Vi proponiamo un estratto di Come vivere liberi essendo sé stessi (Ares, pp. 168, € 14), l’ultima novità della collana Famiglia & educazione. Scritto da Aniceto Masferrer, si tratta di un nuovo capitolo dedicato alla crescita personale che presentiamo per la prima volta in traduzione italiana, a cura di Cristiana Longhi.
Pubblicato in lingua spagnola nel 2024 (Cómo vivir en libertad siendo uno mismo, Grupo Editorial Fonte), questo agile volumetto dedicato al grande tema della libertà come frutto di una vita autentica ha ricevuto un’accoglienza tanto calorosa da essere ora arrivato alla sua terza edizione ed essere approdato anche negli Stati Uniti in lingua inglese. Masferrer è professore è professore ordinario di Storia del diritto e delle istituzioni presso l’Università di Valencia, molto attivo sui canali social per la divulgazione (youtube e instagram).
Libertà e autenticità
Come si fa a vivere liberi essendo sé stessi? A questa domanda, che ognuno di noi si è posto almeno una volta nella vita, Aniceto Masferrer prova a rispondere con questa piccola, preziosa guida, che accompagna il lettore in un percorso di graduale accettazione di sé. Questo, infatti, è il primo passo per vivere in libertà: conoscersi, accettarsi e perdonarsi, sono tre momenti fondamentali per costruire nel tempo il proprio «progetto personale», unico e irripetibile, che riempia di senso ogni istante della vita.
Così, giorno dopo giorno, possiamo conquistare una libertà vera, lontana dalla frenesia e dal rumore dei miti postmoderni. Una libertà ispirata dalla ricerca del bello e del buono, perché la nostra vita sia qualcosa di grande, con la consapevolezza che la felicità non è solo la fine del viaggio, ma il viaggio stesso.
Leggi di seguito un estratto dal libro
Introduzione – Il mito postmoderno della libertà
Il film Catwoman (2004) mostra come la sua protagonista, Patience Phillips (Halle Berry), subisca una trasformazione radicale in un momento difficile della sua vita, passando dall’essere una donna sottomessa e compiacente a una con una forza, un’agilità e una sensibilità dei sensi tali – acuti come quelli di un gatto – da permetterle di vendicarsi dei suoi nemici. «Freedom is power», la libertà è potere, dice con orgoglio. E aggiunge: «Libertà anche di “poter” fare il male». Infatti, se ciò che è più proprio della libertà è la mera “facoltà” o “potere” di fare ciò che si vuole, è logico concludere che la libertà include anche il potere di fare il male. Chi fa il bene è libero quanto chi fa il male, purché sia ciò che vuole. Questa è una concezione nietzschiana della libertà («volontà di potenza»). È a dir poco inquietante.
In realtà, secondo il mito postmoderno della libertà, ciò che si vuole è buono e ciò che non si vuole è cattivo. Non si accetta che qualcosa che si vuole veramente possa essere cattivo, né che qualcosa che non si vuole veramente possa essere buono. Ed è un “mito” perché la realtà stessa smentisce tale affermazione. Ma quando lo fa, e ci troviamo faccia a faccia con la realtà, a volte è tardi ed è difficile cambiare questo paradigma di libertà. Inoltre, si vive immersi in una cultura che tende verso il mito, rendendo difficile accorgersi della sua falsità e ancora più difficile andare controcorrente.
La tecnologia e i social network sono l’incarnazione più eloquente di questo mito della libertà e possono diventare, per milioni di persone, la fonte principale per plasmare questa concezione di libertà, non teoricamente ma praticamente e quotidianamente, forgiando la mentalità, la condotta e la personalità morale di ogni individuo. Infatti, i social network ci permettono di vivere e goderci la realtà che desideriamo in modo facile, veloce e agile, colmando di piacere i sensi – ben oltre le possibilità di un gatto.
Lì lo spazio non è un problema: si può essere ovunque in qualsiasi momento, anche in più luoghi contemporaneamente. Si può arrivare a sentirsi onnipotenti: non solo godendo del dono dell’ubiquità o superando il senso del limite, ma anche potendo vedere, viaggiare, fare acquisti, parlare… con un semplice clic. È possibile mostrarsi agli altri come si vuole, frequentare alcune persone, evitarne altre e così via. Sui social è più facile apparire per ciò che non si è o mascherare ciò che si è. Lì, essere in gamba è relativamente facile. Nella sfera virtuale, si può coltivare e alimentare la propria immagine, il proprio aspetto, il proprio “alter ego”, la persona che si vorrebbe essere ma che non si è.
Da qui il fatto che i social network sono, in realtà, una grande vetrina, piena di bei manichini ben vestiti, come quelli che si trovano nei grandi magazzini. Vite senza volti reali che nascondono, nel profondo, un vuoto e una sete di autenticità impossibili da placare attraverso l’esercizio di quella libertà di “poter” fare quello che si vuole, purché gli altri siano contenti, non restino delusi e non pensino che io sia ignorante o troppo intelligente. In questo caso la paura di essere deriso o giudicato dagli altri sembra essere attenuata, perché l’altro non è presente, e quando lo è, probabilmente, non lo sono io. Tuttavia, questa grande vetrina impedisce di essere sé stessi, di pensare con la propria testa, di esprimere ciò che si pensa e tanto meno di sviluppare un progetto personale unico, originale e attraente per il quale si è disposti a fare qualsiasi cosa.
È una vera e propria farsa. Una vita superficiale. Un vivere senza vivere. Non si sa veramente chi si è, come si è o a cosa si serve. E se lo si sa, ce ne si vergogna, al punto da arrivare a odiarsi, in parte o del tutto. Se a tutto questo si aggiunge il passato, quelle parti più oscure della propria esistenza, il peso che ci si porta dietro, anche da giovanissimi, può diventare (quasi) insopportabile.
Ci si affanna per non perdersi niente, ma senza riuscire a placare la sensazione interiore di vuoto, di perdita di tutto, con un’abituale inquietudine, che a volte si trasforma in una sorta di angoscia malinconica che può sfociare in episodi di ansia più o meno prolungati e difficili da gestire. Si sente il bisogno di un’attività costante e frenetica, di stare sempre con qualcuno e di avere sempre qualcosa da guardare o da ascoltare. L’immobilità, la solitudine e il silenzio sembrano essere segni inequivocabili di caduta in disgrazia o di morte prematura.
E che rapporto ci sarà tra il fermarsi, lo stare soli e in silenzio, e la libertà? Con quasi tutto. Un giurista e filosofo tedesco del XVII secolo, Samuel von Pufendorf, sosteneva che la morale è ciò che distingue la libertà umana dal comportamento animale. E uno scienziato francese contemporaneo, Blaise Pascal, ha sottolineato, come vedremo, che nella morale la prima cosa da fare è pensare.
Chiunque voglia ripartire, uscire da questa impasse e superare il mito postmoderno della libertà che conduce inesorabilmente al vicolo cieco qui descritto, deve fermarsi a pensare. Solo così si scopre che la libertà richiede di vivere intensamente e pienamente la propria vita, di essere protagonisti – e non osservatori –, di prendere il controllo della propria vita, della propria biografia. Come si può vivere in questo modo, esercitando la libertà in questo modo? Si può riassumere in tre idee o passi fondamentali:
- Conoscere e accettare ciò che ci viene dato: conoscenza e accettazione di sé stessi. Conoscere la realtà, a partire da sé stessi, e accettarla: accettarsi così come si è, con le proprie luci e ombre. È la prima condizione per una vita realizzata. E per questo è necessario conoscersi, sapere cosa ci è stato dato, cosa abbiamo incontrato e da chi abbiamo ricevuto l’amore di cui abbiamo goduto. Questa conoscenza e questa accettazione risvegliano la meraviglia e la gratitudine, ci ancorano alla realtà e ci proteggono dal pericolo di vivere nell’ignoranza, nella menzogna o nell’apparenza. Solo a partire dalla verità di ciò che si è si può costruire un progetto personale e autentico, senza dover mendicare l’approvazione e la stima degli altri.
- Decidere cosa si vuole diventare: progetto personale e relazioni umane. Affinché l’esercizio della libertà abbia un senso che vada oltre una somma disordinata di scelte banali, è necessario un progetto personale che orienti tutta la vita e che non sia autoreferenziale, e quindi che metta gli altri al centro. La conoscenza della realtà e di sé stessi permette di costruire, in modo unico e originale, la propria vita, ciò che si vuole diventare, senza perdere il contatto con la realtà, portando a pienezza ciò che si è, le proprie potenzialità, ciò a cui ci si sente chiamati. Il progetto personale e le relazioni umane sono fondamentali, perché danno senso, profondità e prospettiva alla propria vita.
- Realizzare questo progetto nel tempo esercitando la propria libertà: per realizzarsi e crescere come persona è necessario il tempo. Ma non basta lasciarlo passare. Dall’uso che se ne farà dipenderà, in larga misura, la possibilità di diventare ciò che si desidera essere, di portare a compimento il proprio progetto personale, quella biografia unica e irripetibile, ciò che si vuole fare della propria vita. Per farlo, si dovranno superare alcune concezioni errate del tempo, molto presenti in questa società postmoderna (narcisismo, edonismo e utilitarismo), che minacciano di erodere non solo ciò che si desidera diventare, ma persino ciò che è stato dato e costituisce il proprio punto di partenza. Qui è fondamentale l’esercizio della libertà, intesa più come conquista che come mera somma di scelte banali e passeggere. Attraverso l’esercizio della libertà si potrà realizzare il proprio progetto personale e dispiegare la propria personalità, con tutta la sua ricchezza e il suo potenziale. Non accontentatevi di meno. Don’t try. Just do it! Make it real! [Non provarci. Semplicemente fallo! Rendilo reale!]
Non è quindi possibile vivere in libertà e dispiegare il proprio potenziale unico e irripetibile, senza accettarsi, senza avere un buon progetto personale e senza essere in grado di realizzarlo nel tempo.