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Morte & vita della pittura
Arti visive · Arti e spettacoloSc 727

Morte & vita della pittura

di Michele Dolz

settembre 2021

Ricordare Achille Bonito Oliva come la mente della Transavanguardia è troppo riduttivo. Stiamo parlando di un critico tra i più fecondi e originali della nostra epoca. Originale anche come persona, con quel suo fare istrionico, sempre in bilico tra l’affabile e l’impietoso, sempre acuto e pungente. Lo presenta ora in una mostra il Castello di Rivoli: A.B.O. Theatron. L’Arte o la Vita. Singolare una rassegna dedicata a un critico, ma fa parte di un programma del Castello che ha già dedicato un’esposizione ad Harlad Szeemann, solo che Bonito Oliva… è ancora vivente e attivissimo. Lui però ha donato il suo archivio al Crri (Centro di Ricerca del Castello di Rivoli) e ciò fa di tutto questo un’operazione culturale di grande importanza. «Achille Bonito Oliva inaugura una figura di curatore particolarmente espressivo, istrionico, sperimentale, al contempo enciclopedico e comportamentale», afferma il direttore del Castello di Rivoli Carolyn Christov-Bakargiev, «compagno di strada degli artisti, in netto contrasto con le figure dei critici d’arte tradizionali che, prima di lui e della sua generazione, realizzavano mostre basate su presunti criteri scientifici di selezione e interpretazione. Achille narcisista ma non vanitoso, una creatura straordinaria e intelligentissima».

Due mostre in corso ripropongono il tema della morte e risurrezione della pittura. Un processo, questo, che sarebbe avvenuto diverse volte da quando a metà Ottocento la fotografia mise in crisi il senso della raffigurazione. In realtà, e benché ne sia stato fatto varie volte il funerale, la pittura non è mai morta. Si è dovuta riorientare, a volte mimetizzare, ha scoperto in sé stessa inesplorate possibilità, ma è sempre stata viva e vegeta. Perché? Perché dalle grotte preistoriche fino alle più complesse commistioni mediali del nostro tempo, il gesto del disegnare e del colorare è un’azione umana primaria, come correre, gridare, parlare, comunicare. In parole di uno degli artisti coinvolti in questa storia, Gino De Dominicis, «il disegno, la pittura, la scultura non sono forme di espressione tradizionali, ma originarie. Quindi anche del futuro».

Tornando alle due mostre, la sede veneziana della Fondazione Prada propone Stop Painting a cura di Peter Fischli, noto artista svizzero qui in veste di ideatore e curatore. Esposizione singolare, perché deve mostrare quel che si è prodotto, proprio in pittura, quando si è cercato di negare la pittura. Una mostra «in negativo», con il limite dello scarso interesse estetico delle opere per quanto importante sia l’interesse documentario. Ma la riflessione di Fischli è illuminante.

L’altra mostra, curata da Luca Massimo Barbero alle Gallerie d’Italia di Milano, focalizza uno dei momenti di rinascita della pittura: gli anni Ottanta in Italia. Anche qui lo sguardo è documentario e consente di notare lo sforzo di questi artisti nel recuperare un gusto e un mestiere che nel concettualismo precedente sembrava perduto.

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