Una piccola capitale dell’immaginazione. Tra il 27 dicembre e il 6 gennaio Lecce ha accolto Kids, festival di teatro e arti per le nuove generazioni che, anno dopo anno, si conferma come uno degli appuntamenti più vitali e intelligenti del panorama nazionale. Sale piene, famiglie in fila, bambini seduti a terra pur di non perdere uno spettacolo, biglietti a prezzi volutamente accessibili, quasi simbolici. E c’era pure il biglietto sospeso. Kids non è solo una rassegna, ma un gesto politico e culturale, che sceglie di mettere l’infanzia al centro senza paternalismi né scorciatoie.
Il pubblico è stato grande protagonista di questa edizione: presente, attento, partecipe, mai rumoroso per distrazione ma solo per entusiasmo. Un pubblico misto, fatto di bambini di ogni età, genitori, nonni, insegnanti, operatori culturali, che ha attraversato le feste natalizie scegliendo il teatro come luogo di incontro, di cura, di pensiero condiviso. In un tempo segnato da conflitti, ansie e impoverimento del linguaggio, Kids, giunto alla XII edizione, ha dimostrato come il teatro per l’infanzia non sia un genere minore, ma uno spazio alto di ricerca artistica e responsabilità civile.
All’interno di una programmazione ricchissima, che ha intrecciato teatro di figura, narrazione, circo contemporaneo, danza, musica e clownerie, alcuni spettacoli hanno segnato in modo particolare il cuore del festival. Tra questi, un posto centrale va riconosciuto alle produzioni di Factory Compagnia Transadriatica, alla potente fiaba de La bambola e la bambina, alla grazia ferita di Cuor di coniglio, alla visionaria Ti vedo, la leggenda del Basilisco e all’archetipo civile de La bicicletta rossa.
Factory: quando il teatro accompagna, non spiega
Factory Compagnia Transadriatica si conferma una delle realtà più solide e coerenti del teatro ragazzi italiano, capace di affrontare temi complessi con pudore, misura e una profonda fiducia nell’intelligenza del pubblico giovane.
Mattia e il nonno, su testo di Roberto Piumini e con Ippolito Chiarello in scena, è uno di quei lavori che restano addosso come una carezza lunga. Un monologo che parla di perdita senza mai nominarla in modo frontale, costruendo invece un paesaggio emotivo fatto di immagini semplici e potenti. La scrittura di Piumini, con la sua apparente leggerezza, sa toccare nodi profondissimi: il corpo che se ne va, l’anima che resta, la memoria come luogo abitabile. Chiarello attraversa il racconto con misura, lasciando spazio ai silenzi, alle sospensioni, alla nostalgia. È uno spettacolo che non consola, ma accompagna; che non offre soluzioni, ma presenza. Un teatro di cura, raro e prezioso.
Con Smile, regia di Tonio De Nitto, Factory, con Luca Pastore e Benedetta Pati, sceglie ancora una volta la strada dell’allusione e della sottrazione. Una casa mobile, che ruota e si apre come un piccolo mondo domestico, diventa il centro di una vita ordinaria, ripetitiva, apparentemente insignificante. Eppure, dentro quella normalità, si insinuano crepe: un’assenza, una guerra lontana e vicinissima, un amore spezzato. Nulla viene detto apertamente, tutto viene suggerito attraverso immagini, suoni, colori che scompaiono. La neve che cade copre e protegge, congela e custodisce. Come la celebre canzone di Chaplin, Smile invita a sorridere mentre il dolore resta. Uno spettacolo delicato, malinconico, che chiede tempo e ascolto, e che proprio per questo si rivela profondamente onesto.
La bambola e la bambina
La bambola e la bambina, di Michelangelo Campanale, è uno dei vertici poetici del festival. Liberamente ispirato alla fiaba di Vassilissa e Baba Jaga, lo spettacolo costruisce un viaggio iniziatico nel cuore dell’infanzia, dove paura e protezione convivono, e dove crescere significa attraversare il bosco.

La presenza scenica della bambola, dagli occhi profondi e innocenti, è uno degli elementi più riusciti: uno sguardo che cattura, che interroga, che non lascia scampo. Attorno a lei si costruisce un mondo fatto di canto, nenie, ombre, luci curate, fumo leggero, immagini che sfiorano il teatro d’ombra. Roberta Carrieri è magistrale nel tenere insieme canto, musica dal vivo e ventriloquio, mentre Vania Pucci dà corpo a figure ambigue e potenti come Baba Jaga e la matrigna.
I pupazzi diventano personaggi vivi, capaci di evocare Cappuccetto Rosso e Cenerentola senza mai scivolare nel già visto. In La bambola e la bambina si parla di fragilità e coraggio, di marginalità e incanto, e lo fa con una lingua poetica che resta impressa. Uno spettacolo che non addomestica la paura, ma la rende attraversabile.
Cuor di coniglio
Tra le fiabe più delicate viste a Kids, Cuor di coniglio della Compagnia Dimitri/Canessa occupa un posto speciale. Federico Dimitri e Francesco Manenti, diretti da Elisa Canessa, costruiscono un racconto quasi senza parole, affidato al corpo, alla danza, alla clownerie.
Quelle orecchie da coniglio sono un segno potentissimo: amplificano l’ascolto ma espongono al giudizio. Il protagonista, con il suo gonnellino di tulle, è una figura luminosa e vulnerabile, vittima di un bullismo sottile, fatto di sguardi e derisioni. Il cuore che si perde e si ricompone nel finale è un’immagine semplice e struggente, che parla direttamente all’esperienza di chi guarda.

Lo spettacolo invita a guardare nel fondo, proprio quando sembra di aver toccato il punto più basso. Trasforma la fragilità in possibilità di rinascita, senza retorica, con una poesia gentile che resta addosso a lungo.
La leggenda del Basilisco
Un piccolo capolavoro di teatro di figura è Ti vedo, la leggenda del Basilisco, coproduzione Teatro del Buratto e CSS, firmato da Emanuela Dall’Aglio. Lo spettacolo nasce come una conferenza giocosa “ad altezza di pubblico” e si trasforma presto in un mondo mobile e sorprendente.
Da una grande gonna-scena emergono villaggi, pozzi, castelli erranti, creature e metamorfosi continue. È un teatro artigianale e visionario, che celebra la tradizione del Buratto nei suoi cinquant’anni di attività. La leggenda del Basilisco, mostro temibile solo in apparenza, diventa occasione per parlare di paura non come nemico da distruggere, ma come passaggio da comprendere.
Ancora una volta è l’infanzia a sciogliere il nodo del male: non la violenza, ma la curiosità, la relazione, la dolcezza. Uno spettacolo intelligente, ironico, profondamente educativo nel senso più alto del termine.
Una moderna fiaba civile
Chiude idealmente questo percorso La bicicletta rossa di Principio Attivo Teatro, spettacolo ormai archetipico, capace di attraversare gli anni senza perdere forza. La storia, raccontata da Marta dal pancione della madre, costruisce un mondo dominato dal grottesco BanKomat, padrone di tutto, persino delle stelle.
Eppure, dentro questo universo oppressivo, una famiglia povera ma inventiva e un bambino, Pino, riescono a trasformare una bicicletta in strumento di libertà. La povertà non è mai miseria, ma terreno di resistenza e immaginazione. Il linguaggio è limpido, poetico, mai didascalico. La bicicletta rossa parla di dignità, disobbedienza gentile, speranza condivisa. E dialoga con l’infanzia senza semplificare, continuando a interrogare anche gli adulti.
Un festival necessario
Kids a Lecce si conferma così non solo come un festival di spettacoli, ma come un laboratorio di futuro. Un luogo in cui l’arte incontra l’educazione, la poesia diventa strumento di crescita, e il teatro torna a essere spazio pubblico, popolare, accessibile. In tempi difficili, vedere sale piene di bambini che ascoltano, ridono, si commuovono, è forse il segno più potente che qualcosa, sotto la superficie, continua a germogliare.