A fine anni Ottanta furono introdotte, in alcune produzioni seriali di fiction televisiva, novità che si sarebbero rivelate determinanti nel corso del ventennio successivo. Furono per esempio realizzate serie televisive composte di stagioni (seasons) separate ma inserite in una diegesi unitaria, qualcosa che si era già visto anche in Italia con le prime due o tre stagioni de La piovra (che aveva fatto scuola nel mondo). Questa forma sarebbe arrivata a compiutezza artistica e spettacolare tra il 1999 e la fine del decennio successivo. Solitamente si indica quale momento di svolta la produzione di Twin Peaks (Abc, 1990-1991), indicazione che – pur con tutte le prudenze del caso – può essere accolta. Si può soltanto aggiungere che le linee narrative orizzontali erano già state tracciate da fine anni Settanta in serie come, appunto, l’italiana La piovra (1984-2001), Baretta (1975-1978) Lou Grant (1977-1982) o Hill Street giorno e notte (1981-1987). Tale linea narrativa orizzontale, in queste serie, era però ripresa sporadicamente e si limitava al cambiamento di relazione fra personaggi, all’avvicendamento di superiori e colleghi dei poliziotti o giornalisti protagonisti della serie. Quanto a Twin Peaks, l’atmosfera cupa e grottesca, i tempi «non televisivi», le situazioni paradossali, la cura per fotografia e colonna sonora si dovevano, come si disse al tempo, «all’autorialità» cinematografica che irrompeva in televisione per opera del regista David Lynch. A parte queste considerazioni, nelle serie si riscontravano importanti novità strutturali. Fino a quel momento era prevalente una narrazione orizzontale (come nella serialità italiana dello «sceneggiato televisivo») oppure verticale, dove ogni episodio è autosufficiente dentro un quadro costante. Rientrano in questo modello serie notissime come Star Trek o Colombo. Il nuovo modello comprendeva invece un intreccio fra narrazione orizzontale e narrazione verticale consentendo una diversificazione dei vari episodi ognuno dei quali poteva essere visto come un «racconto» autosufficiente (anche se inserito nella progressione della diegesi orizzontale). Questo nuovo modello, che talvolta (ma non sempre) fa uso dei cliché della cosiddetta «serie serializzata» nella quale un episodio finisce dove inizia quello successivo, si è poi evoluto ulteriormente nel corso degli anni Novanta. Ciò che mancava a Twin Peaks, produzione per molti versi sperimentale, era lo sviluppo nella lunghezza. Tuttavia la «stagionalità» nel senso moderno (non mera replica di serie di episodi ma season vera e propria) vi era già abbozzata: la serie era composta di 30 episodi suddivisi in due stagioni. Per questo motivo non rientrava nel vecchio format delle miniserie prodotte da tempo dalle majors, come Radici (Abc, 1977: 6 episodi, 8 in Italia); Olocausto (Nbc, 4 episodi 1978); Uccelli di rovo, (Abc, 1984, 4 episodi). Queste erano simili agli «originali televisivi» delle Tv europee, italiana compresa. Questo aspetto sarà sviluppato nel corso degli anni Novanta.

La serialità alla Twin Peaks, la sua «orizzontalità», ha rotto la verticalità inducendo sviluppi importanti in serie di grande successo prodotte negli anni Novanta; abbiamo esempi come X Files (Fox, 1993-2002) e ancora E.R. (Nbc, 1994-2009), Le avventure del giovane Indiana Jones (Abc, 1992-1996) o La signora del West (Cbs, 1993-1998). Tutte queste produzioni presentano un’accentuata linea orizzontale, episodi molto verticali e minore cura delle linee stagionali. Nel contempo, il decennio ha visto un costante aumento della qualità artistica e tecnica delle serie televisive dovuta anche a un incremento degli investimenti. Quel che è certo è che tutte queste serie hanno risentito del nuovo concetto di serialità introdotto da Twin Peaks. L’invenzione del digitale, la realizzazione di apparecchi televisivi con audio e video sempre più definiti oltre che di grandi dimensioni ha rafforzato i canali privati («commerciali») e quelli via cavo creando un pubblico disposto a pagare per vedere spettacoli meno convenzionali e più raffinati. Le reti televisive inizialmente via cavo e poi passate al digitale come Hbo (fondata nel 1972) o Amc (1984) sono state un importante ambiente di sviluppo delle nuove serialità.

Il punto di svolta degli anni Duemila

Agli inizi degli anni Duemila sono state prodotte serie che hanno segnato un ulteriore punto di svolta. Fra tutti bisogna segnalare I Sopranos (Hbo, 1999-2007), che privilegia la scrittura, la qualità dei dialoghi e l’ironia accentuando tempi lenti e non convenzionalmente televisivi; Six Feet Under (Hbo, 2001-2005), storia intrisa di humour nero di una famiglia che gestisce una funeral house e The Shield (2002-2008). Probabilmente la primogenitura del nuovo modello si deve a I Sopranos, che tuttavia prende spesso un andamento da sit-com con molti interni e primi piani. La sua espressione più compiuta si nota nelle altre due serie nominate. The Shield sviluppa un racconto in 7 stagioni e intreccia una linea diegetica orizzontale che copre tutto l’arco del serial e porta a un finale che è effetto delle cause mostrate nei primi minuti della serie (il poliziotto Vic Mackey, capo di un gruppo, ha ucciso un collega e tre suoi amici lo sanno). A questa linea principale è stato agganciato un racconto orizzontale diversificato per stagione. Il terzo livello narrativo, invece, è verticale; si tratta di vicende ogni volta diverse che ruotano attorno al quartiere di Los Angeles dove la serie è ambientata. Ecco dunque che i singoli episodi richiamano il dramma originale, che inizia nella prima serie e fanno avanzare il tema specifico di ogni stagione alternandolo con le storie «verticali» (episode). Questa compresenza di tre livelli, intrecciati frequentemente con linee di trama e montaggio alternato, rende gli episodi velocissimi, incalzanti, privi di pause. Con grande abilità gli sceneggiatori, guidati da Shawn Ryan, sono riusciti a tenere assieme tutte le linee; il peso del crimine con cui la storia si apre torna a rovinare la vita dei quattro poliziotti corrotti portando le ultime tre stagioni, sempre più, su toni da tragedia. Questo nuovo tipo di serialità a un tempo coesa sull’arco diegetico principale e «staccata» nei singoli episodi ha fatto scuola. È stata infatti riprodotta nella struttura profonda di altre serie con alta qualità di scrittura, sceneggiatura e regia, tutte premiate e apprezzate dalla critica più esigente.

Altra serie di successo è stata C.S.I. (CSI Las Vegas, 2001-2014, che ha dato vita a tre spin-off). Qui la linea orizzontale primaria è poco robusta ma esiste. Si segue l’evoluzione dei rapporti dei membri dello staff della polizia scientifica di Las Vegas ma la dimensione verticale, quella della risoluzione dei singoli casi per episodio (in genere 2 casi), è prevalente. L’innovazione qui è soprattutto nel décor, nelle scenografie e nei colori. La cura della fotografia e degli aspetti visivi sono stati un ulteriore passo che, nel corso del periodo, ha avvicinato le produzioni televisive a quelle cinematografiche. Alcune stagioni di CSI Las Vegas (la 6ª, la 7ª, la 8ª) hanno introdotto una linea di season con risultati interessanti. La serie Lost (Abc, 2004-2010) ha utilizzato tutte queste innovazioni introducendo anche un gioco di scomposizione del racconto che costringe lo spettatore a legare fatti apparentemente sconnessi. Il successo delle prime stagioni è andato via via dissipandosi in una confusione narrativa – lamentata dagli stessi spettatori e confessata dagli sceneggiatori – che ha causato l’interruzione della produzione. Gli stessi autori hanno replicato con una serie di fantascienza, Fringe (Fox, 2008-2013), che gioca alla scomposizione narrativa come Lost ma prudentemente limitata a cinque seasons. In questi stessi anni, tra le serie meglio scritte, secondo il giudizio della Writers’s Guild of America troviamo, ai primi posti, oltre a serie classiche e sit-com umoristiche, capolavori come The Wire (Hbo, 2002-2008), Mad Men (Amc, 2007-2015), raffinata ricostruzione del mondo della pubblicità di Madison Avenue tra anni Sessanta e Settanta; il western Deadwood (Hbo, 2004-2006) o il legal thriller Damages (2007-2010).

Di tutte queste serie e di altre si può dire che è più presente la lezione e la struttura a tre livelli di The Shield che quella di Twin Peaks. Del tutto originale, anche se in essa è presente unicamente la dimensione orizzontale della singola stagione più qualche evoluzione stagionale che abbozza il destino del personaggio, è 24 (2001-2010 e 2014), dove ogni serie racconta minuto per minuto una giornata di 24 ore. La serie è infatti divisa in 24 episodi da circa un’ora ciascuno (43, i minuti mancanti coprono la pubblicità) con alta tensione e cliff. La serie, dalle caratteristiche così singolari, è rimasta ad alti livelli almeno per 6 stagioni su 9. Tuttavia l’eredità che ha lasciato ha consentito – caso eccezionale – una ripresa 4 anni dopo la prima interruzione. Nella prevalenza di serie drammatiche (a parte sit-com come Friends) spicca per longevità e successo anche Casalinghe disperate (2004-2012), produzione di notevole maestria risultando un mélange sapiente di humour nero, mistery, giallo e critica sociale. Assieme a Lost e, in secondo luogo, a Grey’s Anatomy, Casalinghe disperate ha salvato la rete americana Abc in crisi di ascolti.

Alla fine del primo decennio del XXI secolo è iniziata la produzione di serie che hanno anche mutato il linguaggio televisivo avvicinandolo a quello cinematografico. Se sino ai primi anni Duemila erano ancora prevalenti primi piani, piani americani e totali (I Sopranos) con qualche piano lungo, in seguito è stato sempre più utilizzato un linguaggio cinematografico compiuto anche per le serie televisive, con lunghe carrellate, piani sequenza, panoramiche. Questo mutamento, assieme all’uso sofisticato di effetti speciali in Cgi, è già evidente in serie come Il trono di spade e The Walking Dead o, su un livello più popolare, Agents of S.h.i.el.d e simili serie di fantascienza. Le vecchie serie fantasy-horror come Streghe (1998-2006) o Buffy l’ammazza vampiri (Wpa/Upn, 1997-2003) erano ancora concepite secondo il linguaggio televisivo convenzionale con molti interni e primi piani. L’avvicinamento delle serie Tv ad alto budget al cinema, con il vantaggio dello sviluppo temporale, è destinato ad accentuarsi. Numerosi professionisti dei cast tecnici e artistici – anche premi Oscar – passano dal cinema alla televisione senza i problemi che una volta esistevano. Del resto i premi televisivi, i Grammy Awards, diventano sempre più prestigiosi. La diffusione dell’alta definizione (dal 2 al 4k) consente lo sfruttamento di schermi di grandi dimensioni, da 50 sino ai 100 pollici. Si può dire che oggi, mentre il cinema è fermo, le grandi novità stiano arrivando non dal grande schermo ma dai grandi schermi televisivi.