Pubblichiamo la prefazione di Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, al volume Curare è un’opera buona per tutti (Ares 2026, pp. 128, € 14) di Alessandro Pirola, che da oltre quarant’anni lavora nella direzione di strutture sanitarie. L’Autore è presidente della Fondazione Maddalena Grassi e Adele Bonolis, due realtà lombarde impegnate nella cura e nell’accompagnamento di malati cronici e terminali e dei loro familiari. Il prossimo 26 agosto Pirola sarà ospite al Book Corner del Meeting di Rimini con Alessandra Govi.

Questo libro non nasce da una teoria, né da un progetto editoriale pensato a tavolino. Nasce da una lunga esposizione alla realtà. Non da un’osservazione distaccata, ma da una permanenza prolungata nei luoghi dove la vita mostra le sue fratture più evidenti: la malattia grave, la disabilità, il dolore cronico, la psichiatria, la fine della vita, il lavoro che si misura quotidianamente con il limite.
Chi scrive non è un clinico, né un filosofo, né un teologo nel senso accademico del termine. È un amministratore, un organizzatore di opere, qualcuno che per decenni ha dovuto prendere decisioni concrete in contesti complessi, dove le conseguenze non sono teoriche ma ricadono sui corpi, sulle famiglie, sui lavoratori, sui bilanci e sul tempo delle persone. Questo dato iniziale è decisivo per comprendere il libro e il suo titolo Curare è un’opera buona per tutti: non si tratta di una riflessione teorica ma di una coscienza maturata dentro una pratica reale, spesso faticosa.
Oggi chi, come l’autore, è chiamato a “curare” non ha più a che fare solo con i pazienti affetti da “acuzie” – l’infarto, la polmonite, la frattura – ma anche con chi è segnato da patologie croniche che non si esauriscono in un episodio singolo ma si prolungano per anni o decenni. In Italia, anche per l’invecchiamento demografico, circa 24 milioni di persone (oltre il 40 % della popolazione adulta) convivono con una o più malattie croniche.
Non si tratta di un semplice aumento di numeri, ma di una diversa qualità di domanda di cura. Le malattie croniche – come diabete, Bpco (Broncopneumopatia cronica ostruttiva, ndr), insufficienza cardiaca, demenza, artriti – richiedono un approccio molto diverso rispetto alle patologie acute: non possono essere trattate esclusivamente con interventi episodici, ma richiedono continuità, coordinazione, autosufficienza gestionale e partecipazione attiva del paziente alla sua cura. Questa situazione implica un profondo ripensamento del ruolo del medico di famiglia, delle strutture territoriali, delle reti di servizi sociosanitari e delle tecnologie di supporto, sullo stesso Servizio Sanitario Nazionale che deve sostenere costi sanitari e sociali crescenti.
Inoltre, incide pesantemente sulla vita di tante famiglie, spesso chiamate a svolgere il ruolo di caregiver senza un adeguato supporto strutturale.
Un modello che non funziona più
In questo contesto l’assistenza “modello ospedale-centrico” non basta più: la prevalenza dei malati cronici richiede una sanità che agisca fuori dall’ospedale: nelle comunità, nei territori, con servizi domiciliari integrati, telemedicina, gestione delle transizioni tra livelli di cura e piani personalizzati.
Il volume racconta le esperienze dell’autore e dei suoi amici per rispondere a questi nuovi bisogni partendo da un dato spesso rimosso dalla cultura contemporanea: la sproporzione tra il desiderio umano di guarigione e la persistenza della malattia e della sofferenza. Il dolore, nonostante l’evoluzione scientifica, tecnologica e organizzativa, non scompare: cambia forma, si trasforma, si cronicizza, e chiede, innanzitutto a chi lavora nel campo della “cura”, di essere umano, buono, attento.
In questo senso, il testo si muove apertamente in controtendenza rispetto a una visione tecnicistica e performativa della cura. Non perché ne neghi i progressi o l’importanza – al contrario, ne riconosce il valore con precisione e competenza – ma perché mostra i limiti di una riduzione della cura alla sola eliminazione del sintomo o alla gestione efficiente del processo.
Il dolore, quando è trattabile, va trattato; ma la sofferenza non si lascia ridurre interamente a un problema tecnico. E quando la cura pretende di farlo, rischia di produrre nuove forme di violenza, più sottili e socialmente accettabili.
In quest’ottica il libro non elude temi scottanti quali l’eutanasia, l’accanimento terapeutico, le cure proporzionate, ma lo fa sempre a partire da situazioni vissute come problemi che nascono nelle relazioni tra paziente, familiari e curanti.
Da questa posizione, una concreta passione per l’uomo malato nasce un modo di lavorare diverso e opere che vogliono rispondere ai bisogni. L’autore ha diretto strutture, gestito risorse, affrontato crisi economiche, negoziato con istituzioni pubbliche, assunto e licenziato persone. Per lui il lavoro è uno dei modi principali in cui l’uomo misura il rapporto tra sé e il senso della propria vita. E le opere di cura descritte nel libro – ospedali, fondazioni, comunità, hospice – non vengono proposte come modelli da imitare, né come eccezioni eroiche, bensì come esiti storici di incontri, intuizioni, errori, aggiustamenti continui.
Un altro sguardo
La presenza esplicita della fede cristiana è un dato costitutivo del libro, ma non assume mai il tono della predicazione: è un metodo di sguardo sulla realtà. Il testo mostra come molte opere di cura siano nate storicamente da un’esperienza cristiana, senza omettere di denunciare il degrado quando il nesso tra fede e opere si spegne in un’abitudine vuota. In questo senso, il libro si rivolge anche a chi non condivide quella fede, perché pone domande che precedono ogni adesione confessionale: che cosa rende la vita degna di essere vissuta? Che cosa sostiene l’uomo quando la guarigione non è possibile? Che cosa rende umano il lavoro?
La struttura del libro rispecchia questa impostazione. Non c’è una progressione sistematica, ma un movimento circolare, che torna più volte sugli stessi temi da angolazioni diverse. Questo può disorientare chi cerca un saggio ordinato, ma è coerente con l’esperienza che il libro intende restituire: la cura non è lineare, la vita non procede per capitoli ordinati, e le domande decisive ritornano, spesso identiche, in momenti diversi.
In definitiva, questo libro disturba alcune semplificazioni diffuse, rifiuta tanto il cinismo quanto l’ottimismo obbligatorio. La sua unità non sta in una tesi, ma in una fedeltà: alla vita così com’è, anche quando non corrisponde alle aspettative.
Leggerlo significa accettare di sostare davanti a domande che non hanno risposte rapide, ma che continuano a generare relazioni e tentativi, lavoro e opere. In questo senso, curare non è presentato come un gesto risolutivo, ma come una posizione esistenziale: stare davanti all’altro senza ridurlo, senza scartarlo, senza fingere di sapere già come andrà a finire. E forse è proprio in questa posizione – fragile, esposta, imperfetta – che il libro individua ciò che, nonostante tutto, continua a meritare il nome di bene.