Il linguaggio affilato, un amore per la parola che superava perfino la passione per la scrittura. E non è una contraddizione. Per Curzia Ferrari, scrivere era – è – costruire scegliendo i migliori mattoni: i più adatti alla complessità dell’opera. Alla fine, che cosa è la parola scritta, se non appunto il persistente mattone d’angolo di ogni paragrafo, di ogni pagina? Anche pochi giorni prima di morire a 96 anni, questa straordinaria donna di lettere sceglieva con cura la parola giusta per esprimere le ultime, elementari necessità: «Ho bisogno che mi accosti il bicchiere». A 83, con l’uscita per Aragno della sua raccolta poetica Pietra, così entrava nel vivo della questione con i versi intitolati Metratura:
«Una luce di ferro ti avvolge e l’aria è piena
di spine. Col dizionario sei sempre in conclave.
Soppesi il rigo, la sillaba, la punteggiatura.
Squadrare e riquadrare il lineare, la calibratura
le mistioni dei verbi, il difettare delle desinenze»
Una vita tra amici e passioni
Ma queste sono faccende squisitamente letterarie, che Marco Beck e Vincenzo Guarracino affrontano in altre pagine. Qui le sfioriamo soltanto, perché nulla nella vita di Curzia Ferrari era separato dal mondo della scrittura: non c’era angolo di quotidianità nel quale fosse assente un riferimento alla letteratura, e forse nella sua opera non c’è un rigo che non affondi nelle apparenti minuzie del vissuto giornaliero.
Nello sbrigativo frasario giornalistico ricorre l’espressione retorica che vede le esistenze dei grandi personaggi «attraversare il secolo, i decenni». Ebbene, Curzia Ferrari ha attraversato buona parte del secolo scorso e il primo quarto di questo con la penna in mano, scrivendo e pubblicando moltissimo – saggi, poesie, romanzi, traduzioni – donando e ricevendo amicizia, proclamando libertà nel pensare e nel vivere, studiando e ricercando.
Carattere non facile, il suo. Ma aveva carattere. A volte le sue parole acuminate ferivano. Ma era capace di emendarsi, perché tra gli impegni che più le piaceva onorare c’era la correzione delle bozze dei suoi libri. Anche i rapporti tra le persone li concepiva così: stesure da riconsiderare, perfezionare, e comunque da tener care nella loro originalità. Le piaceva stare sola, confortata però dalla certezza che presto avrebbe avuto gli amici con sé, nella sua bella casa milanese in via Martinetti, al Molinazzo.
Qui, per stare soltanto agli amici di penna, arrivava tra gli altri Giuseppe Bonura, acutissimo critico con la passione per la pittura, con un pacco di fogli sotto il braccio: i suoi disegni, le sue tempere. Voleva sapere che cosa ne pensasse la padrona di casa, che di arte figurativa si intendeva eccome. E c’erano anche Giuseppe Pederiali e Marco Beck, che vedevano Bonura, lesto come un folletto, appoggiare a terra contro un trumeau le sue opere e attendere il giudizio. «Questa, Giuseppe, è proprio da scartare» sentenziava Curzia, e Bonura subito scartava la prima e proponeva la seconda. Ma poi, tutta la casa di Curzia Ferrari era piena di quadri, con molti ritratti della scrittrice e immagini di Milano, compreso un olio di Salvatore Fiume raffigurante il Duomo di Milano vigilato da un inquietante soldato armato in primo piano. «Facciamo una mostra? – propose un giorno la padrona di casa – Ciascuno di noi si mette al lavoro per un disegno o un dipinto e facciamo una mostra in qualche posto. Ci state? Potremmo chiamarla “Mostraccia”, giusto per cautelarci in autocritica». Grande entusiasmo, poi fu il solo Pederiali a prodursi in un olio mica male, che portò incartato dopo qualche giorno e finì impilato tra i libri dello studio.

Curzia e Giuseppe Bonura, 2006. Foto di Piero Lotito
Curzia Ferrari aveva qualche mania. Non voleva arrendersi al progresso, per esempio. Il Duemila era arrivato da un pezzo, e lei scriveva ancora a macchina: una Ibm elettrica con pallina rotante che sobbalzava come un toro infuriato e faceva rumore come un bulldozer. Osammo lanciarci, Pederiali e chi scrive, in una sorta di missione: convincere la nostra amica ad abbandonare la ruspa e convertirsi al computer. Fummo respinti con sdegno. Ma tornammo più volte all’attacco, e nel giro di qualche mese la spuntammo: fu un trionfo accompagnarla all’acquisto di un primo pc portatile.
Amici, leggerezza. Il suo affetto e la gioia nel parlare di Cesare Cavalleri e Raffaele Crovi, per esempio. Appoggiarsi a Paolo Tempo per una presentazione. E quale felicità per lei, milanista irriducibile, iscritta al Club Nereo Rocco e membro della giuria del premio letterario Righe rossonere con Franco Loi, Daniela Pizzagalli, Giancarlo Pontiggia, Luigi Sampietro e lo stesso Tempo, scrivere un libro sul “Diavolo” con il presidente del club, nientemeno che il mediano e amico Giovanni Lodetti, ottenendo in più la prefazione di Silvio Berlusconi.
L’opera e Quasimodo
Amici, leggerezza. Ma anche isolamento, ricerca, giornalismo, l’amore per la cultura russa. Ecco dunque la collaborazione con La Fiera Letteraria, Critica Sociale, Letture, Historia, Avanti!, Gente, Il Giornale di Brescia, e le biografie di Majakovskij, Gorkij, Isadora Duncan, Ignazio di Loyola, Jacques Fesch, le traduzioni di Esenin, Achmatova, Sosnòra, Puškin, il romanzo A fuochi spenti nel buio, la fede socialista, la poesia soprattutto – «una perdita di tempo» sul mistero del quotidiano – con la produzione di più raccolte in gran parte confluite in Le stagioni della lucertola (Aragno), e quel saggio così intenso sulla spiritualità di Salvatore Quasimodo, Dio del silenzio, apri la solitudine (Àncora).
Quasimodo il Nobel, che – Curzia racconterà –aveva una predilezione per la chiesa di Sant’Eustorgio e coltivava «una sua religione segreta», e con il quale lei aveva avuto negli anni ’60, gli ultimi del poeta, un profondo rapporto sentimentale. Quasimodo, anch’egli un carattere non facile, che viveva di poesia e nulla lo irritava più del sentirsi domandare che cosa sia la poesia. Ci cascò una sera, in un circolo culturale, il pur accorto Ernesto Calindri, e il Nobel reagì veemente, sobbalzando sulla sedia: «Ma che domande sono? Non si può spiegare che cos’è la poesia! Potremmo parlarne per un secolo, e ancora non sapremmo che cosa è la poesia!». Quasimodo, che aveva un debole per l’Idroscalo, e lì, «con un bicchiere di whisky in mano, amava guardare la lama dell’acqua». Quasimodo, che nel 1963 si addolora di fronte agli scavi per la metropolitana: «Dio mio, ammazzano tanti alberi!» Quasimodo, che non spiccicava una parola in milanese, ma due le arrischiava a mo’ di interrogativo: «Te vedett?». Quasimodo, al quale lei dedicò nel 2022 con Cavalleri, Guarracino e Roberto Mussapi il saggio con foto Per Salvatore Quasimodo (Ares).
Ma perché del Nobel 1959, così importante nella pur densa esistenza di Curzia Ferrari, parliamo per ultimo in questo ricordo? Perché ci siamo sempre posti, senza risolverlo, il quesito se il nome di un poeta così ingombrante abbia più giovato alla sua carriera letteraria che non, in qualche modo, “nuociuto”. Forte è tuttavia, confessiamo, la propensione per quest’ultima ipotesi. In ogni modo, ancora nel 2021, lei diceva: «Mi accorgo che il ricordo del Poeta mi è sempre caro, e niente della nostra vita si distrugge». Contro questa certezza, nonostante la forte fede, era però costante in lei il pensiero del nulla, l’amarezza per gli amici perduti e le cose che passano: «Se ne vanno tutti, e nessuno ritorna». Ma in Curzia Ferrari l’impulso dello spirito era indomabile: le bastava poco per risorgere già in vita, anche il semplice gesto di accendere il computer. Perché lì, sullo schermo – lei ben sapeva – tutto ritorna non essendo mai veramente passato.