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Nel cuore oscuro della famiglia. La ferocia in scena al Teatro Elfo Puccini
Teatro · Arti e spettacoloSc 772

Nel cuore oscuro della famiglia. La ferocia in scena al Teatro Elfo Puccini

di Vincenzo Sardelli

giugno 2025

Un interno borghese. Freddo, geometrico, alienante. Una casa-gabbia di vetro e cemento, tagliata da linee nette e luci affilate. A sinistra, una porta-finestra scorrevole. A destra, una torretta-radio, quasi un avamposto militare. Con La ferocia, tratto dal romanzo di Nicola Lagioia (Premio Strega 2015) e messo in scena da VicoQuartoMazzini, con la drammaturgia di Linda Dalisi e la regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà, il teatro si fa bisturi. Scava nella carne viva della famiglia Salvemini, emblema di un potere malato, corrotto, impunito. Il risultato è uno spettacolo crudo, compatto e folgorante che restituisce alla scena italiana il respiro di una tragedia contemporanea. Un lavoro che ha chiuso la tournée al Teatro Elfo Puccini di Milano, dopo aver vinto quattro premi Ubu 2024: Miglior Spettacolo, Migliore attrice a Francesca Mazza, Miglior attore a Leonardo Capuano e Miglior disegno luci a Giulia Pastore.

La scena in dialogo

Al centro della produzione, che ha coinvolto una rete di teatri e festival (SCARTI, Elsinor, LAC, Romaeuropa Festival, Tric Teatri di Bari, Teatro Nazionale di Genova), c’è la famiglia Salvemini, potente dinastia pugliese di costruttori. Il regno del patriarca Vittorio Salvemini, figura spietata del capitalismo più feroce, è popolato da figli fragili, una moglie collusa e un passato che ritorna sotto forma di una morte scomoda: quella di Clara, figlia bellissima e ribelle, ufficialmente suicida, probabilmente vittima. Non necessariamente di un omicidio, certo di un sistema, di una mentalità, di un’ideologia che ha confuso affetti e potere, sangue e profitto. Il corpo di Clara, ritrovato nudo e sanguinante, non è solo l’innesco della narrazione, ma il fulcro attorno a cui tutto ruota. Ogni personaggio la evoca, la cerca, le parla. Clara è assente eppure onnipresente. Un’assenza che costringe i vivi a confrontarsi con la propria colpa.

Dal romanzo alla scena lo spettacolo compie una trasposizione che è, prima di tutto, riscrittura. Linda Dalisi ha operato un adattamento raffinato e intelligente, sacrificando l’ampiezza narrativa del libro per concentrarsi sull’essenziale: i rapporti di forza, la dinamica familiare come specchio sociale, la ferocia come lingua dell’Occidente. Il personaggio del giornalista Danilo Sangirardi, marginale nel romanzo, qui diventa la cornice stessa del racconto. La sua voce apre e chiude la vicenda in forma di podcast registrato dal vivo, creando un ponte con il pubblico contemporaneo, abituato a narrazioni vere dai toni thriller. Non è solo espediente stilistico, ma scelta politica: la parola resta, quando tutto crolla.

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