Domenica mattina. Silenzio. Lungo il lago una vecchina vestita di rosa fa stretching, mentre i tanti campanili della città annunciano il compimento dell’ora con i loro solenni rintocchi. Zurigo dorme ancora. Le strade sono vuote. Le aiuole, invece, sono piene di fiori ben curati, ma in cromatica disarmonia fra loro: giallo, viola, rosso e bianco. I negozi, provvisoriamente senza clienti, espongono comunque in bella vista le loro tante meraviglie. Ecco alcuni prezzi: piccolo trolley Rimowa 1.099 franchi, giacca in pelle Tom Ford 9.200 franchi, pennello da barba in legno 500 franchi, bretelle verdi 235 franchi, orologio Jaeger-LeCoultre Memovox 6.800 franchi. Perfino le calze, qui, possono costare cifre a doppio zero.
Zurigo. Una fortezza del benessere. Una città teatro in cui lo spettacolo della perfezione va in scena indisturbatamente da secoli per un pubblico di soli ricchi, replicando con successo un’impeccabilità lontanissima dal cuore. Zurigo una capitale mancata, profumata dal vento e prediletta dal destino in cui tutto accade in maniera talmente prevedibile e rassicurante che la morte accidentale di un piccione, schiacciato lungo i binari del tram rappresenta uno scempio: un evento insopportabile che rende necessario chiamare con urgenza gli uomini della nettezza urbana, affinché puliscano subito, rimuovendo in fretta dalla strada la spaventosa presenza di quel cadavere dilaniato: che turba, macchia e rovina l’armoniosa serenità d’intorno.
Fa freddo e c’è vento. Ma è tutto immobile. Tranne le bandiere svizzere: quelle con la croce bianca che, talvolta, è inspiegabilmente un po’ annerita dallo smog. Da lontano si ode il rombo di una Ferrari che parte a velocità sostenuta dal posteggio di chissà quale garage.
Le strade vengono pulite con cura da un sofisticato macchinario dotato di spazzole rotanti, quasi che i marciapiedi fossero gli interni di una casa. Subito, per contrasto, vengono in mente i cadaveri dei topi sparsi con abbondanza dal destino lungo le intricate strade del Porto Vecchio di Marsiglia.
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