Riccardo Falcinelli, Visus. Storie del volto dall’antichità al selfie, Einaudi, Torino 2024, pp. 552, € 25
Visus è l’ultimo lavoro di Riccardo Falcinelli: una corsa appassionante nella storia della rappresentazione del volto. Più di cinquecento pagine e oltre seicento immagini a colori da percorrere come una inedita galleria virtuale, una pinacoteca che corre sul filo del tempo, dall’antichità all’istante presente. Nella sua caleidoscopica analisi l’autore coinvolge il lettore con grande verve narrativa. Profondo ed esatto, ma anche semplice e concreto, Riccardo Falcinelli è uno dei più noti e apprezzati graphic designer italiani. I suoi progetti di grafica editoriale si possono sfogliare su www.falcinelliand.com. Come autore di saggi ha firmato per i tipi di Einaudi titoli vieppiù noti − Critica portatile al visual design (2014), Cromorama (2017), Figure (2020) e Visus (2024) − e tradotti in diverse lingue estere, dall’inglese al giapponese e al coreano.
Visus è dedicato alla rappresentazione del volto lungo il corso dei secoli: da Alessandro Magno a Rita Hayworth, da Elsa di Frozen al bambino della Kinder, dall’icona di Cristo alle foto di famiglia e ai selfie, al centro dell’esplorazione di Falcinelli troviamo quella che lui definisce la “facciologia”.
Se vi interessa seguire come questo topic si è trasformato nella storia dell’arte, della fotografia e del cinema, del costume o anche solo se volete scoprire perché i selfie hanno radici antichissime e come posso inquadrare la mia immagine nel cellulare per venire meglio, il libro è consigliatissimo.
«Cosa c’è di più facile del volto?», scrive Falcinelli, «Tutti ne abbiamo uno, e abbiamo a che fare con quello degli altri. Eppure, di tutte le cose che ci capita di guardare, il volto rimane la più enigmatica». E questo è così vero, sia nel rapporto che ciascuno ha con sé stesso (scoprire e guardare con meraviglia il proprio viso e la sua evoluzione nel tempo, decidere quale faccia mostrare al mondo) sia nel rapporto che gli uomini hanno tra loro (il volto è l’avamposto dell’avventura della conoscenza dell’altro). Ma anche nel rapporto che l’uomo con l’alterità assoluta, con il destino, con Dio. Nel Salmo 26 Davide implora: «Di te ha detto il mio cuore: “Cercate il suo volto”; / il tuo volto, Signore, io cerco. / Non nascondermi il tuo volto».
Falcinelli nella sua esplorazione mostra come la rappresentazione del volto sia un prodotto culturale (anziché naturale) e che ogni momento della storia abbia la sua caratteristica: «Ogni cultura decide cosa mostrare di sé, anche se non tutti ne sono consapevoli». E qual è la marca del nostro tempo?
Per millenni gli uomini e le donne hanno riso, ma le loro risate hanno avuto pochissimo diritto di rappresentazione. […] Quel che ci resta del passato sono volti austeri, solenni, idealizzati. Finché, nel XX secolo, la diffusione delle Kodak e delle Polaroid non ha permesso a ciascuno di noi di fotografarsi, e le occasioni preferite per farlo sono state i viaggi, le vacanze, le feste. Ne consegue che nel mio album di famiglia – e immagino in quello di molti – ci sono solo foto del tempo libero, in cui ridiamo. […] Se tra mille anni qualcuno vorrà studiare il nostro momento storico si chiederà perché abbiamo riso tanto.
Esatto. Di contro vengono alla mente facce non “costrette/costruite” dal riso, viste in vecchie foto in cui volti magari meno curati dei nostri e dalle espressioni serie – spesso anche aggrottate – rimangono impressi per la loro intensità. Facce che riportano impresso (proprio nel senso dell’impressione sulla lastra fotografica) qualcosa di reale. Per spiegarci, una chiusa fuori campo: si tratta dello scambio di battute tra Bernadette Soubirous, la piccola veggente di Lourdes, e il suo fotografo. La scena è ambientata negli anni Sessanta dell’Ottocento, poco dopo le apparizioni:
L’abate Bernadou vuol fotografare Bernadette per fissare sulla placca l’espressione che il suo volto poteva avere durante le apparizioni: «No, non va. Non facevi quella faccia quando c’era la Madonna». «Ma adesso non c’è!».





