Il tocco scoccato dal presidente Mario Draghi con la campanella ricevuta dal predecessore Giuseppe Conte, secondo il rituale del passaggio dei poteri, ha squillato la fine della ricreazione.
Adesso basta giocare a fare i ministri, adesso basta (speriamo) giocare ai quattro cantoni in Parlamento con deputati e senatori che si spostano sullo scacchiere di maggioranze last minute.
Il governo Draghi è un capolavoro del presidente Sergio Mattarella, il quale ha spiegato agli italiani che non era possibile, al momento, indire le elezioni a causa del Covid e di non procrastinabili impegni internazionali, alla vigilia del semestre bianco del suo finale di mandato. Il presidente ha fatto appello alla responsabilità dei partiti chiamandoli a raccolta per una maggioranza di solidarietà nazionale intorno a una persona di sicuro prestigio come Mario Draghi, con l’esperienza di governatore della Banca d’Italia e di presidente della Banca Centrale Europea. La risposta è stata quasi unanime, con l’eccezione di Fratelli d’Italia per l’insistenza di Giorgia Meloni a perorare le elezioni.
Fine dei giochi. Finalmente si riscopre la decisività della competenza che era mancata ai governi Conte 1 e 2, dilaniati da risse intestine, incapaci di impostare un programma di media e lunga scadenza: basti ricordare che il governo Conte 2, alla fine, è caduto per il paradossale imbarazzo di non saper pianificare in tempi brevi gli investimenti dei cospicui miliardi stanziati dall’Unione Europea. Va dato atto a Matteo Renzi che, con le sue mosse azzardate e forse preterintenzionali, ha fatto cadere un governo manifestamente inadeguato.
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