L’autunno meneghino ha visto approdare a Milano Wish You Were Here, un altro importante capitolo della Rara Produzione di Marco Rampoldi, che ne firma progetto e regia. Un concerto narrato dalla drammaturgia di Paola Ornati, che tra musica e teatro celebra il cinquantesimo anniversario del capolavoro dei Pink Floyd e il genio “alieno” di Syd Barrett, primo leader della leggendaria rock band britannica.
Il gruppo di musicisti riunito da Marco Rampoldi in occasione di un altro cinquantesimo dei Pink Floyd, The Dark Side of the Moon, torna sul palco. Un palco con una lunghissima tradizione musicale, quello dello storico Teatro Lirico del Piermarini, che oggi porta infatti il nome di Giorgio Gaber, da quando cinque anni fa ha riaperto il sipario dopo oltre un ventennio di inattività.

A cadere questa volta è l’anniversario del concept album dedicato a Syd Barret, costretto troppo presto ad abbandonare la band che aveva fondato per la sua “assenza”, un’alienazione innescata da un disturbo schizoide e dall’abuso di droghe.
La sua voce grida agli spettatori una storia contesa tra leggenda e tragedia, con recitativi che raccontano il tormentato rapporto del gruppo con Barrett, interpretato da Matteo Pisu, e l’esecuzione integrale del disco arricchito da altre perle del “periodo Barrett” e dell’intramontabile repertorio dei Pink Floyd, a cominciare da Shine on Crazy Diamond.
Una band che ha scritto la storia della musica, declinando il rock attraverso le sue varianti sperimentali, psichedeliche e “space”, dai toni fantascientifici, ed entrando nel canone tanto da essere omaggiata anche in composizioni apparentemente lontanissime: e così, nella leggenda di Re Artù raccontata in musica da Hans Zimmer nel film King Arthur (2004), il famoso muro di Another Brick in the Wall diventa il vallo, il “muro”, di Adriano, il confine su cui si combatte per la libertà, nel titolo del brano Another Brick in Hadrian’s Wall.
E così, la storia di un incontro tra le mura austere dei college inglesi, la verità dietro la leggenda di un nome “dettato dagli alieni”, l’idillio e la rottura, impensabile ma necessaria, il tragico ricongiungimento mancato negli studi di registrazione, quando Wish You Were Here stava vedendo la luce, il domani scritto con una nuova formazione e la memoria delle origini, emergono dal vortice psichedelico di testi, composizioni e videoclip in bilico tra il genio e il delirio, un Paese delle Meraviglie ai confini con la fantascienza. Inferno e iperuranio.
Poi, l’assenza. Il racconto sfuma nel silenzio, affidato alla musica. I recitativi che avevano costellato il primo atto si spengono tra le note del brano che dà il nome allo spettacolo. Sullo sfondo, come su una lapide, le date di nascita e di morte di Barret. Ma non è la fine. Nel secondo atto l’assenza si fa così assordante da diventare presenza, una presenza forse ancora più forte che in quel passato condiviso. È l’eredità e la rinascita, il ricordo e il nuovo inizio. Perché il folle diamante possa continuare a brillare.
