Ugo Finetti, giornalista e scrittore. In Rai dal 1978 al 2008, è stato caporedattore e responsabile di programmi televisivi e radiofonici in particolare sui Paesi dell’Unione europea; direttore di Critica Sociale, vicepresidente del Centro Studi «Grande Milano» e presidente dell’Isap (Istituto per la Scienza dell’Amministrazione Pubblica) dal 2011 al 2014. Tra i suoi libri: La Resistenza cancellata (Ares 2003), Storia di Craxi (Boroli 2009), Botteghe Oscure. Il Pci di Berlinguer e Napolitano (Ares 2016).
Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi.
Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.
(art. 7 Cost.)
I lavori dell’Assemblea costituente tra novembre 1946 e marzo 1947 sull’art. 7 della Costituzione rispecchiano una svolta all’indomani della nascita dell’Italia repubblicana: il massimo di convergenza tra democristiani e comunisti coincide con la prefigurazione di una nuova coalizione di governo senza i comunisti ovvero il passaggio dall’unità antifascista allo scenario della Guerra fredda.
La stagione dell’Assemblea costituente era iniziata con l’irruzione di una piena libertà insieme a una grande partecipazione popolare. «La Costituzione italiana», scrive Valerio Onida, «nasce in un Paese che aveva appena cominciato a sperimentare il passaggio dal parlamentarismo elitario del primo Ottocento – bruscamente interrotto dall’esperienza del fascismo – alla democrazia di massa»1.
Si tratta di un punto cruciale del periodo finale (giugno 1946 – gennaio 1948) di quello che è ricordato come il “ quinquennio rivoluzionario” (luglio 1943 – inizio 1948) in cui però «nei momenti più acuti della crisi il giuoco delle forze politiche», sottolinea uno dei protagonisti della Costituente, Piero Calamandrei, «non poté mai svolgersi liberamente, perché esse dovettero per legge di guerra accettare la disciplina imposta dal governo militare alleato, la cui volontà deve essere sempre considerata come elemento preminente, anche se non sempre apparente, di tutti i compromessi costituzionali che impedirono o rinviarono soluzioni più nette e definitive»2.
A ciò si aggiunge «il paradosso che segna la nascita di questa nostra Carta repubblicana che», come sottolinea il costituzionalista Enzo Cheli, «viene sì approvata a larghissima maggioranza, ma da una maggioranza che al momento del voto politicamente non esiste più» dalla primavera del 1947. Il risultato fu – prosegue Cheli – «una Costituzione “debole” per l’elevato grado di disomogeneità delle forze politiche che l’avevano prodotta e che dovevano applicarla» e che videro completare la stesura della Costituzione secondo «l’ansiosa ricerca di un “compromesso” di alto profilo in grado di avvicinare le diverse posizioni, fondato cioè su elementi etici ancor prima che politici e in grado di sorreggere le basi ideali della nuova “Patria comune” che si intendeva costruire»3.

La firma dei Patti Lateranensi: a destra Benito Mussolini e a sinistra il cardinale Pietro Gasparri, rappresentante Pio XI.
La Repubblica dei partiti
Per comprendere il reale significato degli articoli della Costituzione occorre quindi conoscere i lavori della Costituente e il retroterra sociale e culturale dei partiti. Non fu infatti una restaurazione dell’Italia prefascista, anche se i principali leader ne erano provenienti.
La Dc significa anche la Fuci e il Movimento dei laureati, l’Università Cattolica con le sue pubblicazioni insieme a Cronache sociali di Dossetti.
Prende infatti forma una Repubblica dei partiti che è anche una “Repubblica delle riviste”: ogni partito ha più testate politico-culturali e diverse iniziative editoriali fanno capo a ogni partito e anche al di fuori di essi al fine di influenzarli come Il Ponte di Piero Calamandrei, Belfagor di Luigi Russo o Comunità di Adriano Olivetti. Il Pci che esce dalla clandestinità non è un mero ritorno al passato, ma tra dogmi e ricerca di vie nuove rappresenta un arco che dalla Cgil abbraccia l’intellettualità della casa editrice Einaudi. Nascono Il Politecnico di Elio Vittorini insieme a Società e Rinascita, più legate al vertice del partito.
A sua volta il Partito socialista esprime un’area che va dall’imprenditore Adriano Olivetti al fondatore del Movimento di Unità proletaria, Lelio Basso (poi fusosi con il Psi di Nenni e Saragat assumendo la denominazione Psiup). Fiorisce una miriade di pubblicazioni socialiste con voci che influenzano la Costituente: Critica Sociale dei seguaci di Filippo Turati, la Rassegna dell’istituto di Studi socialisti di Rodolfo Morandi con Massimo Severo Giannini, Europa socialista di Ignazio Silone, Quarto Stato di Lelio Basso, L’Umanità di Saragat con Giuliano Vassalli e L’Internazionale dei giovani Rino Formica e Giorgio Ruffolo4.
Fu una stagione in cui la ritrovata libertà si tradusse in forte dialettica tra le forze politiche, che dettero vita a tre governi con formule diverse e contraddittorie, e anche in forti contrasti all’interno dei partiti.
Nella Dc Alcide De Gasperi sotto l’incalzare polemico del gruppo dossettiano è costretto a dimettersi da segretario nazionale5. Il Pci, pur con il regime monolitico del centralismo democratico conosce momenti critici con la segreteria nazionale più volte modificata e vede il suo indiscusso leader Palmiro Togliatti messo sotto “processo” all’inizio e alla fine della Costituente: dopo il voto del 2 giugno in Direzione per il deludente risultato6 e nel settembre del 1947 alla riunione del Cominform per come il Pci si è fatto estromettere dal governo7.
A sua volta il Partito socialista vive mesi agitati nel crescente contrasto tra filocomunisti e autonomisti che sfocerà nella drammatica scissione del gennaio 1947 che destabilizzerà la stessa assemblea, determinando la fine della collaborazione tripartita e l’inizio dei governi centristi.
La discussione che ebbe luogo per definire l’articolo 7 della Costituzione è quindi particolarmente illuminante in quanto si svolge in settimane di crescente criticità della vita dell’Assemblea.
La prima proposta che prevedeva la definizione dei rapporti tra Stato e Chiesa (originariamente come art. 5) venne licenziata il 21 novembre 1946 dalla Prima Sottocommissione «che operò sin dall’inizio una scelta di fondo: dei progetti presentati dai due relatori, Dossetti e Cevolotto, scartò il secondo (di ispirazione liberale e separatista, imperniato sull’esclusivo riconoscimento della libertà religiosa individuale) e fece proprio il primo, nel quale veniva toccata la tematica dei rapporti fra lo Stato e le istituzioni religiose presenti in Italia con particolare riferimento (per ragioni storiche oltre che sociali) alla Chiesa cattolica»8.
Il dibattito in aula sull’articolo diventato 7 presentato nel marzo 1947 vede anche una contrapposizione tra i socialisti di Nenni che sono contrari e i comunisti di Togliatti invece favorevoli.
In gennaio al congresso socialista si è verificata la scissione che, in verità, fu un’espulsione. Il congresso fu infatti convocato all’improvviso con svolgimento precipitoso al fine di approvare un nuovo statuto con il divieto di correnti di opposizione9.
L’11 gennaio escono 52 deputati su 115 e Saragat, che li ha capitanati, si dimette da Presidente dell’Assemblea costituente mentre Nenni lascia il governo. Si apre quindi la crisi ministeriale.
4 marzo: inizia la discussione generale
De Gasperi, che è appena rientrato dagli Stati Uniti (dove dallo status di Paese “sconfitto” è stato tratto a quello di Paese “alleato”), il 15 gennaio incontra prima Nenni, poi Saragat e il 20 Togliatti. La preoccupazione di De Gasperi è quella di mantenere ancora in vita una larga maggioranza in previsione della dolorosa firma del Trattato di pace e, insieme, del controverso inserimento dei Patti lateranensi nella Costituzione. Si adopera quindi per formare un nuovo esecutivo con comunisti e socialisti che nasce il 2 febbraio. È quel che il liberale Orlando nel suo intervento del 10 marzo definirà il «direttorio» ovvero «trinomio De Gasperi-Nenni-Togliatti»10.
L’elaborazione della Carta subisce una brusca accelerata: a fine febbraio il Comitato istituito per la redazione dei testi conclude i lavori11 e il 4 marzo inizia la discussione generale per l’approvazione dei singoli articoli in modo solenne, ma in un’aula semideserta come lamenta il Presidente – il comunista Umberto Terracini che è succeduto a Saragat – nel constatare che la maggioranza dei suoi membri è assente.
La questione dei Patti lateranensi è tra i primi argomenti da affrontare dopo che il Comitato dei 18 (10 contro 8) aveva approvato il testo presentato dal democristiano Tupini con cui il Concordato e il trattato del Laterano sarebbero inseriti nella Carta. Proprio l’argomento sollevato dagli oppositori circa il contrasto tra i testi del 1929 e la Costituzione che si sta approvando irrigidisce la posizione democristiana: «Per la Dc, includere esplicitamente i Patti nel quadro costituzionale significava pertanto proteggerli da una eventuale dichiarazione d’incostituzionalità»12.
Per comprendere inoltre le ragioni della divaricazione che si produrrà nel voto in aula tra socialisti e comunisti occorre tener presente anche le diverse interpretazioni delle prospettive politiche che animano in quel momento i due leader di sinistra. Nenni nella durezza dello scontro con Saragat intravede la prefigurazione di un dissolversi dell’alleanza governativa che si era formata nel 1944 nel segno dell’unità antifascista. Togliatti invece è convinto che l’alleanza con la Dc può ancora durare a lungo.
Per Nenni – così replica a Togliatti alla vigilia del voto il 25 marzo – nell’opposizione socialista all’art. 7: «C’è una questione di coscienza e di principio e non si può accettare la posizione dei comunisti»13. Le «questioni di principio», insiste Nenni «si richiamano alla nostra concezione dello Stato laico» e le «questioni di merito» riguardano i vincoli presenti nel Concordato in contrasto con il testo costituzionale che si sta approvando. La contestazione riguardava in particolare l’art. 1 (la religione di Stato), l’art. 5 (la necessità dell’autorizzazione del Vaticano per mandare la forza pubblica negli edifici religiosi) e l’art. 36 (l’insegnamento obbligatorio della religione).
Per Togliatti invece è materia trattabile: «In fondo», replica a chi nel Pci non vuol votare l’art. 7, «non si tratta di una questione di principio, ma solo di tattica contingente»14.
Togliatti però inizialmente si muove non in rottura con i socialisti. Il 28 febbraio al Comitato centrale del Pci dichiara di «non accettare un compromesso che dia alla Dc un risultato sostanziale» e cioè il Concordato nella Costituzione15.
Quale compromesso?
Ancora l’11 marzo in aula il segretario del Pci dichiara: «L’inserimento dei Patti lateranensi nella nuova Costituzione non è da noi approvato. Quando volete farci tornare alla religione di Stato ci volete far tornare a qualche cosa che la nostra coscienza non può accettare»16.
Togliatti vuole comunque evitare lo scontro con De Gasperi e quindi sollecita il presidente comunista dell’Assemblea, Terracini, a convocare «essendo pressoché pari le forze favorevoli e contrarie all’art. 5, per non giungere a una spaccatura dell’Assemblea costituente Orlando, Bonomi, Ruini, Togliatti, Nenni e Tupini per cercare una formula di compromesso»17. È in questa riunione che il segretario del Pci propone l’accettazione dei Patti in Costituzione se però accompagnata da un documento che impegna alla revisione del Concordato. Nel Pci in effetti c’è avversione all’inclusione dei Patti siglati con Mussolini nella Carta.
Ancora il 20 marzo Giancarlo Pajetta, parlando in aula a nome del Pci, annuncia che «non voterà l’articolo 5 così com’è». Nenni annotandolo nel suo diario aggiunge: «Sembra che nel gruppo comunista ci sia battaglia e che Scoccimarro [che è stato alla guida del Pci fino al rientro di Togliatti da Mosca, ndr] e Gullo [che ha sostituito Togliatti come ministro della Giustizia, ndr] siano per una politica più intransigente di quella di Togliatti»18. Nenni confida inoltre nel fatto che i liberali non saranno compatti nel voto in aula: Croce, Nitti e Orlando si erano dichiarati contrari all’art. 519.
E appunto il 20 marzo Lelio Basso presenta l’emendamento socialista per evitare il riferimento esplicito ai Patti Lateranensi: «I rapporti tra lo Stato e la Chiesa cattolica sono regolati in termini concordatari».
Ha quindi luogo una prova di forza tra De Gasperi e Togliatti. Il leader democristiano procede con determinazione anche perché ha alle spalle, nel partito, l’appoggio convinto della stessa ala di sinistra più aperta al Pci guidata da Giuseppe Dossetti.
Dossetti, infatti, dichiarava «grande ammirazione» personale per il leader comunista che considerava un suo «fecondatore sul piano della riflessione costituzionale»20, tanto da citare positivamente la Costituzione sovietica del 1936. Il rapporto tra il segretario del Pci e il leader dei “professorini” della sinistra Dc influenzò i lavori della Costituente. Da un lato c’è quella che lo storico socialista Gaetano Arfé definisce «la fragilità della dottrina marxista dello Stato»21, evidenziata da Norberto Bobbio22, che porta i comunisti a orientarsi più su una Costituzione programmatica. A questa tendenza si associa il dossettismo che aspira a «uno Stato democratico che si caratterizza per una funzione pedagogica e, in ultima analisi interventista»23. «Per compensare le forze di sinistra della rivoluzione mancata», commenta Calamandrei, «le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa»24.
Ma sui Patti lateranensi in Costituzione Dossetti contrasta Togliatti sin dall’inizio della discussione nel novembre 1946 richiamandosi persino all’enciclica Immortale Dei del 1885 di Leone XIII nella difesa del primo comma25. E in dicembre così Dossetti interviene in aula:
«Quando noi difendiamo l’art. 5 non di
fendiamo una norma che interessa solo la Chiesa, ma difendiamo una norma che non può essere isolata dalla volontà comune e dall’impegno totale per la edificazione dello Stato nuovo, genuinamente e integralmente democratico».
«L’art. 5», prosegue Dossetti, «ha una stretta, inscindibile connessione con l’art. 1 nel quale abbiamo affermato i caratteri della nostra nuova democrazia».
E sottolinea: «Si può dire che l’art. 5 contenga, veramente, l’animazione nuova delle nuove strutture economiche, sociali e politiche dello Stato italiano»26.

Gli accordi di Villa Madama: il 18 febbraio 1984 Bettino Craxi, a destra, firma la revisione dei Patti Lateranensi insieme al card. Agostino Casaro
La minaccia del referendum
De Gasperi, quindi, non accetta il compromesso proposto da Togliatti – l’impegno alla revisione del Concordato – e anzi minaccia di promuovere un referendum sulla Costituzione. In aula il leader democristiano è perentorio: «Votando contro non siamo noi, egregi colleghi che apriamo la battaglia politica, ma l’aprite voi, o meglio, aprite in questo corpo dilaniato d’Italia una nuova ferita che non so quando rimarginerà»27.
Il segretario del Pci allora cede e nel partito sostiene il voto favorevole senza condizioni. Lo annuncia nella seduta notturna della Costituente «nel suo intervento conclusivo, alquanto iperbolico» (come lo definisce lo storico Piero Craveri28). Ricorrendo a formalismi non esita a scartare anche la proposta di Lelio Basso in quanto per lui tardiva: «I dibattiti che precedono preparano i dibattiti nell’assemblea, qui ogni formula deve essere pesata». Il segretario del Pci ha anche accenti molto problematici: «Che cosa è destra e che cosa è sinistra non sempre è facile dirlo in politica»29.
Evoca a sostegno persino Antonio Gramsci: «Ricordo che Gramsci mi diceva che il giorno in cui si fosse formato in Italia un governo socialista uno dei principali compiti sarebbe stato di liquidare completamente la questione romana, garantendo la piena libertà alla Chiesa cattolica». E conclude: «Siamo convinti, dando il nostro voto all’articolo che ci viene presentato, di compiere il nostro dovere verso la classe operaia e le classi lavoratrici, verso il popolo italiano, verso la democrazia e la Repubblica, verso la nostra patria!»30.
Il discorso rappresenta quel che lo stesso storico “ufficiale” del Pci, Luciano Gruppi (curatore dell’edizione delle “Opere” del leader comunista) definisce il «voltafaccia» del partito comunista deciso alla vigilia del voto finale dalla Direzione del partito insieme al gruppo parlamentare31.
Nenni commenta: «È cinismo applicato alla politica. È la svolta di Salerno che continua, applicata questa volta alla Chiesa e ai cattolici. Togliatti crede così di salvaguardare dieci, venti anni di collaborazione con la Democrazia cristiana. Mi sembra un calcolo sbagliato da cima a fondo. Sono lieto di avere votato “no”»32.
I calcoli di Togliatti, infatti, si riveleranno illusori e ciò gli sarà contestato nel partito, all’indomani dell’estromissione dal governo, da uno dei principali dirigenti: «Siamo stati messi fuori dal governo», dirà Arturo Colombi nel Comitato Centrale di inizio luglio, «quando fino all’ultimo credevamo che ci saremmo rimasti»33.
«Un’altra sorpresa della notte»
La votazione si concluse all’una e mezzo della notte tra il 25 e il 26 marzo: 350 sì (Dc, Pci, qualunquisti e la maggior parte dei liberali), 149 no (socialisti, repubblicani e demolaburisti).
Nenni annota nel suo diario: «Senza l’apporto dei comunisti, i cattolici avrebbero vinto con cinque voti di maggioranza e sarebbe stato meglio così». In effetti per raggiungere la maggioranza alla Dc bastavano i voti dei “qualunquisti” e dei liberali. La storia non si fa con i “se”, è però inevitabile osservare che se non ci fosse stato l’ampio margine assicurato dal gruppo comunista e tutto fosse dipeso da soli cinque voti l’esito finale non sarebbe stato sicuro. Infatti, quattro – Nitti, Orlando, Bonomi e Sforza – si schierarono a favore dell’art. 7 solo all’ultimo momento quando la vittoria di De Gasperi era ormai scontata. E Nenni sbotta: «Un’altra sorpresa della notte».
L’Avanti! titola: “L’articolo sui Patti Lateranensi approvato da un’occasionale maggioranza democristiana e comunista”. A sua volta il direttore de Il Messaggero, Mario Missiroli di simpatie liberali, scrive il 26 marzo l’editoriale “Lieto fine” in cui prefigura una maggioranza senza i partiti di sinistra: «Molti di coloro che hanno votato contro l’articolo 7 saranno accanto al loro parroco».
Una sorta di “rivincita laica” si ebbe il mese dopo quando si trattò di approvare l’art. 29 in cui, nel testo preparato dalla Commissione dei 75, si sanciva «il matrimonio indissolubile». L’emendamento per sopprimere la parola «indissolubile» venne presentato a sorpresa dal deputato socialista Umberto Grilli. Si votò quindi in modo improvvisato – 170 assenti – e l’indissolubilità del matrimonio venne cancellata dalla Carta con 194 voti contro 191.
Ricordando l’episodio, a proposito dell’assenteismo che caratterizzava i lavori dell’Assemblea quando si riuniva il pomeriggio per discutere la Costituzione, Umberto Terracini osserva: «C’è da considerare che le discussioni su certi articoli si traducevano a volte in vere e proprie schermaglie giuridiche fra legulei sì da scoraggiare la presenza in aula»34. Piero Calamandrei ricorda: «Assai volte le questioni più importanti, prima che nelle riunioni della competente Sottocommissione, furono risolte nei corridoi, attraverso i discreti contatti dei più autorevoli portavoce dei tre partiti maggiori»35.
A quanti si atteggiano oggi a sentinella della intoccabilità della Carta è da ricordare che, proprio nella fase di impostazione generale dell’architettura costituzionale, il 23 settembre 1946, venne votato il seguente documento: «L’Assemblea costituente, considerato che il sistema elettorale deve assicurare la più ampia rappresentanza delle correnti politiche del Paese, impegna il Governo a predisporre la legge per l’elezione della Camera dei deputati secondo il sistema proporzionale». Primo firmatario era il deputato comunista nipote di Giovanni Giolitti, Antonio.
1 V. Onida, La Costituzione, Il Mulino, Bologna 2017, p. 34.
2 P. Calamandrei e A. Levi (a cura di), Commentario sistematico alla Costituzione italiana, G. Barbera Editore, Firenze 1950, pp. XC-XCI.
3 G. Amato, A. Barbera, E. Cheli, A. Manzella, Non solo sulla Carta. Quattro lezioni necessarie sulla Costituzione, Il Mulino, Bologna 2025, pp. 19-20.
4 Per un elenco completo si veda S. Caretti, La stampa socialista, in Roberto Ruffilli (a cura di), Cultura politica e partiti nell’età della Costituente, vol. 2, Il Mulino, Bologna 1979, pp. 158-202.
5 Il 4 settembre 1946 Dossetti si dimette dalla Direzione del Partito in polemica con De Gasperi. I contrasti interni sono tali che nei giorni successivi, al Consiglio nazionale del 18-22 settembre, De Gasperi si dimette da segretario del partito e viene sostituito da Leone Piccioni.
6 Il risultato elettorale in cui il Pci (104 deputati) è superato non solo dalla Dc (207), ma anche dai socialisti (115) fu considerato un insuccesso rispetto alle aspettative e nella Direzione del 21 giugno, scrive lo storico comunista Giuseppe Vacca, «evidentemente maturarono dubbi e opposizioni alla “politica di unità nazionale”». Le critiche furono tali che Togliatti fece sparire il verbale dall’archivio del Pci. Traccia delle critiche che subì però si ricavano dagli appunti presi dal vicesegretario Pietro Secchia custoditi presso la fondazione Feltrinelli di Milano. Il clima fu molto acceso nei confronti della “politica unitaria” fatta da Togliatti che quindi non sarà più ministro lasciando la guida della delegazione comunista a Scoccimarro nel nuovo governo De Gasperi.
7 Nella riunione che si svolge fra il 22 e il 26 settembre 1947 in Polonia a Szklarska Poręba il sovietico Zdanov mette sotto accusa il Pci per «l’arrendevolezza dimostrata di fronte all’esclusione dal governo e lo jugoslavo Kardelj spara bordate durissime contro i comunisti italiani» (A. Agosti, Togliatti, Utet, Torino 1996, p. 346).
8 R. Bifulco, A. Celotto, M. Olivetti (a cura di), Commentario alla Costituzione, vol. 1, Utet, Torino 2006, p. 189.
9 Dopo l’insuccesso socialista nelle elezioni amministrative del 10 novembre 1946 dove il partito aveva i candidati in liste insieme ai comunisti (“Blocco del Popolo”), Saragat il 20 novembre rilascia al Giornale d’Italia un’intervista polemica con il filocomunismo di Nenni e Basso in cui dichiara l’incompatibilità tra stalinismo e socialismo democratico. Nenni, presidente del partito, reagisce convocando senza il necessario preavviso per l’indomani la Direzione socialista dove, assenti Saragat e un terzo dei membri, indice (con cinque voti contro quattro e un astenuto) per il 9 gennaio il congresso straordinario per approvare lo statuto sul regime interno. Le assemblee di sezione si svolgono immediatamente nelle settimane successive con anche il fenomeno della “doppia tessera” autorizzata dalla Direzione del Pci per consentire a militanti comunisti di votare nei congressi delle sezioni socialiste.
10 P. Pombeni, La Costituente, Il Mulino, Bologna 1995, p. 127.
11 I 556 membri dell’Assemblea costituente elessero il 15 luglio una Commissione di 75 con il compito di scrivere le proposte di articoli della Costituzione. A sua volta la Commissione, il 29 novembre, delegò a un Comitato di 18 la redazione dei testi. Avendo i due rappresentanti socialisti – Emilio Canevari e Paolo Rossi – aderito al partito di Saragat, a metà gennaio si aggiunse informalmente Lelio Basso a nome del Psi di Nenni. Il Comitato terminò quindi la redazione degli articoli in poche settimane entro febbraio, I lavori dell’Assemblea costituente per approvare gli articoli durarono dal 4 marzo al 22 dicembre 1947.
12 F. Clementi, L. Cuocolo, F. Rosa, G.E. Vigevani (a cura di), La Costituzione italiana. Vol. I (Artt. 1-54), Il Mulino, Bologna 2018, p. 60.
13 Verbale della riunione comune fra i comitati direttivi dei gruppi socialista e comunista del 25 marzo 1947 in Renzo Martinelli, Storia del Partito comunista italiano. Il “Partito nuovo” dalla liberazione al 18 aprile, Einaudi, Torino 1995, p. 271.
14 T. Noce, Rivoluzionaria professionale, La Pietra, Milano 1974, p. 373.
15 R. Martinelli, op. cit., p. 268.
16 Ivi, p. 256
17 R. Ruffilli (a cura di), Costituente e lotta politica. La stampa e le scelte costituzionali, Vallecchi, Firenze 1978, p. 219.
18 P. Nenni, Tempo di Guerra Fredda. Diari 1943-1956, SugarCo Edizioni, Milano 1981, p. 347.
19 Il 13 marzo il quotidiano socialista L’Avanti! riferisce che «il pensiero espresso da Nitti, Croce, Orlando è risultato non diverso dal nostro e ha messo in luce la continuità della politica socialista con la tradizione del Risorgimento».
20 A. Melloni, Introduzione. L’utopia come utopia, in G. Dossetti, La ricerca costituente (1945-1952), Il Mulino, Bologna 1994, p. 33.
21 R. Ruffilli (a cura di), Cultura politica e partiti nell’età della Costituente, vol. II, Il Mulino, Bologna 1979, p. 12.
22 «Marx ha una concezione strumentale dello Stato: lo Stato come apparato al servizio della classe dominante», in N. Bobbio, “Esiste una dottrina marxista dello Stato”, Mondoperaio n.5, maggio 1975.
23 G. Baget Bozzo, P. P. Saleri, Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica, Ares, Milano 2009, p. 92.
24 P. Calamandrei, A. Levi (a cura di), op. cit. p. CXXXV.
25 Dossetti si riferisce in particolare al punto 76 dell’Enciclica: «La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo».
26 G. Dossetti, op. cit., p. 297.
27 R. Ruffilli (a cura di), op. cit., p. 325.
28 P. Craveri, De Gasperi, Il Mulino, Bologna 2006, p. 283.
29 P. Togliatti, Opere, vol. V, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 274.
30 Ivi, p. 276.
31 L. Gruppi, Introduzione, in P. Togliatti, op. cit., p. LXVII. Si dissoceranno Teresa Noce che si astiene e Concetto Marchesi che vota contro. Altri nove parlamentari del Pci non partecipano al voto.
32 P. Nenni, op. cit., pp. 348-349.
33 R. Martinelli, Storia del Partito comunista italiano. Il “Partito nuovo” dalla Liberazione al 18 aprile, Einaudi, Torino 1995, p. 207.
34 U. Terracini, Come nacque la Costituzione, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 57.
35 P. Calamandrei e A. Levi, op. cit., p. CXXVIII.
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