Pubblichiamo un estratto dal nuovo romanza di Maria Segato Ti aspetterò nel vento (Ares, pp. 248, € 16). Maria Segato ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Padova. Ha frequentato la Scuola di scrittura Palomar e attualmente insegna in un liceo della sua città. Ti aspetterò nel vento è il suo secondo romanzo dopo l’esordio con Come fiori nel gelo notturno (Harper Collins 2021).

Da cosa ha origine questo secondo romanzo?
Questo romanzo nasce del personaggio protagonista: Pietro, il bambino. Mentre stavo concludendo il mio primo libro, ho avvertito l’intuizione di una scena: Pietro e sua madre che contemplano la neve sul mare (bellezza rara ma reale), mentre lui, che non ha mai conosciuto il padre, decide di intraprendere l’avventura più bella, ovvero cercare il suo papà, ovvero cercare un amore che sia origine e che ci aiuti a diventare chi siamo.
A chi è rivolto?
Questo romanzo si rivolge a tutti, forse dai 15 anni in su. Si rivolge a tutti coloro che desiderano ascoltare la voce di bambino che portiamo in noi.
Tu a chi lo dedichi?
Ho dedicato questo romanzo ai miei genitori, come segno di gratitudine. Ma uno scrittore è felice di dedicare il suo testo non ai lettori in generale, ma ad ogni lettore, a uno a uno.
Nei tuoi libri c’è sempre la figura di un insegnante e tu stessa lo sei. Da dove viene la tua vocazione a questa professione?
Insegno per gratitudine e desiderio. Gratitudine perché nella letteratura ho trovato una bellezza che ha aiutato la mia vita a diventare più vera; quindi, sono felice di donare ciò che ho ricevuto e ricevo. Desiderio perché i giovani ci ricordano che siamo fatti per una felicità assoluta ed eterna, ed è bello accompagnarli nel loro divenire sé stessi continuando a crescere insieme a loro.
Cosa vuol dire per te che «la bellezza promette un senso»?
Innanzitutto la bellezza, in questo testo, assume varie forme: la realtà (mare e cielo), l’essere nella sua forma più pura (il bambino), l’arte, la letteratura e la musica (nei riferimenti a Buzzati, Monet, Hopper, Mozart e Mahler). La bellezza è un’esperienza oggettiva che tutti viviamo, ma non sempre sostiamo in silenzio di fronte alla bellezza delle cose lasciandoci prendere e condurre dallo stupore. La bellezza stessa chiede di essere vista, riconosciuta, osservata e – in un certo senso – attende in silenzio la nostra libertà. Se attraversiamo la bellezza, se accettiamo di lasciarci prendere per mano, possiamo essere condotti verso nuove possibilità: un nuovo modo di vedere ciò che c’è, nuove domande, una nuova profondità. La bellezza esercita un fascino innanzitutto estetico e, attraverso questo fascino, sorge in noi l’intuizione che la realtà sia più grande di ciò che sappiamo, che noi stessi siamo profondamente più grandi di quanto immaginiamo. La bellezza ci promette che c’è in noi e fuori di noi qualcosa di più grande del dolore e del male. Per questo la bellezza promette un senso: promette che vale la pena cercare qualcosa di più, cercare oltre (come forse direbbe Buzzati). La profondità con cui Monet guarda l’istante, la resurrezione che rinasce nelle note di Mahler, la possibilità di un bene misterioso con cui Buzzati dà vita ai suoi racconti. Queste sono possibilità che nascono dalle loro esperienze e intuizioni vissute, e per questo sono promesse per noi. La bellezza ci suggerisce allora che esiste una possibilità oltre quello che vediamo e sentiamo, una possibilità che è un invito anche per noi.
Capitolo 1
La neve cadeva in silenzio sul mare mentre la luce del tramonto colorava il cielo di fuoco.
Pietro correva sulla battigia tentando di afferrare la neve con le mani. Poteva sentire il freddo attraverso i guanti, l’entusiasmo nel battito del cuore. Il suo berretto cadde sulla sabbia ormai bianca, e il vento dell’inverno gli scompigliò i riccioli castani.
Aurora guardò suo figlio correre verso la schiuma delle onde; il suo volto candido, velato di lentiggini, si compose in un sorriso.
Pietro sollevò il viso spalancando le braccia, poi si girò verso sua madre indicando l’orizzonte.
A pochi passi di distanza, Aurora seguì quello sguardo puntato verso il cielo e vide, attraverso gli occhi di suo figlio, il candore della neve sull’acqua argentea e luminosa.
Pietro saltava tendendo le mani verso l’alto.
«Mamma», ripeteva con la sua voce donata alla vastità della riva, «non me l’avevi mai detto, che esiste la neve sul mare».
Aurora guardava suo figlio alzare il viso e aprire le mani per accogliere la neve. Per accogliere la bellezza rara del mondo.
Si sedette su quella distesa bianca da cui spuntavano, radi, piccoli rami secchi che sembravano cercare salvezza dal gelo. Sentiva la neve rigarle le guance, come lacrime nuove. Si stupiva nel guardare gli occhi azzurri di suo figlio, così diversi dai suoi.
Pietro saltava sul bagnasciuga e formava palline di neve che lanciava sulle onde. «Mamma, guarda, la neve diventa il mare», esclamava, e tendeva la mano verso di lei.
Poi, d’un tratto, divenne serio. Sollevò la testa mentre Aurora gli si avvicinava per mettergli il cappello. Lui strinse appena le labbra e alzò lo sguardo.
«Ti devo dire una cosa importante».
Aurora fece per carezzargli la testa, ma lui si scostò.
«Dimmi, amore», sussurrò lei; le braccia conserte, pochi ricci ramati si muovevano nel vento leggero.
«Io ho deciso che ho l’avventura più importante di tutte».
«E quale sarebbe?».
«Trovare il papà».
Aurora sentì il fiato congelarsi in gola. Rivide, scolpite tra le palpebre e il cuore, tutte le lacrime che portava dentro.
«Pietro, lo sai, non è possibile trovare il papà».
«Io non ti credo! Tu non sai fare la mamma!».
Aurora strinse le braccia attorno alla vita. Pietro le girò le spalle e camminò verso le onde; lo sguardo immoto all’orizzonte, le lacrime congelate.
Lei mosse pochi passi per raggiungerlo. «Pietro, te l’ho già detto altre volte…».
«No».
«Io non lo so dov’è il papà».
«A scuola tutti i bambini hanno fatto la lettera per il papà».
I suoi guanti si chiusero in un pugno. «Tranne me».
Pietro strinse le labbra fino a tendere le guance.
«Tu mi fai vivere senza papà. E non fai niente per trovarlo», gridò.
Lei sospirò. «Pietro, il papà se n’è andato, lo sai».
«E perché ci sono io se lui è andato via?».
Aurora sollevò lo sguardo per contenere le lacrime. Vide un gabbiano volare verso l’orizzonte e si sentì imprigionata nella propria impotenza.
Pietro si mosse sulla battigia e levò il viso verso l’alto; spostò con un guanto la neve che si posava sulle ciglia castane.
Poi si girò verso Aurora e indietreggiò lentamente.
«Se tu non sai trovarlo, vado da solo».
Aurora guardò suo figlio allontanarsi lungo la linea delle onde, fragile come un naufrago nel buio.