Ognuno ricorda dove e con chi era quando ricevette la notizia dell’11 settembre 2001. Io no, ma ricordo perfettamente dove ero il 7 ottobre 2023. Per la prima volta, il suono stridente di una sirena mi strappa dal sonno.
Ho trascorso due anni in Israele, mi trasferisco, ventiduenne, a Gerusalemme con grandi aspettative e l’entusiasmo che genera il vivere nel Paese più high-tech del mondo. Israele: una nazione di 9,2 milioni di persone ma il cui settore tecnologico vale 8 volte quello italiano, probabilmente un paradiso per chi, come me, è alla ricerca di avventure scientifiche tra i primi della classe. La fisica e la passione per i computer quantistici mi hanno portato all’Università Ebraica, l’ateneo fondato da Albert Einstein e uno dei massimi templi della fisica mondiale.
Le mie difficoltà di ambientamento si affiancano ai problemi di una nazione in grande crescita economica, visto l’esplodere del digitale nel post-pandemia, ma con gravi divisioni sociali. Da una parte mi scontro con la realtà israeliana dove il non far parte di uno dei due gruppi della contesa, siano arabi musulmani o ebrei, ti costringe a giocare nel mezzo; dall’altra le tensioni sociali che si intensificano a partire dalle elezioni del novembre 2022. Netanyahu torna al potere con alcuni partiti di minoranza (minoranza numerica, ma non politica) che alcuni amici all’università definiscono fascisti. L’idea che fascismo e Israele possano sovrapporsi è una prospettiva a cui non avevo mai pensato.
Con il tempo, il malcontento cresce, la società si polarizza sempre di più e il tentativo di una riforma della giustizia esacerba la situazione: si contrappongono una destra sempre più religiosa e una sinistra sempre più laica e liberal.
Poi arriva il 7 ottobre, tutto Israele si ricompatta di fronte alle atrocità, le polemiche lasciano spazio al patriottismo e le divergenze, per un momento, spariscono.
Errori, paura, pensieri
Torniamo alle sirene. Nel mio letto vivo un misto di incredulità e amarezza. Nessuno si rende conto di cosa effettivamente stia succedendo, viene da pensare al periodico attacco di Hamas e che tra una settimana torneremo alla vita normale. Per le prime ore ogni 20-30 minuti ci ritroviamo tutti nel bunker della residenza universitaria dove vivo. Da quando suona la sirena ci sono 90 secondi prima che il razzo arrivi a Gerusalemme. Questo è relativamente rassicurante perché significa che abbiamo il tempo per ripararci nel bunker, aspettare l’esplosione e poi uscire.
La mattinata trascorre tra il bunker, la ricerca di notizie e i moltissimi messaggi che ricevo. Nel pomeriggio i giornali italiani titolano che tutti gli italiani sono stati contattati in Israele e che tutti stanno bene. Scrivo velocemente un messaggio in un gruppo Whatsapp di 30 studenti italiani dell’università e scatta il panico. Nessuno è stato contattato, alcuni si dirigono in consolato, altri in preda al terrore corrono in aeroporto forse non consci che è uno dei luoghi più attaccati dai missili di Hamas e quindi più pericolosi. A posteriori sono evidenti gli errori di comunicazione.
Paura e panico: penso sia normale viverli sulla propria pelle, non siamo israeliani, non siamo mai stati istruiti a correre nei rifugi, non abbiamo mai visto missili sfrecciare sopra di noi ed esplodere in aria. Il problema è se il panico tra gli occidentali diventa la guida nelle scelte. Alcuni conoscenti prendono il primo volo per l’Italia, non torneranno mai più in Israele, neanche per prendere i vestiti e i loro averi, neanche quando la situazione è relativamente tranquilla.
In una delle pause nel bunker parlo con Javier e gli chiedo cosa abbia intenzione di fare nei giorni seguenti, ovvero se rimanere o partire. Lui mi risponde con una frase secca: «Non andrò via, sono qui per stare vicino ai miei amici anche nel momento del bisogno». Javier ha lasciato il Messico quando era ancora un giovane ingegnere neolaureato; ora si occupa dell’organizzazione di Saxum, un centro che accoglie pellegrini da tutto il mondo.
Ascolto le sue parole con ammirazione e sorpresa, la guerra è iniziata da poche ore e fin da subito mi accorgo che ci sono persone che pensano già al dopo emergenza. Dopo qualche ora, ad alcuni è già chiaro che viviamo un’emergenza che si trasformerà in quotidianità.
Gli amici si domandano perché io sia rimasto in Israele durante la guerra. All’inizio decido di rimanere perché ritengo Gerusalemme molto più sicura di un aeroporto continuamente bersagliato e di un volo di linea con 2 caccia israeliani a lato pronti a intervenire in caso di bisogno.
Quando molti partono e c’è una forte pressione dall’Italia (famiglia, amici, conoscenti ecc.), la domanda esistenziale se rimanere o scappare è immediata. Qui entrano in gioco le relazioni di profonda amicizia, che permettono un confronto e di dare sfogo alle proprie paure, timori, pensieri, consapevoli che chi hai di fronte ti comprende.
L’altro aspetto fondamentale sono i punti di riferimento; in un momento in cui tutti sono pronti a fornire la soluzione è importante individuare le persone cui dare ascolto. Nel mio caso ho la fortuna di vivere con amici che avevano già visto la seconda intifada e la seconda guerra del Libano.
All’inizio uno si interroga come queste persone possano mantenere un’apparente calma, poi, con il trascorrere del tempo, si comprende come l’esperienza sia fondamentale ma non sufficiente. Sicuramente una buona dose di fiducia nella provvidenza è importante, ma a questo si aggiunge la capacità di comprendere che, in alcuni casi, specie di fronte ai più deboli, siamo d’esempio. Questo lo capisco quando intuisco che in residenza c’è il chiaro intento di mostrare un’apparente calma tra i più adulti in modo da proteggere noi, giovani, e non esasperare una situazione già sufficientemente complessa.
Nel frattempo, arriva la prima sera e con essa arrivano le prime notizie certe. Guardo fuori dalla finestra della mia camera, vedo la cupola d’oro del Duomo della Roccia illuminata come sempre; questa volta però la strada è deserta. Di solito, a quest’ora, il traffico impazza visto il terminare dello Shabbat e tutte le attività riprendono; oggi no, passa solo qualche macchina della polizia ogni tanto.
Il giorno seguente, domenica, quasi mi sono dimenticato di cosa sia successo il giorno prima, come fosse stato solo un incubo notturno. Poi le sirene ci riportano alla realtà, decido di uscire per andare a messa e incontrare gli altri membri della comunità italiana di Gerusalemme.

Foto di Emanuele Gaz
Una foto con l’elmetto
Ciò che più colpisce è la velocità con cui gli israeliani rispondono alla chiamata dell’esercito. Qualche settimana dopo, Einav, una cara amica, mi confiderà che la sera stessa di sabato 7 ottobre era già nella base assegnatale. Einav fino a 24 ore prima studiava come fabbricare un chip superconduttore più stabile per applicazioni nel ramo dell’informatica quantistica; ora si occupa della logistica dei battaglioni che combattono contro Hamas. Non la vedrò per un mese, solo qualche messaggio ogni tanto per capire come sta. Siccome non voglio disturbarla visto l’alto carico emotivo, chiedo informazioni a Guy, il suo fidanzato, mio compagno di ufficio e caro amico, il quale mi conferma l’intensità dei turni dell’esercito con massimo 2 o 3 ore di sonno al giorno. Sono relativamente tranquillo perché so che Einav svolge un lavoro di ufficio, al sicuro in una base.
Ido invece non è in una base, si trova appena dietro la linea del fronte dove svolge attività di field intelligence per la quale è stato formato durante i tre anni di servizio militare. Lo scopro quando gli chiedo come sta e mi manda una foto con l’elmetto, l’emozione è forte. Fino a qualche giorno prima pranzavamo insieme sul verde prato dell’università, ora invece lui si trova tra la sabbia arancione tipica del sud del Paese. Lo sconforto è grande, è difficile accettare di vedere il futuro della fisica israeliana buttato al confine con la striscia di Gaza con un fucile in mano. In un audio Whatsapp mi confida che fatica a dormire la notte perché i colpi di artiglieria israeliana sono continui e non si fermano. Non so come rispondergli e quindi gli prometto che, quando sarà tornato, andremo di nuovo alla Pais Arena a vedere una partita di pallacanestro dell’Hapoel Jerusalem.
Poi ci sono gli altri che non sono stati richiamati dall’esercito e che sono a casa come me. Alcuni vivono un dramma interiore dato che sono lacerati dal dubbio se arruolarsi volontariamente oppure rimanere a casa (sostenendo il fronte interno e l’economia), altri sono ancora nella fase precedente e non riescono a realizzare che il 7 ottobre sia accaduto.
Infatti, in queste situazioni è quasi più pericolosa la propria mente che i missili di Hamas. Il rischio di bloccarsi in uno stato di perenne shock è grande. Questo capita a tanti amici israeliani che per settimane (alcuni per mesi) trascorrono intere giornate davanti alla televisione in attesa di notizie dal fronte.
Questo lo vivo anche in residenza, con gli amici, con i parenti. Si continua a parlare sempre della guerra e si genera un circolo vizioso dal quale è difficile uscire: più parliamo della guerra e più la sfiducia cresce. Dopo un po’ viene da chiedersi se non si stia cadendo nella tentazione di lasciarsi andare allo sconforto, mi viene in mente la frase profetica del Deuteronomio (31,8) «Il Signore stesso cammina davanti a te; egli sarà con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà; non temere e non ti perdere d’animo!».
La realtà è cruda, riuscire a vedere una goccia di bene in un oceano di male non è facile. Abbiamo però bisogno di parlare della vita, della speranza, del futuro, di cosa faremo una volta che i nostri amici saranno tornati dal fronte.
Seminare speranza
Di fronte alle enormi difficoltà, la domanda nasce spontanea: noi, come cristiani, cosa possiamo fare? Molti partono per la comprensibile paura, in pochi rimangono. Rimanere è già un miracolo; rimanere accanto agli amici, consolare, ascoltare è quanto vorremmo fare come suggerisce il Patriarca di Gerusalemme. È chiaro fin da subito che questa volta la ricostruzione sarà molto complicata; gli unici che fin da subito pensano al dopo e a che cosa sarà di Gaza e Israele sono le autorità religiose cattoliche. È il momento del silenzio, dell’ascolto a volte forzato perché non vorremmo sentire i tragici racconti o ascoltare i commenti aspri di colleghi amici che, presi dalla rabbia per aver perso gli affetti, hanno perso la lucidità e si lasciano andare a frasi impronunciabili. Israele è un piccolo Paese e tutti sono coinvolti emotivamente, visto che ognuno ha almeno un contatto diretto che è coinvolto nella guerra. Mi convinco che, in alcuni casi, la miglior forma di consolazione è il silenzio.
Mi confronto con alcuni amici europei, studenti come me, e capisco che non sono l’unico il cui problema più grande sta nel riuscire ad accettare la situazione attuale, mantenere viva la speranza e cercare di seminare qualcosa di buono in mezzo a tanta distruzione. Seminare speranza è forse il compito che meglio si addice a noi, e questo deve essere il nostro compito fino al termine della guerra.
Non è un film dell’orrore
Dopo 3 settimane, con Maor, Uri e Sagiv decidiamo di tornare all’università per cercare di poter respirare una parvenza di normalità. Riesco a convincerli a ricominciare la vita nel campus spiegandogli che dobbiamo vincere la guerra psicologica e provare a tornare alle nostre vite. La ripresa di una semi-quotidianità mi porta ad ascoltare storie di vita diverse.
Un amico diplomatico mi confessa le difficoltà nel riposare la notte; nelle ultime settimane la sua preoccupazione è stata quella di poter portare fuori dalla Striscia i cittadini che lui rappresenta e nel caso dei minori sente una grande responsabilità.
Un amico medico in licenza racconta che è una guerra particolare essendo urbana. In quanto chirurgo, si trova sempre dietro le linee del fronte; delle volte però le linee non sono ben definite e capita che i miliziani di Hamas spuntino da dietro e ora tu diventi il fronte. Aggiunge che più volte gli capita di dover soccorrere ragazzi il cui futuro è già segnato e per i quali l’unica cosa da fare è sedarli con una dose di morfina per permettergli una morte dignitosa. Mi immagino l’odore acre del sangue e della carne sventrata, non è un film, è la realtà; mi assale un senso di nausea. Mi immagino la disperazione di un medico il cui compito non è più salvare vite ma alleviare la sofferenza di una morte prematura; questo è uno dei ricordi più tristi che mi porto a casa.
Durante un attacco, nel bunker, scambio qualche parola con un anziano professore di fisica che, sapendo che sono italiano, mi dice: «Come si sentivano gli italiani antifascisti che si vergognavano del proprio Paese quando vennero emanate le leggi razziali? Allora puoi immaginare come mi senta io». Quelle parole mi colpiscono profondamente. Siamo a meno di un mese dal 7 ottobre e, al contrario di quanto lascino intendere i media, ci sono già israeliani che non condividono la risposta militare del loro stesso Stato. Con il passare dei mesi, cresce il numero di amici che si confidano con me e mi raccontano le loro riflessioni.
I giorni passano, gli arabi raggiungono un enorme livello di insofferenza nel vedere altri arabi uccisi dagli ebrei che, invece, vivono con loro. Un amico che lavora per le Nazioni Unite ci racconta dei suoi viaggi a Gaza: «Voi non volete vedere cosa c’è di là, quando passiamo con le macchine veniamo assaliti dai gazawi in cerca di cibo». Mi sembra di sentire una storia da film dell’orrore. Ci racconta anche delle difficoltà per gli addetti ai lavori nel districarsi tra la propaganda occidentale, israeliana e araba. In alcuni casi, capire anche chi abbia lanciato una bomba è diventato complicato, solo una terza parte non coinvolta potrebbe definire se è stata una bomba israeliana o un missile mal lanciato da Hamas.
Di ritorno da una cena a Tel-Aviv, Omri mi racconta che il 7 ottobre ha trascorso due ore al telefono con un’amica d’infanzia che era rinchiusa in un bunker al confine con la Striscia. Mi riferisce di aver sentito gli spari contro la porta blindata, le urla dei miliziani di Hamas e il pianto della sua amica. Sagiv mi racconta che una sua conoscente del liceo è stata uccisa il 7 ottobre, da allora lui e la sua compagna si preoccupano di avere sempre acqua e cibo sufficienti per 4-5 giorni in caso di altri attacchi. Non credo siano necessari altri esempi per far capire il livello di stress psicologico che, dal 7 ottobre, gli israeliani vivono.
La vita continua. Sono passati 4 mesi dall’inizio della guerra ed Erez (il mio relatore di tesi) mi chiede se possiamo posticipare la nostra riunione perché il marito di sua cugina è morto in uno scontro a fuoco con i miliziani di Hamas. Ho sempre trovato incredibile l’informalità nei rapporti tra professori e alunni in Israele; un rapporto quasi alla pari dove il rispetto non è dato da una posizione di maggior potere, ma è il rispetto che un discepolo ha nei confronti del proprio maestro. Mi trovo ancora una volta di fronte a una situazione nella quale non so come reagire; gli faccio le mie condoglianze e gli dico che la riunione è l’ultimo dei problemi. Erez è una delle ragioni per le quali continuo a pensare che una soluzione si possa trovare e che la pace un giorno trionferà: non l’ho mai sentito fare un commento fuori luogo riguardo i palestinesi, neanche dopo che Hamas aveva attaccato e ucciso 1.200 israeliani in un solo giorno. Questa volta però percepisco il suo essere sconsolato, ogni giorno continuo a ripetergli che dobbiamo continuare a non perdere la speranza e che un giorno gli ostaggi torneranno e la guerra finirà. A posteriori penso che avrei potuto dire qualcosa in più, poi realizzo che in un ambiente dove la negatività è sovrana mostrare un atteggiamento diverso possa essere utile a loro e anche a me. In fin dei conti, cosa possiamo offrire, nel nostro piccolo, se non speranza?
Riparare il mondo
Nell’agosto 2024 torno in Italia, ma continuo a sentire i miei amici a Gerusalemme, sia nei momenti di gioia sia in quelli di tristezza. Ogni tanto, qualcuno mi scrive per annunciarmi la nascita di un figlio o la data del suo matrimonio: un segno di speranza, anche se la speranza è un concetto tipicamente cristiano più che ebraico.
Il 1° ottobre 2024, osservare dall’esterno il secondo attacco dell’Iran è più intenso di quanto mi aspetti. Forse perché, quando si vivono certe situazioni in prima persona, la paura anestetizza la consapevolezza della loro gravità, proteggendoti nel breve termine. Poi non c’è il tempo di elaborarle, perché nelle settimane successive accadrà qualcosa di altrettanto grave che occuperà di nuovo i pensieri. Ora però sono di nuovo in Italia e posso essere più freddo nell’analizzare la gravità della situazione.
Eppure, penso anche alle altre belle notizie che mi arrivano dagli amici. Sapere che le suore del Verbo Incarnato – tra le poche, forse le uniche non gazawi a essere rimaste sempre nella Striscia – continuano a prendersi cura della piccola comunità cristiana di Gaza, riempie il cuore di speranza. Ascoltare Oded, un amico rabbino, che sta promuovendo circoli artistici e letterari tra arabi cristiani, arabi musulmani ed ebrei, è un esempio concreto del concetto ebraico Tikkun Olam (“riparare/migliorare il mondo”), come spesso mi dice.
In questo momento, costruire ponti è la missione di chi si trova in Israele o di chi vuol essere parte attiva del lungo processo di riconciliazione che ci attende. Probabilmente, noi cristiani abbiamo un ruolo privilegiato, con la responsabilità che ne consegue. La presenza di una comunità cristiana di lingua araba e di una di lingua ebraica ci permette, nel nostro piccolo, di svolgere un ruolo da mediatori, capaci di dialogare con entrambe le parti.