Giovanni (Antiochia di Siria 349 – Comana Pontica 407 d.C.), chiamato Crisostomo (“bocca d’oro”) per la sua eloquenza, fu ordinato presbitero nel 387 e designato vescovo di Costantinopoli nel 398. Questo padre della Chiesa si distinse come predicatore e per le sue notevoli doti pastorali; scrisse trattati, numerose epistole e soprattutto omelie di contenuto teologico e a commento dei testi biblici. Nella liturgia bizantina ortodossa l’omelia che presentiamo viene letta proprio la Domenica di Pasqua.

San Giovanni Crisostomo in un mosaico bizantino antico nella cattedrale di Hagia Sofia a Istanbul
Chi ha venerazione e amore per Dio goda di questa bella e splendida festività. Chi è uno schiavo assennato partecipi, rallegrandosi, del gaudio del suo Signore. Chi è spossato dal digiuno goda ora della sua ricompensa. Chi ha lavorato dalla prima ora riceva oggi il giusto compenso. Chi è arrivato dopo la terza ora, celebri con riconoscenza la festa. Chi è giunto dopo la sesta ora non si arrovelli: infatti, non ha perso niente. Chi ha tardato fino all’ora nona si faccia avanti senza esitare. Chi è arrivato solo all’ora undicesima non abbia paura per la sua indolenza: il Signore è generoso, accoglie l’ultimo al pari del primo. Fa riposare tanto l’operaio dell’undicesima ora quanto chi ha lavorato dalla prima. Ha misericordia dell’ultimo e si prende cura del primo, dona all’uno e gratifica l’altro. Accetta le opere e apprezza l’intenzione. Onora l’azione e approva il proposito. Pertanto, partecipate tutti al gaudio del Signore nostro. Primi e secondi, godete della ricompensa. Ricchi e poveri, danzate gli uni con gli altri. Temperanti e inclini ai piaceri, onorate questo giorno. Voi che avete digiunato e voi che non avete digiunato, oggi rallegratevi. La tavola è colma, deliziatevi tutti; il vitello è grande, nessuno se ne vada ancora affamato. Godete tutti del convito della fede. Godete tutti dell’abbondanza della benignità. Nessuno si lamenti dell’indigenza: infatti, si è manifestata la signoria universale di Cristo. Nessuno compianga i propri peccati, poiché il perdono è scaturito dal sepolcro. Nessuno abbia paura della morte, dal momento che la morte del Salvatore ci ha affrancati da essa. L’ha vinta mentre era trattenuto da essa. Ha depredato gli inferi colui che è disceso in essi. Li ha turbati mentre gustavano la sua carne. Avendone un presentimento, Isaia gridò: «Gli inferi furono turbati all’incontrò con Te laggiù» [Is 14, 9]. Turbati perché respinti, turbati in quanto beffati, turbati perché uccisi, turbati in quanto abbattuti, turbati perché imprigionati. Portarono via un corpo e s’imbatterono in Dio. Afferrarono la terra e incontrarono il cielo. S’impadronirono di ciò che vedevano e furono vinti da ciò che non vedevano. «Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» [1 Cor 15, 55]. Dov’è, inferi, la vostra vittoria? Cristo è risorto e voi siete prostrati al suolo. Cristo è risorto e i demoni sono precipitati. Cristo è risorto e gli angeli si compiacciono. Cristo è risorto e la vita ha il governo. Cristo è risorto e nessun morto rimane nel sepolcro. Infatti, Cristo, che si è destato dalla morte, è divenuto primizia dei dormienti. A Lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.
Traduzione di Matteo Andolfo