così dice mia madre. Io ero più felice se nascevo maschio…».
L’incipit di Oliva Denaro, monologo di Giorgio Gallone interpretato da un’intensa Ambra Angiolini, ricalca per filo e per segno l’esordio del romanzo omonimo di Viola Ardone da cui è tratto. Che a sua volta ripercorre, reinventandola, la storia di Franca Viola, adolescente di Alcamo, che nel 1965 fu sequestrata, segregata in un casolare e stuprata da Filippo Melodia, giovane del posto con cui era stata fidanzata, e che lei aveva ripudiato dopo che lui si era macchiato di crimini mafiosi. Pur vittima – con la sua famiglia – di ripetuti ricatti, minacce e vessazioni da parte di Melodia e dei suoi complici, Franca Viola rifiutò il matrimonio riparatore. Creò le premesse per l’abolizione del famigerato articolo 544 del codice penale Rocco di epoca fascista, che considerava lo stupro un delitto “contro la moralità pubblica e il buon costume” e prevedeva l’estinzione del reato in caso di nozze tra il reo e la persona offesa. La norma fu abrogata solo nel 1981. Bisognò invece attendere il 1996 perché la violenza sessuale fosse riconosciuta come reato contro la persona.

Ambra Angiolini è Oliva Denaro (Laila Pozzo)
L’uomo e la natura
La scena di Oliva Denaro, allestita al Teatro Franco Parenti di Milano da Guido Fiorato, è un tripudio di colori. Un fondale chiaro, con piccole aperture, rimanda a una casa. Un orto a uso familiare. Un albero d’arancio, e un sacco ricolmo dei suoi frutti. Cassette di legno e bancali. Ortaggi e spighe di grano. Un’idea d’aia. Una natura innocente e domestica amica all’uomo: le insidie hanno aspetto antropomorfo, e si nutrono dei proverbi che ancorano la figura della donna a un immaginario arcaico e servile: «Femmina che non sgrava si ammala di nervi; femmina che sa troppe cose non è seria; la vanità è figlia del demonio».
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