«Il pericolo maggiore che possa temere l’umanità non è una catastrofe che venga dal di fuori (….), è invece quella malattia spirituale – la più terribile, perché il più direttamente umano dei flagelli – che è la perdita del gusto di vivere».
Le parole scritte settant’anni fa dal teologo gesuita Theillard de Chardin vibrano ancora oggi in tutta la loro attualità. Quando non sappiamo dare un senso all’esistenza, la realtà si presenta come qualcosa di ostile e il buio sembra prevalere. Solo una luce, anche piccola, che si accende può rilanciare la vita, può aiutarci a ripartire: per questo sono preziosi gli incontri con persone, luoghi, accadimenti che ci aiutano ad alzare lo sguardo, ad accorgerci che ci sono motivi per continuare o per tornare a sperare.

Nel libro Cento ripartenze. Volume 2 (Itaca edizioni, Castel Bolognese 2025, pp. 128, € 12), Giorgio Paolucci – giornalista e scrittore, già vicedirettore di Avvenire – torna a raccontare storie di persone che, dopo avere vissuto momenti di fragilità hanno potuto dare una direzione nuova alla loro esistenza. In epoche e circostanze diverse, come per un misterioso disegno di bene che presiede la vita dell’umanità. Di seguito proponiamo tre stralci tratti da questo libro che si propone come una iniezione di speranza in un mondo che rischia di restare prigioniero del cinismo, della paura o dell’indifferenza.
Abbracciosa
Elisabetta si definisce una donna “abbracciosa”. Un neologismo che descrive il suo modo di lavorare e di vivere: si sente la mamma di altre mamme e dei loro piccoli figli che vivono nella casa-famiglia “Ciao”, al quartiere Stadera di Milano. Qui vengono ospitate donne che hanno commesso reati e che in questo luogo scontano la pena a cui sono state condannate in alternativa alla detenzione in carcere, che certo non è il luogo ideale dove far crescere dei bambini. Elisabetta, che della casa-famiglia è la responsabile, è una produttrice seriale di abbracci verso quelle donne. E loro chiedono di essere abbracciate, non vogliono sentirsi schiacciate sotto il peso dei reati, ma accolte e rilanciate nella vita. Attraverso il lavoro, la cura dei figli, l’amicizia con le altre mamme ospitate cercano una seconda possibilità. In questo posto la fragilità è all’ordine del giorno, ma non diventa mai l’ultima parola. Quando qualcuna delle ospiti conosce momenti di sconforto, Elisabetta l’abbraccia e la porta con sé a leggere insieme un cartello che campeggia nel corridoio della casa, dove sta scritto: «In questa casa siamo reali, a volte sbagliamo, ci divertiamo, diamo seconde possibilità. Chiediamo scusa, ci abbracciamo, siamo vitali, perdoniamo. Siamo una famiglia».
Terza gravidanza
Nell’Italia che non fa più figli e dove la gravidanza è un evento eccezionale, ci si può stupire della normalità. Anna ha30 anni, è alla terza maternità, un giorno va in ospedale a fare tre prelievi di sangue per verificare l’andamento del diabete gestazionale. Mentre è in sala d’aspetto per il primo prelievo, un’infermiera che aveva conosciuto in occasione delle precedenti gravidanze le racconta della figlia della sua stessa età, che non vuole saperne di avere bambini. Dopo un’ora, al secondo prelievo, le dice: «Tu e tuo marito siete proprio delle brave persone per avere così tanti figli. Sarà dura con tutti questi piccolini… tu lavori?». Anna risponde: «Per ora no, ma a breve tornerò a lavorare». Terzo prelievo, l’infermiera domanda se vorrebbe avere altri figli, Anna dice che sì, ne vorrebbe altri, che è grata a Dio che le ha dato tanto, è grata del bene che le vuole suo marito e ha scoperto che donandosi la vita diventa fruttuosa, bella: qualche chilo in più e tanta gioia. La donna la guarda e sussurra: «Mi fa proprio bene vedere persone così, porti speranza in questo mondo. Oggi racconterò a mia figlia di te». Nella sala d’aspetto di un ospedale, un incontro che tocca il cuore di una donna stupita dalla potenza di una testimonianza ordinaria e insieme eccezionale.
Compagni di strada
Li ho conosciuti una sera accompagnando a Bergamo due amici che mi avevano raccontato le fatiche legate a un figlio precipitato nell’abisso della droga. Nel salone affollato ci sono loro, i Compagni di strada. Padri e madri con figli alle prese con vicende analoghe a quelle con cui si misurano i miei amici: dipendenze, psicopatologie, devianze, fragilità. Quello che mi sorprende è il clima che si respira: a dominare sono i sorrisi e gli abbracci, non la disperazione. Chiedono consiglio, mettono in comune domande, paure, speranze e tentativi di soluzione, si scambiano indirizzi e telefoni utili. Al centro ci sono loro, genitori con un carico di sofferenza e il desiderio di aiutarsi reciprocamente a partire dalla certezza che c’è un bene possibile per sé e per i figli, un bene da ricercare continuamente. Insieme. In questi anni tra i “compagni” sono nate intense amicizie, momenti di convivenza, gite, vacanze. Tanta vita. Valerio, il presidente, racconta: «Molti di noi vivevano schiacciati dal “problema”, nel tempo sono diventati consapevoli di quanto è necessario l’ossigeno che viene da questa compagnia. Come possiamo aiutare i nostri figli se i primi a traballare siamo noi? Potrebbe accadere che non cambino, ma non possiamo mettere in pausa la nostra vita aspettando il loro cambiamento. La vita è adesso».