Moby Dick: tra maledizione & destino
ottobre 2022
La forza della letteratura: esorcizzare il male attraverso il rito. Il segreto dell’intreccio di Moby Dick, capolavoro di Melville del 1851, sta nella tensione che l’ombra fuggente della mistica balena bianca inocula nei suoi inseguitori. L’antagonismo tra Moby Dick e Achab, il capitano del Pequod che le dà la caccia, travalica le leggi del mare e i limiti della ragione, e degenera nel climax che conduce all’autodistruzione.
Il romanzo di Melville è una lenta preparazione al dramma, e insieme un’inesorabile discesa agli inferi. Alla base dell’opera, c’è la volontà titanica di Achab e del suo equipaggio di ingaggiare una lotta soprannaturale.
Moby Dick è la caccia ossessiva e diabolica a un nemico inafferrabile. Intrisa di rimandi allegorici, l’avventura epica della baleniera Pequod è ancora oggi il simbolo riconosciuto del desiderio di conoscere, e forse della piccolezza dell’uomo davanti al proprio desiderio. È la sfida della ragione contro l’abisso. È l’anelito a un senso disperato per la propria vita.
Il silenzio atavico e profondo dell’oceano si chiude sulle velleità umane come un enorme drappo luttuoso. Achab e Moby Dick sono una coppia d’inseparabili. L’annullamento reciproco e simultaneo davanti al sacro mistero del male e della morte resta l’unica comunione possibile.
Ramponi & cannocchiali
Il teatro non è insensibile a questo mito tra Ulisse e Faust. Il monologo Io, Moby Dick di Corrado d’Elia – da cui nasce il bel libro omonimo pubblicato da Ares – rende magnificamente l’impotenza e la solitudine di chi deve fare i conti con l’utopia. A partire da quelle canne che si dipanano a raggiera attorno al protagonista, isolato sopra un’isola-zattera come Robinson Crusoe: sono dei ramponi che inchiodano Achab ai suoi baratri e deliri, oppure dei cannocchiali puntati verso un altrove irraggiungibile? Scalzo, di bianco vestito, d’Elia (sarà in scena il prossimo 29 novembre al Teatro San Giuseppe di Brugherio) dà consistenza alla hýbris di un uomo divorato dalla passione per il mare e animato dalla sfida. Attraverso il racconto di d’Elia riusciamo a essere comprensivi e forse indulgenti verso gli assilli di Achab. Al contempo, non possiamo non riflettere sulle nostre molteplici insensatezze e contraddizioni.
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