In tre puntate, pubblicate su tre numeri del 1986, Alessandro Zaccuri traccia un sintetico profilo culturale di Sc, nel suo primo trentennio di attività. Questa prima parte abbraccia il periodo 1957-1966, caratterizzato dalla preparazione e dallo svolgimento del Concilio Vaticano II.

Pochi fogli di carta pergamenata, elegante senza sciupìo, protetti dal cartoncino di una copertina destinata a ripresentarsi immutata per più di quaranta numeri e sulla quale campeggia una chiave stilizzata, attraversata latitudinalmente dal titolo della rivista; Studi cattolici. In questa semplice idea grafica sta forse la miglior spiegazione dell’apparente ossimoro («rivista di teologia pratica») che completa, a piè di pagina, la copertina stessa. Siamo nei primi mesi del 1957 e questo che abbiamo sommariamente descritto è il fascicolo di presentazione della nascitura rivista. Qui il futuro lettore (che andrà individuato all’interno di «una vasta cerchia di persone colte») potrà attingere «un orientamento teologico-pratico sui problemi di maggior attualità», avvalendosi di una formula inedita per l’editoria italiana, vale a dire una pubblicazione (per ora) trimestrale variamente articolata, sempre e comunque solidamente ancorata al rispetto del Magistero della Chiesa e animata da intenti di non banale divulgazione [1].

Già questo primo sommario rende conto dell’allusivo simbolismo della copertina, con quella Chiave di Pietro sulla quale si innesta senza fratture, componendo anzi l’immagine della Croce, il lavoro intellettuale degli animatori della rivista. Anche di costoro il fascicoletto di presentazione rende conto con chiarezza: Salvatore Canals e Giacomo Violardo sono i direttori, Pietro Palazzini il presidente, Franco Crespi e Francesco Matassi i segretari. La redazione è in Roma, nella via intitolata al principe linceo Federico Cesi, e coincide con la sede delle edizioni Ares.

L’uscita del primo numero è fissata per il giugno 1957 e sarà puntualmente rispettata. Un centinaio di pagine formano dunque il fatidico numero 1 anno I, aperto da un illuminante intervento di Grazioso Ceriani volto a chiarire quel lemma allusivo, «teologia pratica» [2]. È l’inizio di una battaglia che rischia di essere ancor oggi sbrigativamente identificata con le date esteriori del Concilio Vaticano II, senza tener conto che la convocazione di un’assise ecumenica è sempre preparata da un intreccio fittissimo di riflessioni e di esperienze, reciprocamente intersecantisi nel disegno di una geografia spirituale che, anche qualora non possa essere ricostruita nel dettaglio, esige almeno di essere intuita, o comunque presa in considerazione.

In altri termini, se anche si volessero ripercorrere i trenta massicci volumi che costituiscono, fino ad oggi, l’intera collezione di Sc con l’unico intento di decrittare dalle pagine della rivista le premonizioni, i commenti, i ripensamenti sulla vicenda del Vaticano II, il lavoro risulterebbe di ampiezza impensata e di fecondità straordinaria. Si capisce che la riduzione del campo d’indagine sarebbe, nel caso prospettato, più apparente che reale, dal momento che una «rivista di teologia pratica» (quale Sc si è definita fino al 1964 e quale continua a essere ancor oggi, a dispetto di ogni etichetta) è per propria natura ecumenica, cattolica nel senso più provocantemente etimologico del termine. Universale, dunque gioiosamente chiamata al sospetto nei confronti del mondo contemporaneo, all’interno del quale la vocazione specifica del laico è continuamente sollecitata alla comprensione e al giudizio, sotto il segno comune di una precisione rigorosa di pensiero e di dottrina. Tutto ciò può apparire oggi luogo comune, confortante e vero come ogni luogo comune, irritante e pleonastico come ogni luogo comune. È il segno che il primo Concilio ecumenico svoltosi nell’età dei mass media è stato vittima di una pubblicità diffusa quanto epidermica, che rischia di appannarne la portata. O, meglio: il Concilio si è ritrovato al centro di un chiacchiericcio non sempre proficuo, che ha confuso i termini della questione, ha millantato eclatanti mutamenti laddove sarebbe stato più corretto tornare (sia pure con tutta l’inquietudine e con tutta la novità del XX secolo) al cataclisma interiore sempre sollecitato dal Vangelo, facendo della propria personale metànoia il punto di partenza per ogni ulteriore trasformazione nella Chiesa.

Molto prima che il risaputo insidiasse il nocciolo di queste verità (piccole forse, ma oltremodo preziose) Sc varava il proprio progetto di capillare formazione di una coscienza laicale del cattolicesimo italiano. Coscienza anzitutto teologica, ma subito incline a tradursi, fin dal primo numero di Sc, in riflessione politica, in ricerca erudita, in robusta divulgazione estesa ad ogni settore[3] . Fin dall’inizio, insomma. Se calibra il tiro dei suoi interventi, facendo leva su appuntamenti fissi, quali la Morale esemplificata curata dal Cardinal Palazzini (che con il passare del tempo amerà sempre più trincerarsi dietro il penetrabilissimo pseudonimo di Pier Paolo Tizzani) e l’Ascetica meditata, una pagina di meditazione dettata – almeno in un primo tempo – da Salvatore Canals, maestro di concreta e amichevole spiritualità. Non a caso, dunque, un primo riscontro sulla continuità-evoluzione della rivista può venire proprio da un veloce viaggio tra le esemplificazioni morali di Palazzini. Si tratta, nei primissimi numeri, di ammiccanti apologhi, nei quali, a partire dal bozzetto di un possibile caso di coscienza presentato da un penitente al confessore, viene riassunta una parte della dottrina morale della Chiesa, giungendo a conclusioni che controbattono, punto per punto, ai dubbi inizialmente espressi. Dubbi che sono, per lo più, tratti dalle vicende della cronaca più immediata, ma che non mancano mai di rimandare a problematiche più ampie. Con il passare del tempo, tuttavia, saranno i lettori stessi a presentare, nelle sempre numerose Lettere al Direttore, casi specifici relativi alla quotidiana condotta morale, dando modo a Palazzini di trasformare la sua Morale esemplificata in una rubrica meno narrativa e più fitta di documenti, in definitiva più articolata ma non meno precisa e affidabile nella generale impostazione dottrinale del discorso[4].

Teologia del lavoro

Il discorso inizia così a complicarsi. Formazione di una coscienza laicale, d’accordo, ma non senza una collaborazione intelligente e programmatica con il clero italiano, che – nel 1960 – sarà oggetto di un documentato dossier, al quale si affianca l’iniziativa (non nuova per Sc) di un questionario allargato ai lettori sulla situazione dei sacerdoti italiani[5].

Il numero monografico (o almeno il folto raggruppamento di articoli attorno a un tema centrale) è una consuetudine che Sc assume molto precocemente: già il numero 3 (dicembre 1957) presenta una circostanziata riflessione sul lavoro professionale, che parte da considerazioni teologiche e giunge a esaminare nel dettaglio la concreta esperienza dei lavoratori. È l’inizio di una serie che vedrà trattazioni sistematiche di problematiche connesse con la famiglia[6], l’evoluta situazione sociale[7], il dibattito politico[8] e che toccherà un apice estremamente significativo nel 1964, con le pagine dedicate a II dialogo, tormento apostolico[9].

1957-1964: sette anni sembrano un lasso di tempo contenuto ed è certo che, in questo periodo, Sc non si è contraddetta, non è diventata un’altra rivista. È cresciuta, semplicemente. Ci sono, anzitutto, alcuni dati esteriori: a partire dal 1958 la periodicità si è fatta bimestrale e, con il 1965, si consoliderà la formula mensile. Invariata sembrerebbe la struttura tratteggiata già nel fascicolo introduttivo ricordato all’inizio; una sezione di Studi (nella quale possono venire ospitate le trattazioni monografiche dei diversi argomenti), seguita da una serie di Note e dibattiti (non di rado affini tra loro per interesse, se non addirittura in diretta connessione con i temi trattati negli Studi), quindi un gruppo di Segnalazioni e, in chiusura, le informazioni del Notiziario cattolico. Distinte nel sommario e nel corpo della rivista fino al numero 44 (settembre-ottobre 1964), tutte queste componenti sopravviveranno fino ad oggi (con l’unica eccezione del Notiziario, soppresso all’altezza del decisivo numero 45), sia pure ridistribuite con maggior scioltezza e meno rigidamente delimitate. Le direttive iniziali non sono dunque tradite: si precisano, ecco tutto.

Collaboratori internazionali

La Morale esemplificata di Palazzini già costituisce un buon esempio di questo definirsi non ambiguo di formule e di intenti, ampiamente ribadito dalla serie delle Segnalazioni inizialmente redatte da Franco Crespi (letteratura) e da Renato Buzzonetti (cinema). Poco dopo, nel 1959, si avranno le annotazioni teatrali di Federico Doglio (al quale si deve un’esemplare serie di ritratti di drammaturghi italiani contemporanei)[10], subito incalzate da tempestive valutazioni del fenomeno televisivo. Si delinea così un diagramma di interessi destinato a non smentirsi, nel quale si coniugano armoniosamente le istanze della ricerca letteraria (si rileggano, in tal senso, le differenziate proposte di lettura avanzate da Claudio Barbati a partire dal 1962) e l’osservazione mai corriva del rapido avanzare dei mass media (al centro anch’essi di un’indagine monografica)[11]. Proprio la ricchezza e il prestigio delle firme che si susseguono con regolarità sui temi del cinema e della televisione rende conto del maturare di Sc: dalle intelligenti postille dello stesso Canals alla penna brillante del già ricordato Buzzonetti, dalle circostanziate indagini storiografiche di Mario Verdone alle sensibili ricerche di Gianfranco Bettetini.

Contributi illuminanti, che spesso si desidererebbe trascrivere in una immaginaria antologia di Sc, nella quale figurerebbero a buon diritto le pagine in cui la scrittura narrativa è venuta a intercalarsi con la controllata prosa degli “studi” veri e propri. Si torni, ad esempio, all’arioso contributo di Fortunato Pasqualino comparso sulla rivista in occasione del Natale 1963, facendo così eco alle bellissime riflessioni di Giambattista Torello incentrate sul tema della gioia natalizia[12].

Il nome di Torello (grande conoscitore delle relazioni tra ricerca psicologica e vita spirituale) figura con buona continuità nella prima decade della rivista, a ribadire quanto sia articolato e stimolante il cast dei collaboratori di Sc per il versante che più contraddistingue la testata, vale a dire quello della riflessione teologica. Citiamo quasi a caso: Giovanni Battista Gozzetti, Alfredo Ottaviani, Daniel-Rops, Joseph M. Perrin, Giulio Andreotti, Mario Apollonio, Giuliano Herranz, Franz Weyergans, Charles Journet, Federico Alessandrini, Francesco D’Onofrio…

Un’altra caratteristica di Sc viene precisandosi, ed è la sua dimensione europea, il suo immediato avvalersi di contributi che, pur contribuendo alla comprensione critica della situazione italiana, obblighino benevolmente il lettore a volgere lo sguardo al panorama internazionale. Europeo in primo luogo, ma anche mondiale, con una gamma di contributi che vanno dall’analisi della Chiesa negli Stati Uniti fino all’ancor oggi attualissimo dossier dedicato all’indagine sull’emergente indipendenza africana[13]. Del resto, anche limitando lo spoglio alle corrispondenze provenienti dall’Europa, si avrebbe modo di apprezzare la puntualità (e non di rado l’anticipo) con cui Sc viene a fornire informazioni sicure e taglienti su situazioni emblematiche, se non profetiche (si recuperi, ad esempio, la fitta serie di interventi sulla Chiesa polacca, oppure l’attenta segnalazione della querelle scolaire francese).

L’avvenimento conciliare

A partire dal 1960, poi, l’attenzione di Sc si polarizza in direzione del Concilio Vaticano II, attraverso una gamma di contributi che vanno dal ripensamento storico sulla vicenda conciliare della Chiesa alla partecipe informazione delle note di attualità in cui Ferdinando Lambruschini rende conto dei lavori delle varie sessioni del Concilio stesso.

Già a quest’altezza l’assetto tipografico della rivista ha subito alcune trasformazioni, pur rimanendo sostanzialmente immutato. Più frequente si è fatto il ricorso alle illustrazioni fotografiche (inizialmente si erano avuti per lo più disegni, sempre gradevoli e intelligentemente intonati al tema degli articoli), la sobrietà dell’originaria impostazione si è conservata, snellendosi tuttavia in forme più agili, non per questo frivole. In copertina, la chiave simbolica continua a lanciare il suo tacito richiamo di fedeltà alla Cattedra di Pietro.

In modo del tutto naturale, quindi, il primo settennio di Sc sfocia nel già ricordato e cruciale numero 45, per il quale la rivista sfoggia una veste grafica completamente rinnovata (anche la copertina non inalbera più la tradizionale chiave, ma è occupata da significative immagini fotografiche, una più fluida distribuzione del materiale interno e — quel che più conta — un dossier di prim’ordine. L’argomento, come più sopra accennato, è quello de II dialogo, tormento apostolico, tema quanto mai consono all’atmosfera conciliare (è il dicembre 1964) e che permette di riunire nello stesso numero firme tutte ugualmente prestigiose, ma straordinariamente variegate per competenza. Tornano nomi noti ai lettori di Sc (Torello, Charles Moeller, Perrin) e altri se ne aggiungono (ne citiamo due tra i tanti: lo studioso di patristica Adalbert Hamman e il grande medievista Jean Leclercq). Un numero di importanza capitale (nei mesi successivi se ne ristamperà un estratto, come già era avvenuto per altri dossier), che tiene egregiamente a battesimo il nuovo corso della rivista.

La novità più evidente sta nella scadenza mensile di Sc, che ha modo di consolidarsi nel corso del 1965 (anno in cui, tra l’altro, la graffiante intelligenza di Barbati inizia a sbizzarrirsi sulle ironiche colonne dell’Inventario). Cambiamenti ulteriori si hanno con il 1966. Il numero 58 (gennaio 1966) esce sotto la guida di un nuovo direttore, quello stesso Cesare Cavalleri che aveva esordito nel 1963 con un articolo di critica letteraria, seguito a breve distanza da un imprevisto contributo sullo statuto del capitalismo occidentale, per poi riproporsi con regolarità come attento lettore di poeti.

Da questa data Cavalleri firmerà con regolarità quasi assoluta l’editoriale di Sc, salvo alcune parentesi che vedono la presenza di altri nomi (di altre sigle, anzi), il più frequente dei quali è quello di Michelangelo Pelàez, redattore capo e artefice del trasferimento delle edizioni Ares (con annessa redazione della rivista) dal romano quartiere Prati al milanesissimo recapito di via Stradivari 7.

Da Milano, vent’anni

Sc approda così, fin dal settembre 1965, nella capitale dell’editoria italiana, a conferma della qualità di un progetto che, partito con silenziosa precisione, raccoglie alla metà degli anni ’60 consensi unanimi, vantando altresì un novero di collaboratori significativamente folto e differenziato. Continuano a susseguirsi i numeri monografici, ben quattro dei quali vengono dedicati a un complesso e puntiglioso esame di vent’anni di vita italiana[14].

Sempre sulla metà degli anni ’60 formai tradizionale attenzione di Sc per il cinema si configura negli scritti professionalmente ineccepibili di Claudio G. fava, gli stessi anni in cui la rivista accoglie e pubblica con interesse le migliori osservazioni teologiche di Adriana Zarri, successivamente approdata ad altri lidi.

Il pluralismo dei collaboratori rende l’immagine di una rivista che, in anni complessi di riflessione e già quasi di scontro, valuta con indipendenza i contributi da pubblicare, le tematiche da affrontare e il taglio sotto il quale esaminarle. Il tutto con l’attenzione vigile alla trasmissione della Verità più che alla sua preconcetta fabbricazione, secondo le movenze di una tolleranza che nasce dall’intelligenza e dal proprio personale equilibrio di uomini. Nell’anno di grazia 1966 sono doti che appaiono come indispensabile antidoto all’esplosione di incontrollato dubbio e di ottusa violenza del decennio successivo. Dal 1967 al 1976; la seconda decade di Sc, appunto.

Alessandro Zaccuri

(1. Continua)

[1] Studi cattolici (rivista di teologia pratica) — Presentazione, p. 1. I successivi rimandi agli articoli comparsi su Sc seguiranno gli stessi criteri adottati per l’Indice generale 1957-1980, a cura di Carlo Vecce, Fabrizio Daverio, Aldo Maria Valli (supplemento a Sc 251. gennaio 1982). Agli estremi dell’articolo faremo cioè seguire il numero della rivista (non preceduto dalla sigla Sc), l’anno di uscita, le pagine alle quali l’articolo è stato pubblicato (non precedute dall’abbreviazione pp.), il tutto separato da virgole.

[2] G. Ceriani, Teologia e vita, 1,1957, 3-11.

[3] Si vedano rispettivamente Luigi Sturzo, La menzogna politica, 1, 1957. 14-16; Carlo Pacelli, Teologia e poesia in Dante Alighieri. I, 1957, 17-27; Henri Daniel-Rops, Bibbia e storia, 1, 1957, 36-42.

[4] Si confronti, a titolo di esempio, un pezzo come Droga e sport, 4, 1958, 61-66 con il ben diversamente strutturato / peccati della mafia, 30, 1962, 69-72.

[5] Inchiesta sul clero, 20, 1960.

[6] Fidanzamento e matrimonio, 4, 1958; Religione e famiglia, 7, 1958; La nuova gioventù, 31. 1962.

[7] Il tempo libero, 6, 195S; Relazioni umane, 11, 1959; Realtà ed evasione, 19, 1960: Anatomia del benessere, 28, 1962.

[8] I cattolici e la politica, 5. 1958; Chiesa e Stato, 8, 1958; Una politica per la gioventù, 32, 1962; Temi e protagonisti delle elezioni, 35. 1963; Democrazia come costume morale, 38. 1963.

[9] Già si era registrato un numero monografico dedicato a Gli strumenti del dialogo, 37, 1963

[10] È la serie de II giovane teatro italiano, nove puntate uscite tra il n. 17. 1960. 82-86 e il n. 29. 1962, 50-54.

[11] Morale e mezzi audiovisivi, 12. 1959.

[12] F. Pasqualino, Natale negli aranceti — Natale senza favola, 39. 1963. 73-80; G. Torello, Ridere a Natale, 27, 1961, 9-11.

[13] Africa ’61, 23, 1961

[14] Italia, vent’anni: 1945-1965 (Un bilancio civile, politico, religioso, culturale), 49-52/53 (1965).