Più ancora che nelle sue capacità tecniche o intellettuali, l’uomo, per sua natura un essere relazionale, si rivela nei legami affettivi. Tale è l’intento di Donne nella vita di Stefano Premuda (Quodlibet, Macerata 2026, pp. 200, € 15) di Giani Stuparich (1891-1961), costruito secondo un inconsueto schema: non è un romanzo e neppure una semplice raccolta: otto racconti narrati in prima persona dallo stesso protagonista, seguendo la linea cronologica della sua crescita. La storia di un uomo mostrata attraverso i volti delle donne che ne hanno segnato l’esistenza. Proprio da tale curriculum sentimentale emerge il carattere e l’umanità di Stefano, il suo fragile dibattersi tra rigore e responsabilità morale da una parte, e debolezze, piccoli o grandi egoismi, abbandoni istintuali dall’altra.

Per l’autore è l’occasione di studiare a fondo, con la sensibilità e la finezza psicologica che gli è propria, l’animo umano; il suo, in primo luogo.

La materia dell’arte di Stuparich, che è principalmente esperienza di vita, è sovente autobiografica. Anche in questi racconti, chi conosca appena la sua biografia scorge molto di personale.

Eppure, il protagonista, Stefano Premuda, ha una storia sensibilmente differente. Il delicato gioco su cui si costruisce il testo sta proprio in questo, «nello scarto, ora lieve, ora marcato che separa la narrazione dalle esperienze reali» (così Sandrini nel suo saggio conclusivo, p. 196). Ciò che Stuparich ha costantemente cercato, in opere anche molto diverse tra loro, è una maggiore comprensione di sé, dei propri atti, delle circostanze che ha vissuto: una chiarezza interiore.

Parimenti caratteristico è il periodare, con uno stile piano e colloquiale ma attentamente curato, alla continua ricerca di una propria musicalità.

Veniamo dunque condotti dall’infanzia alla preadolescenza, dai primi innamoramenti alla giovinezza, alla prima maturità del giovane adulto; e, infine, all’uomo sposato da più di un decennio. Proprio l’ultimo racconto, Una casa tranquilla (pp. 141-152), è un piccolo capolavoro di studio psicologico della comunicazione tra coniugi; e qui emerge compiutamente, dietro l’Anna del racconto, la moglie dell’autore, Elody Oblath, donna davvero non comune.

Dopo la prima coedizione (Treves-Treccani-Tumminelli) del 1932, Garzanti volle riproporlo nel 1949. L’autore preparò una Premessa e desiderava inserire un ulteriore racconto (già pubblicato sulla rivista Letteratura nel 1941) che è un’autopresentazione del protagonista. Ma il volume sarebbe uscito in formato tascabile e Garzanti chiese a Stuparich di soprassedere. Vennero poi le traduzioni in francese e in tedesco. Quando, nel 1983, Sellerio pubblicò una nuova edizione (la prima dopo la morte di Stuparich), riprodusse il testo delle prime due, forse neppure supponendo l’esistenza delle aggiunte desiderate.

Tra i numerosi meriti della presente edizione (e del suo curatore, Giuseppe Sandrini) vi è quello di pubblicare finalmente i due testi integrativi: totalmente inedita la Premessa, rivisto in base alle correzioni autografe trovate in archivio il racconto aggiuntivo. Sono prudentemente posti in Appendice, ma il lettore ha così chiara l’ultima volontà autoriale.

Negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso Stuparich era un autore conosciuto e stimato, sebbene appartato, della nostra letteratura, protagonista di lungo corso della prima e seconda straordinaria stagione della letteratura triestina. Poi, in un mondo in rapida evoluzione, l’eco si affievolì, parve inattuale.

La letteratura conserva però la forza vitale di far decantare gli elementi universali dell’arte, mettendo in sordina quelli maggiormente circostanziali. E Stuparich sta tornando.

Le sue case editrici “storiche” – per tantissimi anni la Garzanti e, negli ultimi, Einaudi – hanno rivolto altrove la loro attenzione. Il testimone è stato meritoriamente raccolto da Quodlibet che nell’ultimo decennio ha ripresentato cinque volumi di Stuparich; quello cui qui accenno (uscito a febbraio 2026) è infatti stato preceduto da Guerra del ’15 (2015), Un anno di scuola (2017), L’isola, seguito da Il ritorno del padre (2019) e Ricordi istriani (2023). La curatela di tutti i volumi si deve a Giuseppe Sandrini, ormai probabilmente il conoscitore più competente di Stuparich. Chi legga il saggio conclusivo, Otto studi per una fenomenologia dell’amore (pp. 189-198), ne troverà conferma per l’efficacia pur nella brevità e per la scelta accurata delle poche ma opportune citazioni.