Copertina di "Fermagenesi" di Isabella Bignozzi, Anterem edizioni 2025

Un libriccino di poche pagine, meno di 50, ma rigoroso e denso come pochi  (Anterem edizioni, Verona 2025, pp. 47, € 9). Al centro della meditazione poetica di Isabella Bignozzi c’è, niente di meno, l’anima, che, secondo san Tommaso «è in qualche modo tutto» (Anima est quodammodo omnia). L’anima è quindi l’inizio, il punto da cui partire, biblicamente la Genesi, il primo libro della Bibbia: «In principio Dio creò il cielo e la terra».

Ma quello di Isabella Bignozzi è un libro di poesia, o di prosa poetica, non di riflessione teologica o filosofica: pur ponendo al centro del suo lavoro il tema del sacro, lo svolge per immagini, frammenti, echi, bagliori, colori:«il libro è soprattutto una fantasmagoria del rosso», scrive Cristiana Panella su Pangea, pur avvertendo che «rosso non è un colore, è perenne gioco di specchi tra l’arsura del credente nella sua protensione e la fiamma del Sacro Cuore». Leggiamo l’incipit di Fermagenesi:

«Rossi erano i cuori, battenti, un attimo prima del mondo».

È il fil rouge del libro, è il caso di dire. Un rosso sangue, un cuore sanguinante d’amore, implorazione e ricerca d’amore fino allo spasimo, il Sacro Cuore rivelato da Cristo a santa Margherita Maria Alacoque, la grande mistica francese del Seicento, alla quale Gesù rivolge il suo grido accorato: «Almeno tu amami!», congiungendo così la mendicanza d’amore dell’uomo a Cristo con la mendicanza di Cristo del cuore dell’uomo, secondo le parole di don Luigi Giussani.

La devozione al Sacro Cuore è il fondamento dell’atto della riparazione, riflette don Divo Barsotti, sacerdote e mistico toscano: base dell’unità tra gli uomini: «Quel che l’amore vuole è l’unità. L’amore è forza divina che supera le distinzioni e compie ogni unità» (D. Barsotti, La mistica della riparazione). Non diversamente, san Francesco, piangendo prostrato a terra esclamava: «L’Amore non è amato».

Su questo impianto solidissimo, Bignozzi fonda il movimento incessante della sua voce, in una metamorfosi continua nella profondità dell’istante. Tra immobilità e movimento non c’è contraddizione, ma fusione e tensione: sono «movenze immobili, piene di vocazione, piene di cammino», annota. «Fermarsi non significa arrestarsi ma cogliere il nucleo vitale dell’attimo», ha scritto Antonio Corona. Stanno insieme la conchiglia e il germoglio che «irradia al dopo, ma fermo nella sua genesi»; entrambi trattengono l’infinito nel finito, il «tutto nel frammento», secondo una celebre espressione di von Balthasar, come l’eco del mare custodito nella conchiglia. Noi, finiti, «eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere, la marcia sulla via illuminata dalla luce» (T.S. Eliot, Cori dalla Rocca). La genesi è interminata, «fermagenesi è l’ossessivo germogliare del rosso aperto»: la genesi non è finita, continua: chi darà una mano a Dio? Sale il grido, nel solo «braciere della preghiera», mentre «dal nucleo continua a generarsi genesi», da «un plotone di cuori battenti nelle fiamme».

Drammatico e lieto è il confronto con l’Assoluto. Alla fine (o all’inizio?) «ciò che placa è lo stare in ginocchio: nella nuda resa s’incontra l’eterno», scrive, in una vibrazione che richiama Rebora e Dostoevskij, e il suo «inchinarsi dinanzi all’infinitamente grande» dei Demoni. Incerto e provvisorio è sempre il nostro grido, «sempre randagio, della preghiera». «Fermagenesi», però, «non demorde», il cuore battente pulsa, sempre nell’umiltà del suo farsi, come i rami «nella loro quiete», che adorano «nel sole l’umile eternità». Perché «non sia dimenticato che pieno d’oro è il salire. Pieno di spettacolo». Attimo e durata, «fiore di ogni tenebra». Nella nostra fragilità, «come sbandiamo da vivi, come obliqui avanziamo in pendenza fragile». Eppure, siamo «qualcosa che rimane»: siamo «quasi nulla», diceva Leopardi in Sopra il bassorilievo di una bella donna: «Natura umana, or come / Se frale in tutto e vile, / Se polve e ombra sei, tant’alto senti?”: “Misterio eterno / Dell’essere nostro», concludeva il poeta. Questo «quasi nulla che siamo», ripete Bignozzi. Così, tremando, appesi a questo “quasi”, possiamo dire che «mai perduto è stato l’amore». Il movimento all’indietro è un procedere verso l’origine come fonte, «ma anche come luogo destinale», chiosa Annalisa Rodeghiero. «Dove stiamo andando?», chiede Enrico di Ofterdingen, il protagonista dell’omonimo romanzo incompiuto di Novalis: «Sempre a casa», gli risponde la misteriosa fanciulla apparsa al suo fianco. La ricerca dell’oltre è ricerca dell’origine.

Con «tutta l’eleganza della sparizione», occorre «franare dentro fino in fondo, schiantarsi nella salvezza», anche se «siamo fatti di sconfitta, clessidre in cui neonati già moriamo», scrive Bignozzi, echeggiando Seneca. Amati, nel nostro essere quasi nulla. «Prima di tutto, alla poesia serve cuore. Una semplicità spogliata, non banale, che affidi intuizioni minime e vere a una nudità d’intento, senza pretese di sistema. È solo in questa povertà vigile che l’immenso può adagiarsi e prendere forma, generando feconda discrepanza», ha detto l’autrice in una recente intervista. Invochiamo allora il Tu che salva: «Nel rosso cuore mio battente si posa il tuo nome, subito accanto alla paura, un attimo prima del mondo».