Più di uno sono i motivi di originalità della più recente raccolta poetica di Maria Grazia Chinato.
Il primo è che la poesia della scrittrice veronese nasce come paragone continuo con la realtà e come inesausta ricerca di senso. Nell’ambito della sua attività di psicologa clinica, ha partecipato a laboratori di scrittura con giovani disabili e successivamente con donne di origine straniera. Ciò le ha permesso di verificare la potenza e i limiti del linguaggio, maturando la consapevolezza di aver bisogno, prima di tutto per sé, di un linguaggio diverso da quello diagnostico: e le è venuta incontro la poesia, offerta dai suoi imprevedibili interlocutori.
Ha raccontato la prima esperienza in Avevo un pregiudizio, viaggio tra formazione e poesia (Bonaccorso, 2014), sperimentando come la poesia sia una forma di conoscenza, diversa ma non inferiore rispetto a quella scientifica.
La seconda è testimoniata da libri come Sono radice (Bonaccorso), Le lingue si parlano (Bonaccorso 2011) e Puri suoni (QuiEdit, 2019) nati all’interno del lavoro con il gruppo multietnico di “Poesia dal mondo”: esperienza utilissima per confrontarsi con lo strumento principe della poesia, la lingua, e per farle riconquistare l’idioma perduto, il dialetto veronese.
Questo le è servito anche per il dialogo postumo con la madre, che introduce un altro tema fondamentale della sua produzione in versi, quello dell’assenza e della memoria. Ne ha parlato in Annotazioni di un’assenza (Aletti, 2018), in cui ha dato spazio al vuoto e all’ascolto dell’altro da sé, anche in forma diaristica. La poesia di Maria Grazia Chinato, fedele al magistero di Andrea Zanzotto, è “ostinata a sperare”, sostenuta dalla poetica delle relazioni e da un’idea forte, quella della bellezza come cura. Chi si fa guidare dalla realtà diventa umile e sa che «la poesia / va e viene / tra ciò che è / e ciò che non è», secondo i versi di Octavio Paz riportati in epigrafe. Ne discende l’aura di sacralità di questa raccolta, ben sottolineata da Alessandro Canzian nell’introduzione.
In questo Loro due si rincorrono più voci, oltre a quelle dei due amanti, «innocenti uniti nel tremore dell’inizio»: quella di Dio, innanzitutto, «a volte inginocchiato tra i due»; e poi voci di interrogativi, di cui l’autrice si fa scriba, spesso sospesi nel corsivo («Da dove viene il silenzio?»).
Il discorso lirico si snoda come un flusso ininterrotto, quasi completamente privo di punteggiatura, tranne i punti interrogativi, in una zona psichica tra tempo ed eterno: «Abito / Non credo più ai giorni / agli anni / Garantito solo l’esistere fermo».
Da qui l’importanza della conclusione della raccolta: «Ora mendichiamo», segno di un rapporto «intimo e supplicante con il divino», scrive ancora Canzian, in cui il termine mendicare «acquisisce il senso di un riconoscimento della propria condizione umana limitata e un’apertura alla possibilità di una risposta divina. La mendicità diventa ritorno all’essenziale, una richiesta di sostegno». Così ciò che è debole diventa forte, nella limpida architettura dei versi.
