Pubblichiamo di seguito un estratto da Emily Dickinson. Gemma oscura (Ares 2026, pp. 184, € 16) di Paola Tonussi. Il libro, nuovo tassello della collana “Profili”, è disponibile dal 5 maggio. La traduzione delle poesie è a cura dell’autrice.

Circondata dai 14 acri della tenuta Dickinson, la Homestead fu per lei casa fisica, dimora dell’anima, origine e porto sicuro.
Tra quelle pareti protette dalle onde bianche delle tende, sottili come sospiri, il mondo esterno diventava eco e quello interiore, vasto, vertiginoso, prendeva forma. Ogni oggetto, ogni angolo pareva intriso di attesa, a cui la poesia rispondeva: il tavolino dove la penna danzò per decenni, la porta schiusa all’esterno, le scale che portavano più su di quanto sembrasse.
Quella casa non rinchiuse la sua giovinezza – la contenne. Là dove altri esseri umani, un’intera comunità restava fuori, anche la prigione diventava sorella: la casa, che imprigionava, la proteggeva. Il suo fu un assentarsi volontario e pago di sé dal mondo, le dita sporche d’inchiostro, al sicuro dentro le sue visioni. Fulcro degli affetti e dei ricordi condivisi, la Homestead era tutto, cella che la separava dal mondo e ponte verso l’infinito: «Mai vidi una Brughiera – / Mai vidi il Mare – / Eppure so com’è l’Erica – / E so che aspetto ha un’Onda». Sapeva perché “vedeva”.
Emily Dickinson non si ritirò, nella sua casa, vi si raccolse, come il seme prima della fioritura. Questa, l’aveva sempre saputo, «la mia lettera al Mondo / Che mai scrisse a Me», avrebbe potuto completarla solo con la morte: quando il messaggio delle «Semplici Notizie che ha dato la Natura» l’avrebbe affidato «A Mani invisibili».
L’ala padronale aveva al piano terra grandi stanze ariose, arredate con austeri mobili vittoriani, e una spaziosa cucina che dava sul retro e il giardino. Su un lato del giardino c’era il granaio.
Al primo piano si trovavano le camere. Quella di Emily sembra ancora oggi un faro, alto e immobile. L’arredava un mobilio più lineare, secondo il suo gusto: un letto, un cassettone, lo scrittoio e la sedia da lavoro (un giorno finiti alla Houghton Library a Harvard), una toletta. La si sarebbe detta una stanza modesta.
Stagione dopo stagione, anno dopo anno, seduta al tavolino in quella stanza avrebbe scrutato il cielo, il giardino, le perle della pioggia sul tetto e sulle grondaie, la neve che scendeva strisciando l’orizzonte, il vento che puliva la strada oltre il dominio degli uccelli, i tramonti in cui intravedeva figure, esseri danzanti, flotte di navi e scarlatte falangi di nuvole attraversare il riquadro della finestra, il secco cielo d’inverno dal candore che sembrava contenere sassi. Bellezza che andava solo ammirata e, se inseguita, spariva. Impossibile da riafferrare, come le pieghe del prato quando il vento vi avvolgeva le dita:
Di tutti i Suoni che l’aria diffonde,
Nessun altro mi Turba
Come quell’antica misura fra i Rami –
Che il Vento crea – come fosse una Mano,
Le cui dita Pettinano il Cielo –
Poi scendono vibrando – con ciocche d’Armonia –
Concessi agli Dei, e a me.
Nel fasto dei giorni d’estate, il vento poteva anche non muoversi dagli alberi, simili a gigantesche nappe capovolte, tra le cui radici viveva una creazione in miniatura che accompagnava il sole. Incurante del tramonto, un uccellino stava sullo steccato, mentre un altro nel viottolo cercava d’incantare una biscia. Le farfalle cessavano i vagabondaggi nel trifoglio, le api sospendevano il volo. Mai sazio del «canto del frutteto», l’orecchio si fermava ad ascoltare, mentre ascoltava il sole spariva, come possedesse tenute intere di nuvole a nasconderlo, finché la vasta ondata del tramonto scivolava ovunque e farfalle, uccellini, api e cielo, tutto confondeva nel suo mare.
Nel salotto il mondo esterno si affacciava appena. Meno ancora in cucina, dove le piaceva far compagnia a Maggie, la domestica. Quello spazio modesto possedeva un’inviolabile sacralità, in cui poteva celebrare i suoi culti privati:
C’è chi osserva la Festa andando in Chiesa –
Io la osservo restando a Casa –
Mio corista è il Bobolinco –
E un Frutteto la mia Cupola.
Il canto degli uccelli e il frutteto le erano chiesa sufficiente. Il bobolinco dallo sgargiante capo giallo, impertinente stregone dei rami, aveva imparato a distinguerlo per la gioia con cui festeggiava l’esistenza, maestoso di sentimenti ribelli nel lanciarsi in volo. E quando quell’«urlatore del prato» cessava di emettere eresie di esaltazione e se ne andava nessuno, tranne lei, vaneggiava ancora.
Prima ancora di scriverla, la sua era stata dunque poesia di ascolto delle cose, domestiche e naturali, incontro d’invisibile e quotidiano. Nel verde, l’arco degli uccelli diffondeva prodigi di melodia, che per lei si confondevano con la parola divina. Così, invece di voler andare un giorno in paradiso, ci andava a ogni istante:
Molti Segni – per me – ha il “Paradiso” […]
Il Frutteto, quando vi batte il Sole –
Il Trionfo degli Uccelli
Che insieme cantano Vittoria –
Carnevali di Nuvole –
Il Rapimento del Giorno che finisce –
Che ritorna a Occidente –
Tutto – mi rammenta il luogo
Che è detto “Paradiso”.
Il paradiso, l’immortalità, se li figurava come un compiersi di quanto già vissuto in vita. Se da bambina le avessero detto che avrebbe potuto avere il mondo tutto per sé, l’eccesso di felicità le avrebbe spezzato il cuore. Eppure l’avrebbe avuto, e per raccontarlo si sarebbe fatta poetessa, «Rivelatrice d’Immagini», capace di «Distillare senso sorprendente / Da Significati Ordinari». La fantasia trasformava allora la realtà in sequenze visionarie: Emily aveva sentito presto una vocazione a smarrirsi, come la chiamata altrove dell’anima a un luogo più vasto di quello in cui era nata.
I bagliori e i fulmini di cui parlava il predicatore in chiesa li ritrovava nelle guglie del cielo sospeso della sera, con la malia dei suoi addii d’ametista e la promessa del buio. Quando la luce veniva meno si vedeva meglio e, per pochi istanti, tutto pareva più limpido. Il cielo poteva portare illuminazioni e squarci di profezie o, al contrario, sottrarre all’occhio ogni cognizione di spazio, colore e sostanza. La sua «rivelazione d’Ambra» sembrava «ispezione dell’Onnipotenza» agli occhi mortali, e quando quella sua forma solenne si ritraeva portava un trasalimento, come li cogliessero di sorpresa presagi di eternità.
Erano questi momenti di passaggio – albe e crepuscoli – a turbarla di più. Calando sulla terra il tramonto «passava in rivista le sue Schiere di Zaffiro», i colori sembravano lamine che incendiavano il terreno, la luce si sfaldava come sciabole gettate a terra dopo la vittoria. La volta celeste si riempieva di nembi epici, mute avventure di cavalieri in volo e chiazze d’oro contro il sole al declino, in cui le pareva di distinguere acrobazie di un funambolo contro l’orizzonte:
Con Oro ardente – e
Spento – nella Porpora!
Balzando – simile a leopardo – in Cielo –
Poi – ai piedi dell’antico Orizzonte –
Posando il volto screziato – a morire!
Si curva in basso alla finestra di cucina,
Tocca il Tetto –
E tinteggia il Granaio –
Bacia il Berretto rivolgendolo ai Prati –
E l’Acrobata del Giorno – è sparito.
Così, avvolta come in un telo la sua superficie lucente, il cielo si sottraeva alla vista. I grilli cantavano, la rotta lontana di un uccello rivelava appena una tinta, un baleno d’ali e poi via, svaniva:
L’Erba corta s’intrise di Rugiada
Il Crepuscolo, come uno Straniero
Con il Cappello in mano, cortese e spaesato
Sostò indeciso se restare, o andare.
Una Vastità venne, come un Amico,
Una Saggezza senza Volto o Nome;
Una Pace di Emisferi in Armonia
E allora fu Notte.
Alla fine del giorno poteva appartarsi nella sua camera. Ci arrivava, in autunno, che il cielo aveva da poco terminato il suo «traffico di porpora»: dalle finestre entrava un carminio da far sfigurare un fenicottero. Chiusa la porta, sembrava che la realtà si girasse all’indietro per richiamarla a sé. Per anni, l’autunno fu la sua stagione più amata e il rosso il suo colore preferito.
La notte cancellava i contorni del giardino, della casa, del mondo. Non voleva lasciar andare il suo potere né farsene annientare: così imparò a dominarlo respingendone le memorie gonfie di silenzio. Era allora, in quelle ore pericolose quanto una traversata, quando la casa taceva e le ombre erano lunghe come suppliche, che Emily si raccoglieva in sé e scriveva. La lampada a olio accesa sul tavolo, il mondo indietreggiava, come per i morenti. Distinguendo la tensione tra astrazioni e sensi, sceglieva chi o cosa potesse varcare il confine tra le due dimensioni. L’astratto si faceva percepire, le sensazioni si facevano pensiero: «Il Silenzio – come Oceano rollava, / E s’infrangeva contro il mio orecchio». Tutto quel che restava fuori era silenzio.