Sono stati proclamati beati i preti Ubaldo Marchioni, Martino Capelli ed Elia Comini, uccisi dai nazisti nell’autunno del 1944 nella zona di Monte Sole. Alberto Leoni, autore di Il paradiso devastato (Ares, 2012) e di «O tutti o nessuno!» (Ares, 2021), coglie l’occasione per aggiungere alcuni elementi di contesto sull’eccidio e per ricordare altri religiosi che in quei giorni condivisero la stessa sorte. Segue un brano da O tutti o nessuno! dedicato agli ultimi giorni di padre Capelli e don Comini. In calce, la preghiera alla Vergine di padre Capelli.
Domenica 27 settembre, nella basilica di San Petronio di Bologna, si è svolta la beatificazione di tre sacerdoti uccisi dai nazisti nella zona di Monte Sole, sull’Appennino bolognese. Si tratta di tre delle settecentosettanta vittime della cosiddetta “strage di Marzabotto” che, in realtà, sterminò le popolazioni contadine di diversi comuni e frazioni della zona. La ricostruzione di quell’eccidio e i dettagli sulla vita e sulla morte di questi tre sacerdoti, nonché su altre vittime di quei giorni, sono raccontati in due miei lavori: Il paradiso devastato: storia militare della campagna d’Italia 1943-1945 (Ares, 2012) e il più recente «O tutti o nessuno!» Storia e ritratti dei 123 religiosi morti in Emilia Romagna durante la Seconda guerra mondiale (Ares, 2021).

I beati Martino Capelli, Ubaldo Marchioni ed Elia Comini
Sulla strage di Monte Sole la storiografia e la memorialistica hanno fatto solo in parte chiarezza. Le realtà di quell’eccidio spaventoso sono poche ma ineccepibili: la tragedia della popolazione civile massacrata senza distinzione di sesso o di età; la ferocia inumana delle SS, dei russi in uniforme germanica e anche di qualche reparto della Wehrmacht; il collaborazionismo di diversi fascisti (negato o minimizzato dopo la guerra dai post-fascisti) che fecero da guida ai nazisti per massacrare la propria gente; l’eroismo dei sacerdoti che condivisero la sorte del proprio gregge. Contrariamente a quanto molti pensano non si trattò di una “rappresaglia” perché i partigiani non solo non avevano compiuto attacchi ma reputavano che il fronte si sarebbe spostato senza coinvolgerli. L’obiettivo delle SS era fare terra bruciata su Monte Sole, renderla una zona disabitata per evitare fastidi da parte dei partigiani, con un’azione totalmente, follemente sproporzionata a comprensibili obiettivi militari. Il lettore di oggi si chiederà perché i nazisti abbiano ucciso così tanti religiosi in Italia. Nella loro logica perversa e bestiale il prete era uno dei responsabili della comunità per cui la rappresaglia doveva colpire i maggiorenti dei paesi: sindaco, industriali, farmacisti, preti ecc.
Del martirio dei tre sacerdoti beatificati a Bologna si possono aggiungere alcuni dettagli omessi da gran parte degli organi di stampa. Don Ubaldo Marchioni, parroco di Casaglia e di San Martino di Caprara, assassinato col suo gregge a soli ventisei anni, collaborò coi partigiani della “Stella rossa” pur disapprovandone gli attacchi che esponevano la popolazione alle rappresaglie nazifasciste. Il 29 settembre 1944, all’inizio del rastrellamento, dopo aver detto messa a S. Martino, don Ubaldo si avviò verso Cerpiano, passando per Santa Maria di Casaglia con l’obiettivo di salvare il Santissimo Sacramento che si trovava in quella chiesa. Quando vi giunse, vide che ci si erano già radunate un centinaio di persone che speravano di sfuggire al rastrellamento. In realtà si trovavano in una trappola senza uscita. Il sacerdote fece recitare il rosario e distribuì le particole. I nazisti arrivarono e portarono i fedeli verso il cimitero. Don Ubaldo accompagnò il suo gregge fuori, poi fu ricondotto in chiesa, dove prese la pisside e andò incontro alle SS. Fu a quel punto che i nazisti lo assassinarono sui gradini dell’altare. Fu il segnale e nel cimiterino di campagna le mitragliatrici falciarono vecchi, donne e bambini.
Quanto a padre Martino Nicola Capelli, dehoniano, e al salesiano don Elia Comini si rimanda al citato «O tutti o nessuno!» per una biografia approfondita. Basti dire che un tratto caratteristico e comune ai due sacerdoti era l’ardore missionario e il desiderio di morire martiri in Cina o in Messico dove, in quegli anni, il governo massonico di Plutarco Elias Calles perseguitava la chiesa cattolica facendo migliaia di martiri. I due sacerdoti si erano trovati a collaborare per aiutare l’arciprete di Salvaro, don Fidenzio Mellini. Sempre attivi nel proteggere la popolazione furono travolti con essa dalla furia nazista.

Con loro, deve restare viva la memoria degli altri religiosi assassinati dalle SS in quei terribili giorni. Il suddiacono Giuseppe Lodi venne picchiato selvaggiamente e mitragliato dai nazisti, che ne bruciarono poi il corpo a Ronchidoso, frazione di Gaggio Montano. Padre Mario Ruggeri, carmelitano, malato terminale per un tumore allo stomaco, la mattina dell’8 ottobre, si alzò alle sei del mattino per dire messa ma venne fatto prigioniero dai tedeschi insieme al parroco, don Pasquale Broccadello. Costretto a portare casse di munizioni, padre Ruggeri sopportò un’agonia lunghissima prima di abbattersi esausto al suolo, dove fu finito a rivoltellate. Don Broccadello, sopravvissuto alle fatiche del rastrellamento venne rinchiuso nelle carceri di Bologna e riuscì a salvarsi fortunosamente in seguito a un bombardamento aereo. Il Servo di Dio don Ferdinando Casagrande venne trucidato con la sorella il 9 ottobre 1944 mentre don Giovanni Fornasini, assassinato da un ufficiale delle SS al quale il sacerdote aveva impedito di sfogare le proprie brame su una ragazzina del posto è stato dichiarato Beato nel 2021. Se il suo eroismo è indubbio, la qualifica di “soldato” riportata nella motivazione per la medaglia d’oro al valor militare è del tutto ingiustificata. Don Fornasini aveva salvato parecchia gente del posto dalle rappresaglie ma non era partigiano e non aveva svolto compiti militari.
Segue uno stralcio da «O tutti o nessuno!».
Il 29 settembre si scatenò (…) l’attacco nazista a Monte Sole. Era il giorno di san Michele Arcangelo, grande festa per gli abitanti di Salvaro perché gli era dedicata la parrocchia del paese. Ma dalla montagna era giunta sin dalla notte l’eco di una fitta e incessante sparatoria.
Alle otto del mattino la gente era già radunata in chiesa e furono celebrate due messe: la prima da monsignor Mellini, la seconda da don Elia e padre Martino. Poi i due giovani preti si tolsero le vesti sacerdotali e iniziarono a operare in gran fretta. Don Elia aveva già fatto sgombrare parte della sacrestia e vi aveva nascosto settanta uomini, nascondendo la porta della stanza con un armadio. Dopo la messa pregò con tutta l’anima per la salvezza di tutti ma, proprio in quel momento, giunse un uomo stravolto e ferito: alla frazione di Creda i tedeschi avevano preso una settantina di ostaggi e stavano per fucilarli.
Immediatamente don Elia e padre Martino partirono per Creda, nonostante l’anziano monsignor Mellini cercasse di trattenerli perché si esponevano a un pericolo mortale. I due sacerdoti non esitarono neppure un attimo e si incamminarono verso Creda a passo svelto, mentre intorno a loro fioccavano le pallottole. Ma era una corsa vana, perché Creda era ormai un cimitero: tutti erano stati uccisi, compreso Walter Cardi di appena quattordici giorni! Lungo la strada i due preti vennero fatti prigionieri e accusati di essere spie. Furono costretti a portare casse di munizioni lungo la montagna: era iniziata la loro Via Crucis. Alle 14 i due prigionieri vennero portati a Pioppe di Salvaro, vicino alla chiesa. Padre Capelli poté mangiare qualcosa, mentre don Elia, affranto, rimase a digiuno. Dopo di che furono rinchiusi con altri 130 prigionieri nella scuderia della Canapiera, una fabbrica che si trovava davanti alla chiesa di Pioppe. Attigua vi era una cisterna che comunicava col fiume Reno tramite un canale e serviva a regolare l’acqua che dava l’energia elettrica alla canapiera.
Dopo una notte di digiuno e di terrore sorse l’alba del 30 settembre e i tedeschi iniziarono a selezionare coloro che volevano andare a lavorare in Germania. (…) In tutto furono un’ottantina a esser portati sui camion e spediti nei campi di concentramento dentro i vagoni piombati. Per coloro che erano rimasti iniziò l’interrogatorio, e qui si nota l’illogicità del comportamento nazista: se a partire per la Germania erano stati gli uomini validi, come si poteva pensare che gli zoppi e i vecchi fossero aitanti partigiani? Ma il peggio doveva venire, perché a fare da interprete c’era un ragazzo ex partigiano e ora passato ai tedeschi, che denunciava tutti quelli che trovava. Tra i denunciati vi fu anche padre Martino. «Ti ho visto coi ribelli a San Martino di Caprara!» gridò il ragazzo e padre Capelli non si scompose. «Certo» rispose «sono stato a Caprara dal 7 all’11 settembre per predicare, e proprio là i partigiani mi hanno minacciato di morte!». Padre Capelli fu condannato a morte ugualmente e la stessa sorte subì don Elia. I due sacerdoti si prepararono a morire. Nel pomeriggio dello stesso giorno due suore cercarono di far rilasciare i sacerdoti e arrivarono sotto le finestre della scuderia.
«Madre superiora!» chiamava don Elia, mentre padre Martino giaceva prostrato a terra. «Don Elia! Come mai si trova lì?». «Per fare la carità» rispose il salesiano «se ne paga la pena! Fra breve andrò a ricevere il premio» e indicò il cielo con il dito.
Le suore allora cercarono di parlare col comandante, ma fu tutto inutile. Tornarono sotto le finestre per dare qualcosa da mangiare ai prigionieri e videro don Elia per l’ultima volta. Disse loro: «Arrivederci in cielo!».
Il pomeriggio del 30 settembre vide un altro tentativo di liberare i prigionieri, condotto dal commissario prefettizio, il cavaliere Emilio Veggetti, uomo di profonda cultura e umanità, rispettato da tutti, persino dai tedeschi che lo consideravano il borgomastro del paese. Veggetti cercò in tutti i modi di liberare anche solo alcuni dei prigionieri, ma senza esito. Poi, siccome conosceva personalmente don Elia, propose ai tedeschi di salvare almeno i sacerdoti. Incredibilmente, giacché l’accusa nei confronti dei due era di essere fiancheggiatori dei partigiani, l’offerta fu accettata. Veggetti andò allora a riferire a padre Capelli e don Comini che erano liberi, ma don Elia fu irremovibile e disse la frase immensa che dà il titolo al presente libro: «O tutti o nessuno!».
Il pomeriggio del giorno successivo, 1° ottobre, i 45 prigionieri furono perquisiti e furono loro tolti documenti, portafogli, oggetti personali: si andava a morire, non c’era più speranza. Padre Martino era stato in silenzio per giorni, immerso in preghiera, ma a quel punto andò incontro a don Elia e i due si abbracciarono da veri fratelli in Cristo. Appartatisi in un angolo si confessarono reciprocamente e chi stava loro intorno iniziò a farsi il segno della croce. Alle 19,30 il sole stava tramontando mentre i 46 condannati uscivano dalla scuderia e si incamminavano verso la cisterna.
La «botte» come veniva chiamata, era senz’acqua, vi era solo un alto strato di melma. A tutti vennero tolte le scarpe, a qualcuno la giacca, ai preti il soprabito. Poi una ventina di loro fu fatta entrare e posta sull’orlo della cisterna davanti alle mitragliatrici spianate. Tutti erano impietriti dal terrore, ma don Elia ebbe la presenza di spirito di alzare la mano destra e benedire tutti ad alta voce mentre tutti i condannati rispondevano col segno della croce. Poi don Elia gridò più volte: «Pietà! Pietà! Pietà, Signore!» e il grido fu stroncato dalle raffiche delle MG 34. Crivellati, tutti caddero nel fango. I restanti condannati entrarono a loro volta e dovettero buttare i corpi dei compagni nella cisterna. Poi anche loro furono mitragliati e i tedeschi andarono a finire i feriti gettando bombe a mano.
Nonostante tutto, in sei riuscirono a venir fuori dal tunnel che metteva in comunicazione la vasca della canapiera con l’esterno ma tre erano feriti troppo gravemente e morirono di lì a poco. Gli altri tre, salvatisi miracolosamente, avrebbero a testimoniato che cosa era accaduto in quei giorni. Furono Pio Borgia, Gioacchino Piretti e Aldo Ansaloni, che fu salvato dal corpo di padre Capelli. Quando i tedeschi se ne andarono, Ansaloni sentì che padre Martino era ancora vivo e poi assistette alla scena finale: lo vide, ferito a morte, alzarsi in piedi in mezzo al fango e, comprimendosi i visceri che fuoriuscivano dal ventre squarciato, benedire per l’ultima volta i suoi compagni e fratelli nella morte. Poi ricadde all’indietro nel fango: «Il letto di morte del mio martirio», come aveva scritto tredici anni prima.
Nei giorni successivi i sopravvissuti all’eccidio cercarono di togliere i cadaveri dal fango, ma senza riuscirci perché i tedeschi sorvegliavano la zona. A un certo momento i nazisti aprirono le dighe e i corpi dei condannati furono portati dalla corrente fino al Reno; le acque del fiume li accolsero e li consumarono. Nessun resto fu più ritrovato.
Concludiamo queste righe con la preghiera alla Vergine scritta da padre Martino Capelli:
Prega per noi sconfortati e accasciati sotto la sventura, divisi tra noi, straziati dagli odi, che trepidiamo pensando ai nostri uomini prigionieri su tutti i lidi della terra. Prevediamo la somma sventura della Patria. Prega per i morti recisi sui campi di battaglia, come il nostro bel grano in giugno, vittime innocenti. A te offriamo le nostre lacrime e il nostro dolore. A te consacriamo il sacrificio supremo dei nostri cari. Per ogni nostro dolore dacci il tuo conforto, per ogni nostro sacrificio il tuo premio e il riposo eterno.