A gennaio è tornato sul palco del Teatro Carcano di Milano Ernest Henry Shackleton. L’eroe che sconfisse l’Antartide. Scritto e interpretato da Paolo Colombo, professore di Storia delle istituzioni politiche e di Storia contemporanea presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il monologo si inserisce nel solco del progetto “Storia e Narrazione”, nato nel 2005 dalla collaborazione con la collega Chiara Continisio. E quando la storia incontra il teatro, diventa racconto: è l’esperienza dell’History Telling, in cui assistiamo alla rinascita dell’oralità. Gli eventi storici si trasformano in narrazioni avvincenti capaci di coinvolgere emotivamente il pubblico. E così, da “grande affresco” la storia si fa opera in divenire, grazie ai disegni dal vivo dell’illustratore Michele Tranquillini, in un vortice di parole e immagini che trascinano lo spettatore tra le correnti dell’Antartide.

«Cercasi uomini per viaggio rischioso, basso salario, freddo glaciale, lunghi mesi di completa oscurità, pericolo costante, incolume ritorno incerto, onori e riconoscimenti in caso di successo». Correva il fatale anno 1914 quando sul Times apparve questo curioso annuncio. E ancora più curioso è il fatto che a rispondere furono in migliaia. 27 i prescelti, che sarebbero presto salpati a bordo dell’Endurance, un nome che suona come una profezia. Destinazione: Antartide, l’ultima frontiera dell’esplorazione. Una frontiera che non cedette facilmente.

Un vortice di ghiaccio stritolò e inghiottì la nave, costringendo l’equipaggio a proseguire a piedi, in un universo allucinatorio, conteso tra il bagliore accecante delle nevi e l’oscurità perenne del Polo, per due infiniti anni. Fino all’impossibile ritorno a Itaca. A capo della spedizione, l’irlandese Ernest Henry Shackleton.

Un nome e un’impresa che suoneranno nuovi ai più. Impensabilmente. Che una storia di tale potenza attraversi in silenzio la Storia, sembra inconcepibile. Che una tale Odissea non venga narrata, è quasi fonte di sospetto: sarà poi tutto vero? Come è possibile che quell’«incolume ritorno incerto» si sia concretizzato, e per ognuno di loro? Ma forse è proprio questo, immagina Colombo: quella di Shackleton è un’Odissea senza tragedia, la storia del ritorno di un eroe che riuscì a salvare i suoi compagni. «Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», dichiara il Galileo controcorrente di Bertold Brecht. Ancor più sventurata è la terra che ha bisogno non solo di eroi, ma di eroi tragici, per ricordare e onorare.

Eppure, questa leggendaria avventura non manca certo di aedi, né tra i contemporanei né tra i posteri: dal diario di bordo dello stesso Shackleton (Sud. La spedizione dell’Endurance, Nutrimenti, 2009), al resoconto di Alfred Lansing (Endurance. L’incredibile viaggio di Shackleton al Polo Sud, TEA 2003), passando per il racconto per immagini di Frank Hurley, fotografo ufficiale della spedizione (Shackleton in Antartide, Nutrimenti 2021) e la miniserie Shackleton di Charles Sturridge con Kenneth Branagh (2022).

«Shackleton, il nostro capo, / l’uomo che aveva deciso partenza e esilio, / e che ora cercava in se stesso la rotta / definitiva e sacra del ritorno» (R. Mussapi, Antartide, Guanda 2000).