Martina il Cuore e la Rosa (Ares, pp. 264, € 18) racconta per voce di Giovanna Pupillo, la mamma, insieme con il “nostro” Riccardo Caniato la storia stupefacente di una bimba, Martina Kluzer, morta di tumore il 7 giugno 2007, a soli 7 anni.
Il libro riporta la cronaca nuda di due anni di dolore che travolgono una famiglia, tra ospedali, paura e amore ostinato. Ma l’esito incredibilmente non è tragico: queste pagine non sfociano in un atto d’accusa né in un grido di rabbia. Perché Marti, prima di «volare via come un uccellino», rivela altro: una fede che cresce nel buio; una gioia disarmante; incontri reali, vivi con il Gesù-Sacro Cuore caro a santa Faustina Kowalska e con la Madonna-Rosa Mistica delle apparizioni di Montichiari. Sono loro, Gesù e Maria, il Cuore e la Rosa a cui la protagonista àncora la sua esistenza, che chiede e annuncia gioia eterna. «Al funerale fate festa», dice a mamma e papà, «perché io la farò con voi». La morte arretra, la speranza avanza. Di seguito riportiamo un articolo del giornalista Roberto Beccaria che ha voluto incontrare la famiglia Kluzer e scrivere in anteprima di questo libro toccante sul settimanale Gente n. 25, del 4 luglio 2026.

Ci sono cose nella vita che non si possono comprendere. Come la morte di un figlio. Ma ancora più incomprensibile è quando un figlio – o meglio, una figlia – muore a soli sette anni per un tumore, ma è lei che fino all’ultimo istante consola e conforta mamma, papà e sorellina. Usando parole e compiendo gesti che nessuno in famiglia le ha mai insegnato. E che nessuno in famiglia sa spiegarsi, se non a posteriori.
Questa è la storia di Martina Kluzer. Che va raccontata dall’inizio. Quando Giovanna Pupillo e Claudio Kluzer si conoscono sono due giovani come tanti: sono innamorati, lavorano, sognano il matrimonio e una casa tutta loro. Non hanno fede: niente preghiere, niente messe. Ed è un dettaglio da tenere a mente. Proprio mentre progettano il matrimonio, Giovanna scopre di essere incinta. Strano, i medici avevano detto che non avrebbero potuto avere figli. Ma tant’è. Le famiglie di origine non la prendono affatto bene: un figlio prima del matrimonio per qualcuno era ancora una vergogna. Non per questioni religiose, solo per convenzioni, per moralismo. Al punto che il padre di Giovanna le chiede di abortire, mentre la mamma semplicemente suggerisce di anticipare il matrimonio. Fatto sta che l’8 novembre 1999 nasce Martina.
Una vita senza fede
Come prima cosa Giovanna e Claudio si sposano. In chiesa. Non sono mai stati praticanti, ma decidono di seguire il corso fidanzati in preparazione al sacramento. La nuova famiglia è giovane, entusiasta della vita, come tutte. Mamma, papà e Martina amano la montagna, lo sci, gli animali. Nel 2002 nasce la seconda figlia, Doriana (nonostante i medici…). Le due bambine diventano inseparabili. Poi, nell’autunno del 2005, tutto cambia. Martina accusa forti dolori addominali. All’inizio sembrano disturbi comuni, ma i sintomi non passano. Dopo mesi di visite e diagnosi contrastanti, a febbraio 2006 arriva la verità: Martina è affetta da un rabdomiosarcoma alveolare metastatico al quarto livello. Il tumore più aggressivo che c’è. E in stadio già molto avanzato. «Fino al giorno prima eravamo a sciare all’Aprica», racconta Giovanna nel soggiorno di casa, accanto al marito e alle tre figlie (perché dopo Doriana, sono nate anche Maria Chiara e Francesca). «Il giorno dopo ci dicono che nostra figlia ha solo l’8% di probabilità di sopravvivere».
Il mondo crolla addosso alla famiglia Kluzer. Comincia il calvario. «Cosa potevo fare, come potevo spiegare a Martina che cosa la aspettava?», si chiede ancora oggi Giovanna. Ma è proprio quella bimba che comincia a mostrare la strada ai suoi genitori, alla sorella e a chiunque la incontri, medici o altri pazienti che siano.
«Non essere triste mamma, sono forte», dice Martina quando viene ricoverata in Oncologia pediatrica. «Dai mamma, non piangere! Guarda il lato positivo: non dovrò più lavarmi i capelli», scherza quando perde ciocche su ciocche per la chemioterapia. Ma non si ferma qui, Martina. Va ben oltre. Quando i medici le permettono di lasciare l’ospedale tra un ciclo di cure e l’altro, torna a scuola. Ma molti, compagni di classe e perfino genitori, la prendono in giro per il suo aspetto o sono spaventati. Lei non si scompone: «Il male si combatte con il bene», dice lasciando a bocca aperta mamma e papà. «Io sono in pace, io sono così. Gesù è con me!». Gesù? Ma nessuno aveva mai parlato di Gesù a Martina. Né i genitori, né i nonni, tanto meno i medici. Eppure, è lei che insiste perché i genitori la portino a messa, insiste perché comincino a pregare, insiste perché non siano tristi e si affidino a quella che lei chiama «la mia Madonnina». Parole e gesti inspiegabili, incomprensibili.
Al santuario della Bozzola
Come inspiegabile e incomprensibile è quello che accade l’11 febbraio 2006, quando quasi casualmente i Kluzer si ritrovano al santuario della Bozzola, nel pavese. «Stavamo andando a trovare mia sorella», ricorda Giovanna, «ma abbiamo sbagliato strada – allora non avevamo i navigatori… – e ci siamo ritrovati lì. Martina insistette perché ci fermassimo». Solo dopo scoprono che l’11 febbraio è il giorno dedicato alla Madonna di Lourdes, la giornata del malato. E Martina era malata. Quella sera ci sarebbe stata una messa. Martina insiste per andarci. Giovanna e Claudio sono perplessi, ma lei insiste. Al termine della celebrazione il sacerdote passa tra le persone per benedirle. Martina si rivolge a sua mamma con parole, appunto, inspiegabili. Giovanna lo ricorda come se fosse ieri: «“Mamma, lo sai che Gesù cammina accanto al don?”. “E cosa fa?”, le chiedo. “Tocca le persone, le benedice”. E quando poi il sacerdote passa accanto a noi, aggiunge: “È passato Gesù, hai sentito il profumo? Sembra talco…”».
Da lì in poi, è Martina a guidare Giovanna, Claudio e Doriana. Li obbliga ad andare al Santuario della Rosa Mistica vicino a Montichiari (Brescia). Loro nemmeno sapevano che lì era apparsa la Madonna, apparizioni riconosciute dalla Chiesa. Martina la chiamava «la mia Madonnina». Lì si immergeva nell’acqua gelata della fonte, eppure sosteneva che fosse caldissima. Lì Martina sgridava i genitori: «Non ci permetteva di essere tristi, di essere arrabbiati per quello che le stava succedendo», racconta commossa mamma Giovanna. «Non ci permetteva di non avere fede, noi che fede non ne avevamo. Era lei a consolarci. Noi andavamo in crisi? Lei mai».
Come quel dottore che non sorride mai. Si lamenta Martina, perché il primario sembra sempre imbronciato. «Eppure, dopo che è morta, abbiamo scoperto che quel dottore tiene sempre nella tasca del camice una foto della nostra bimba», continua Giovanna. Perché Martina cambia in modo misterioso le persone che la incontrano.
Tutta suggestione? «Io non lo so», ammette Giovanna. «So solo che lei diceva di vedere Gesù, la sua “Madonnina”. E se le dicevi di no, o se le chiedevi se era sicura, lei si arrabbiava, urlava, sbatteva i pugni per terra perché dubitavamo. Una bimba di 6-7 anni che parla così, senza mai averne sentito parlare prima in famiglia… come puoi non crederle? Anche perché, quale tornaconto ne aveva? Non è guarita, non ha sofferto meno, non le è stato risparmiato nulla. E allora, dove sta il suo interesse a dire cose così?».
La sorella Doriana, con gli occhi lucidi, racconta che Martina voleva che anche lei pregasse, il rosario in particolare. «Avevo quattro anni. Andavo in camera mia e per fare prima dicevo solo “Ave Maria Santa Maria” e non tutta la preghiera… Poi tornavo da lei e le dicevo: “Fatto!”. Lei, impassibile, rispondeva: “Troppo in fretta… puoi dirne un altro di rosario”».
La svolta, però, deve ancora venire. Perché dopo il primo pesantissimo ciclo di cure, nonostante i medici fossero certi che non avrebbero avuto effetto, gli esami danno esito negativo. «Gli oncologi erano sbalorditi», prosegue Giovanna. «Furono fatti di nuovo tutti gli esami, per escludere errori. Ebbene, Martina era guarita!».
Ma allora Martina aveva ragione a pregare a credere. Di più: nel giugno 2006 la bimba viene ricoverata di nuovo per un nuovo controllo programmato. E arriva l’ulteriore conferma: il tumore è sparito. Incredibile. Da quel giorno, i pellegrinaggi al Santuario della Bozzola o alla Rosa Mistica diventano l’occasione per ringraziare per quel fatto che i medici non si spiegavano. Fino a un mercoledì sera, quando la bimba si addormenta in macchina tornando da una celebrazione serale. «Mettendola a letto nella sua cameretta, prima di addormentarsi, Martina mi disse che aveva sognato mentre dormiva in macchina», prosegue mamma Giovanna. «“Mamma, ho sognato la Madonnina”, mi ha detto. Poi si è fatta seria: “Mi ha fatto una proposta, mi ha chiesto se volessi andare con lei”. Io mi irrigidii sull’istante: “E tu che cosa le hai risposto?”. “Io le ho detto di Sì!”. Sbiancai: “Stai scherzando? Non è vero! Non avresti dovuto…”. “Mamma”, mi interruppe Martina, “perché te la prendi così? Non ti fidi della Madonnina? Inoltre, le ho posto una condizione: che poi saresti venuta anche tu con papà, Doriana, e i nonni… e che, comunque, io sarei stata sempre insieme con te”». Mamma Giovanna ricorda di essere rimasta paralizzata. Meglio, impietrita.

La famiglia Kluzer oggi
Il cancro torna, la fede cresce
Poche settimane dopo, il cancro era tornato. Tutte le preghiere erano state vane, dunque. Quel Dio al quale i genitori di Martina non credevano e che avevano invece cominciato a pregare guidati dalla figlia li aveva illusi e ora li abbandonava. «In realtà, abbiamo capito che nostra figlia aveva detto il suo sì definitivo», spiega oggi, commossa, Giovanna. Da lì, le cure si fanno sempre più dure. Martina rifiuta la morfina quando scopre che la fa dormire: «Vuole rimanere sveglia per stare con noi, per giocare con gli altri bimbi del reparto e fare loro forza, per parlare con il dottore che non sorrideva mai, con Gesù, con la Madonnina», spiega Giovanna. «Quindi, non si può nemmeno pensare che fosse la morfina a darle allucinazioni».
Gli ultimi giorni i dottori la dimettono: ormai non c’è più nulla che si può fare. Fatica a respirare, diventa necessario l’ossigeno. Il corpo piagato dal decubito: «Lo sai mamma che anche Gesù ha avuto le piaghe e le offriva per la salvezza delle anime?», dice. Fino all’ultimo giorno, il 7 giugno 2007. Alle tre di pomeriggio, Martina si muove nel letto. Lei che ormai era paralizzata da giorni. Allarga le braccia e sovrappone i piedi. «Pareva crocifissa», racconta Giovanna. «Restammo scioccati, spaventati. “Mamma non preoccuparti, sto bene, sono tranquilla”, disse con un filo di voce. “Non sono sola, non lo sarò mai più: c’è Gesù qui con me, Lui è entrato dentro di me. Sento tanto caldo”».
Ma com’è possibile che una bambina di appena 7 anni e così malata dica cose del genere? «Non lo sappiamo», risponde semplicemente mamma Giovanna. «Sappiamo solo che lei ha vissuto così e che noi possiamo solo raccontarlo».
Se qualcuno parla di santità (e i Kluzer non lo fanno mai), deve fare i conti con la prudenza della Chiesa. Difficile che vengano riconosciuti come santi bambini così piccoli, proprio perché si presuppone che manchi una coscienza piena di quello che vivono e dicono. Eppure, sia la teologa Daniela Del Gaudio, nella sua Prefazione, sia il coautore del libro Riccardo Caniato e padre Serafino Tognetti, in coda al libro, offrono su questo tema molti spunti di confronto e discernimento.

