Il perfezionismo non è il sano e naturale desiderio di migliorarsi, è una gestione rigida e compulsiva del proprio desiderio di perfezione, da cui dipende la possibilità di essere amati e la paura di essere respinti. Di seguito pubblichiamo l’introduzione e un’anteprima del primo capitolo del volume Il perfezionismo. Quando il dovrebbe diventa deve, tra le novità di crescita personale di Edizioni Ares. L’autore è Raphael M. Bonelli, neuroscienziato presso l’Università Sigmund Freud di Vienna, nonché psichiatra e psicoterapeuta. Tra i suoi libri: Männlicher Narzissmus: Das Drama der Liebe, die um sich selbst kreist [Il narcisismo maschile: il dramma dell’amore, che ruota attorno a sé] e Selber schuld!: Ein Wegweiser aus seelischen Sackgassen [È colpa tua! Una guida per uscire dai vicoli ciechi interiori]. Il perfezionismo è il suo primo titolo tradotto in italiano.

Il filisteo di Nietzsche
Oggi molti bambini hanno la fortuna di poter crescere diventando dei piccoli Wolfgang Amadeus Mozart, Jannik Sinner o Steve Jobs. Per le bambine, i modelli di riferimento possono essere anche Julia Roberts, Jasmin Paolini o Naomi Kampbell. Fin dalla nascita vengono portati da un corso all’altro. Vengono sostenuti, allenati e curati nell’aspetto. Ovviamente rimane ben poco tempo per cose “inutili” come il gioco e le amicizie. E a cosa servirebbero? Il tempo è denaro. Questi bambini così “fortunati” sono ovviamente tutti molto dotati, almeno secondo la valutazione dei loro genitori elicottero¹.
Oggi capita di incontrare per strada persone di madrelingua italiana che parlano a malapena un inglese stentato con i propri bambini. Sicuramente è fatto a fin di bene, così che i piccoli possano avere un vantaggio nella dura lotta per la vita: la “pole position”, per così dire, nella società della prestazione globalizzata. Risulta particolarmente credibile dire al proprio bambino in una lingua straniera quanto gli si vuole bene. Ma ormai tutto questo non è più così importante. Le relazioni interpersonali sono sempre state sopravvalutate. Quello che conta davvero è la prestazione! Finalmente le regole di gioco della società sono giuste e trasparenti: siamo ciò che facciamo. La prestazione è la realizzazione di sé. Non è fantastico?
Questa assolutizzazione della prestazione non resta senza conseguenze. Può portare a un atteggiamento compulsivo: al perfezionismo. Per questo la ricerca psicologica se ne occupa sempre di più. Purtroppo, da un lato i risultati della ricerca sono spesso espressi in un linguaggio accademico incomprensibile, che appare stranamente asettico e lontano dall’esperienza; dall’altro, il termine viene utilizzato nella letteratura popolare e nel discorso pubblico in modo così annacquato che le soluzioni proposte per porvi rimedio suonano come una banalità. Lo psicoterapeuta tedesco Nils Spitzer definisce addirittura il perfezionismo un «concetto di confine variopinto tra scienza e psicologia-pop»². Sebbene in molte malattie psichiche negli studi clinici sia stata riscontrata una correlazione statistica con il perfezionismo, in particolare con burnout, disturbi alimentari, depressione e disturbi ossessivo-compulsivi, ancora oggi non c’è un reale consenso su cosa voglia dire davvero perfezionismo.
Perfezionismo: vizio o virtù?
Il perfezionismo è un fenomeno moderno. I più rinomati ricercatori contemporanei, gli psicologi canadesi Gordon L. Flett e Paul L. Hewitt, non esitano a definirlo «endemico nel mondo occidentale». Ciò significa la presenza costante e frequente di una patologia in una regione o popolazione. Il perfezionismo caratterizza lo spirito del tempo, è alla base dei nostri valori, domina le nostre menti. Quasi nessuno può sottrarsi totalmente al suo influsso.
Da un lato, tutti concordano sul fatto che il perfezionismo non sia poi così positivo, ma dall’altro esso occupa oggi un posto molto alto nella lista dei «vizi attraenti». Subito dopo «il mio più grande difetto è essere troppo buono e farmi andar bene troppe cose», viene la confessione autocritica: «Ho una tendenza al perfezionismo». Questa debolezza ci appare perdonabile, se non addirittura onorevole. Lo si nota anche nel diffondersi del fenomeno psicologico del burnout: molti pazienti chiedono oggi gli venga fatta dallo psichiatra questa diagnosi alla moda, così da poter dimostrare di essere persone estremamente laboriose. Un fenomeno simile si osserva nella descrizione di sé come “perfezionisti”: questo termine porta con sé un’aura di serietà, ordine, diligenza e affidabilità, tanto che si ammette volentieri questo “difetto” senza esitazione.
In un’epoca in cui nessuno sa più dire cosa sia davvero la perfezione – cioè la completezza – sembra che tutti noi la inseguiamo comunque. Ovviamente è sensato e auspicabile desiderare la perfezione, soprattutto nel lavoro. Il meccanico dovrebbe riparare l’auto senza difetti, l’idraulico sigillare perfettamente la perdita d’acqua e il chirurgo operare con la massima precisione, evitando il più possibile gli errori tecnici. Da insegnanti e funzionari pubblici ci aspettiamo giustamente che facciano più del loro dovere. Chi non si sforza di lavorare senza errori difficilmente potrà essere apprezzato nel mondo del lavoro. Il filosofo polemico Peter Sloterdijk definisce il desiderio di auto-miglioramento fino alla perfezione come il vero nucleo dell’essere umano³.
Non è una novità, lo sapeva già Aristotele: si tratta di portare alla luce le potenzialità della natura.
Il perfezionismo, però, è qualcosa di completamente diverso dal desiderio di perfezione. Un perfezionista non cerca la perfezione per il piacere della completezza, ma per l’inattaccabilità che ne deriva. Il perfezionismo è un atteggiamento di evitamento: chi lavora in modo perfetto non può essere rimproverato né licenziato. Il perfezionista non vuole principalmente far fiorire la propria natura, ma desidera soprattutto sicurezza.
La spinta alla perfezione fa bene all’uomo; se però è motivato dalla paura, perde la giusta misura. Prendiamo il grande filosofo tedesco Friedrich Nietzsche: esprimeva chiaramente la sua paura della mediocrità e della normalità in giudizi sprezzanti come: «Uomini senza desiderio» o «filistei». Secondo Nietzsche, il compito dell’uomo è far emergere un tipo umano che sia più evoluto di lui stesso. Questo «superuomo», diceva Nietzsche, possiede un eccesso di forza vitale e una volontà di potenza che lo rende capace di autodisciplina e autoaffermazione particolari. La maschera dell’inattaccabilitàteriore di insoddisfazione, disprezzo di sé e amarezza. Ne soffre lui stesso e trasmette questa sofferenza anche all’ambiente che lo circonda. Per lui, il meglio è nemico del buono: nulla è così buono da non poter essere ancora migliorato.
Così, il perfezionista diventa suo malgrado un brontolone, un pessimista cronico e un lamentoso ossessivo privo di senso dell’umorismo. Ragiona in bianco e nero, o tutto o niente: o tutto è perfetto, oppure non vale nulla. Una caratteristica essenziale del perfezionismo è l’ossessione patologica per la prestazione, secondo cui conta solo chi può mostrare qualcosa di impeccabile, ammirevole e straordinario. Spesso il perfezionismo è accompagnato dall’ansia irrazionale di essere respinti, dal timore di non essere abbastanza bravi o di non soddisfare le aspettative, nonché dalla costante preoccupazione ansiosa per la propria reputazione. Il perfezionista è una persona insicura. Anela inconsciamente a un’inattaccabilità a prova di bomba. Tiene sempre uno specchio interiore davanti a sé, e si chiede come appare a sé stesso e agli altri e se possa esserne soddisfatto. Per lui, la perfezione è solo uno strumento per raggiungere uno scopo: una facciata che erige, una maschera dietro cui si nasconde.
In questo modo, il perfezionista si trova in una situazione sisifea, senza fine e senso, che spesso conduce al burnout: insegue un obiettivo irraggiungibile, perché è impossibile piacere a tutti. Alla base del perfezionismo c’è una paura non libera e nevrotica della propria imperfezione, che paralizza l’anima dalla paura. Spesso, in questo blocco, è percepito dagli altri come rigido, testardo, saputello e talvolta persino intollerante. Dall’ambiente che lo circonda, il perfezionista riceve spesso il feedback di essere ipercritico, di intromettersi nella vita degli altri senza essere stato interpellato e di cercare di imporre agli altri il proprio “ideale”.
La felicità nell’imperfezione
La risoluzione di questo stato minaccioso e compulsivo avviene gradualmente. Il primo passo consiste nello smascherare il perfezionismo come sentimento irrazionale, come “dogma interiore”. Attraverso la consapevolezza e l’analisi razionale, nel passo successivo si arriva allo smantellamento del proprio pensiero orientato alla prestazione, anche se ciò può andare contro lo spirito del tempo.
Poi segue l’accettazione consapevole e profonda della propria imperfezione. La “tolleranza dell’imperfezione” rappresenta l’accettazione di sé nella consapevolezza dei propri difetti, della propria mediocrità e ordinarietà.
Solo con una valutazione realistica di sé si possono formulare obiettivi sani e muoversi liberamente nella società senza maschere. In questo modo si raggiunge una libertà interiore che si oppone al perfezionismo. La “tolleranza dell’imperfezione” libera dall’egocentrismo, dall’ossessione per il controllo, dalla pretesa di infallibilità, dall’amarezza e dalla tendenza a incolpare gli altri. La libertà interiore, quindi, dona leggerezza e autorevolezza naturale, rendendo flessibili e indipendenti.
Questo libro è stato scritto per essere compreso. Cerca di armonizzare, in un linguaggio chiaro, l’esperienza terapeutica personale con lo stato attuale della ricerca psicologica, con il buon senso e anche con le saggezze umanistiche della nostra storia culturale.
Il tutto viene presentato in modo da strappare anche un sorriso, rendendo il discorso, si spera, più leggero. L’umorismo è il modo più efficace per sciogliere il ghiaccio del perfezionismo. Già Paul Watzlawick era solito prendere bonariamente in giro la «serietà bestiale delle trattazioni psicologiche»⁴.
Tutte le 77 storie di pazienti raccontate sono autentiche, ma ovviamente, per motivi di tutela delle persone, sono state modificate biograficamente fino al completo anonimato. Nella terza parte, infine, anche i diretti interessati prendono la parola e raccontano le proprie esperienze terapeutiche. Attraverso storie vissute si può spesso cogliere la teoria in modo migliore e riconoscerla più facilmente nella propria vita.
Capitolo 1 – Come pensano i perfezionisti
Nel documentario umoristico E vivono tutti felici e contenti di Jamie Uys del 1974 si vede come un indigeno, da qualche parte in Africa, cattura un babbuino: l’uomo scava con fatica, a scopo dimostrativo, un buco in un termitaio mentre sa di essere osservato dalla scimmia curiosa, e sparge semi di melone selvatico nella cavità. Il babbuino infila la mano, afferra una manciata di semi, ma ora purtroppo il suo pugno è troppo grande per essere estratto. Se solo fosse ragionevole e lasciasse cadere i semi, potrebbe tirare fuori la mano e liberarsi. Ma non ci riesce, e così non può sfuggire al cacciatore, venendo sopraffatto. Il film, tra l’altro, ha giustamente vinto il Golden Globe come miglior documentario dell’anno.
Sempre più spesso oggi vediamo persone che, proprio come l’animale, infilano la mano nel posto sbagliato e non riescono a lasciar andare. Lottano come Sisifo con un masso troppo grande per loro. Ma a differenza dell’eroe greco, si rendono la vita difficile inutilmente. Per qualche motivo, non riescono a lasciar andare e così si aggrappano volontariamente a qualcosa di impossibile. Il masso insormontabile del perfezionista è l’aspettativa di essere impeccabile, il suo aggrapparsi ai semi di melone selvatico simboleggia il panico di commettere un errore.
Caso 1-1: La sposa che non osa
Lo psichiatra riceve una mail dall’infermiera ventitreenne Lore H. con il seguente testo:
«Allora, è da un anno e mezzo che sono fidanzata con un medico molto gentile e finora non sono riuscita a convincermi a sposarmi. In realtà non ci sono motivi contro il matrimonio. Gli voglio davvero molto, molto bene e ho anche paura di perderlo. Ma le mie emozioni impazziscono appena la cosa si fa concreta.
Subito dopo il fidanzamento ho avuto un attacco di panico. Non riuscivo a dormire, non mangiavo, ero triste, i pensieri giravano in testa, avevo paura di morire, o che qualcuno a me caro potesse morire, paura di dover troncare la relazione. In quel periodo mi è stato molto difficile portare avanti il mio lavoro. Avevo l’impressione di non essere capace di vivere la vita, vivevo in un conflitto interiore, avvertivo un senso di vuoto e mancanza di significato. Il periodo successivo è stato segnato da un’altalena emotiva.
Fino a quel momento, fondamentalmente, non conoscevo tali conflitti emotivi. È stato molto duro da sopportare, ma non ho cercato aiuto medico. Pensavo che lo yoga mi sarebbe stato d’aiuto, ma il concentrarmi su me stessa ha solo peggiorato tutto.
Inoltre, ho notato che, appena mi si presentano situazioni stressanti e sfide, tornano anche le paure, le preoccupazioni, ecc. Ho parlato poi con un’amica che soffriva di sindrome da sovraccarico. Aveva sintomi simili ai miei. Dopo aver parlato con lei, ho deciso di cercare un aiuto professionale. Sono andata dal medico, che mi ha messa in contatto con una psicoterapeuta. Con lei ho parlato di come trascorro il mio tempo. È venuto fuori che lavoro 65 ore a settimana e dedico pochissimo tempo a me stessa o al rapporto con il mio compagno. La terapia mi ha aiutata, ma ancora succede che, appena io e il mio fidanzato proviamo a fissare una data concreta per il matrimonio, vengo sopraffatta da una paura che sfocia persino in attacchi di panico. Fondamentalmente, faccio molta fatica a prendere decisioni. Prima di scegliere il nuovo reparto dove lavorare, ho avuto dubbi, preoccupazioni e timori. Ma ora che ci lavoro, tutto sommato va bene.
Ho paura di questa decisione, di sposarmi. Ma vorrei davvero prendere una decisione. Tuttavia, le mie emozioni mi paralizzano. Appena inizio a rimuginarci, emergono emozioni negative che mi rendono la vita difficile. Non ci sono ragioni razionali contro il matrimonio. La nostra relazione va molto bene. Quindi non capisco perché le mie emozioni vadano fuori controllo. Mi rendo conto che voglio, ma che non riesco. Mi sento impotente. Inoltre, io e il mio fidanzato abbiamo notato che, alla fine del mio ciclo, il mio umore diventa più negativo».
Ogni persona porta dentro di sé due desideri fondamentali, che spesso sono difficili da conciliare: il desiderio di libertà e quello di sicurezza. La sicurezza è qualcosa di prezioso e tutti la desiderano, ma i perfezionisti la desiderano un po’ troppo. Perché più si è sicuri e meno si rischia di inciampare nei propri errori o di fallire.
Per questo, nella società perfezionista di oggi, bisogna assicurarsi contro e per ogni cosa: infortuni, furti, edifici, auto, animali, vita, beni domestici, pensione, responsabilità civile, grandine, credito, tutela legale – e così, tutte le minacce vengono eliminate e ci sentiamo tranquilli.
Lore H., che è figlia del suo tempo, vuole sapere tutto con precisione, al 100%. Ma la paura perfezionista la paralizza, blocca gli ingranaggi della sua vita, la macchina si ferma e niente va più avanti. Non ci vuole molta fantasia per immaginare che non tutti i perfezionisti riescono a superare questo limite. Spesso il perfezionista aspetta così tanto che il partner annulla il matrimonio: il perfezionismo può ostacolare la vita, renderla rigida e impedirne lo sviluppo. Spesso il panico fa sì che il proprio obiettivo di vita venga mancato – in questo caso, il matrimonio.
Nella ricerca psicologica esistono molte definizioni del perfezionismo. Una delle più comuni, anche se un po’ complessa, è quella degli psicologi Joachim Stöber e Kathleen Otto dell’Università Martin-Lutero di Halle-Wittenberg, del 2006: «Il perfezionismo è comunemente concepito come uno stile di personalità caratterizzato dalla ricerca dell’impeccabilità e dal fissare standard di prestazione eccessivamente elevati, combinati alla tendenza a valutare le proprie azioni in modo eccessivamente critico»⁵.
Come definizione si è affermata quella delle terapeute comportamentali Sabine Wilhelm e Gail S. Stakete della Boston University, dallo stesso anno. Esse ritengono che il perfezionismo possa essere definito come la convinzione che (a) per ogni cosa esista una soluzione perfetta e che (b) sia possibile e (c) desiderabile fare una cosa (d) perfetta (cioè, senza errori), e che (e) anche piccoli errori avranno conseguenze molto gravi⁶.
¹ Termine coniato nel 1990 da Foster Cline e Jim Fay per indicare quei genitori che sorvegliano costantemente i loro figli, intervenendo in ogni aspetto della loro vita. Sul tema cfr L. Greiner e C. Padtberg, Genitori elicottero. Come stiamo rovinando le vite dei nostri figli, Feltrinelli, Milano 2019. Questa e tutte le note del libro a eccezione di quella a p. 23 sono a cura del traduttore.
² N. Spitzer, “Die therapeutische Verringerung einer modernen Tugend? Perfektionismus kognitiv umstrukturieren” [“La riduzione terapeutica di una virtù moderna? Ristrutturare cognitivamente il perfezionismo”], Verhaltenstherapie & psychosoziale Praxis, 41 (2009), pp. 359-373, versione italiana a cura del traduttore.
³ Cfr P. Sloterdijk, Du musst dein Leben ändern, Suhrkamp, Francoforte sul Meno 2009 (Devi cambiare la tua vita, trad. it. di S. Franchini, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010).
⁴ P. Watzlawick, Anleitung zum Unglücklichsein, Piper, Monaco 2007 (Istruzioni per rendersi infelici, trad. it. di F. Fusaro, Feltrinelli, Milano 2013), versione italiana a cura del traduttore
⁵ La citazione originale in lingua inglese è più scorrevole: «Perfectionism is commonly conceived of as a personality style characterized by striving for flawlessness and setting of excessively high standards for performance accompanied by tendencies for overly critical evaluations of one’s behavior», J. Stöber, The psychology of perfectionism: Theory, research, applications, Routledge, Regno Unito 2018, pp. 3-16, versione italiana a cura del traduttore. Sull’argomento cfr anche J. Stöber e K. Otto, “Positive conceptions of perfectionism: approaches, evidence, challenges”, Personality and Social Psychology Review, 10 (2006), pp. 295-319.
⁶ Cfr S. Wilhelm e G.S. Steketee, Cognitive therapy for obsessive-compulsive disorder: A guide for professionals, New Harbinger, Oakland 2006.