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Paolo Nori, Vi avverto che vivo per l’ultima volta
Paolo Nori, Vi avverto che vivo per l’ultima volta

Vi avverto che vivo per l’ultima volta di Paolo Nori

di Marco Dalla Torre

maggio 2023

Grande poetessa

Paolo Nori, Vi avverto che vivo per l’ultima volta, Mondadori, Milano 2023, pp. 264, euro 18,50.

Iosif Brodskij, in gioventù, frequentò intensamente Anna Achmatova, la grande poetessa (ma «voleva essere chiamata “poeta”», p. 24). Anni dopo ricordava:

Ogni incontro con l’Achmatova è stato, per me, un’esperienza piuttosto significativa. Quando senti, fisicamente, che hai a che fare con una persona migliore di te. Molto migliore. Con una persona che, con la sua sola intonazione, ti trasforma. E l’Achmatova, con il solo tono della voce, o con l’inclinazione del capo, ti trasformava in un homo sapiens (p. 9).

Molti hanno testimoniato la forza magnetica della sua persona, della sua personalità. A noi restano i suoi versi meravigliosi, la parola esatta, «cose semplici e illuminate bene» (p. 234).

Una vita, ci racconta Paolo Nori, “orribile e meravigliosa”, a cavallo della Rivoluzione e poi della grande Guerra patriottica, di terribili affanni: la fucilazione del primo marito, l’arresto e la morte nel gulag del secondo, i ripetuti arresti del figlio (con cui del resto ebbe sempre un rapporto difficile). Esistenza tramata di rovesci e mutamenti continui. All’apice della fama già negli anni Venti e poi ancora durante la guerra, poi radiata dall’Unione degli scrittori. Accomunata al suo popolo nelle privazioni di ogni genere, nella fame e nella malattia, fu però sempre la più grande poetessa russa vivente. Con sovrano disprezzo, confidava agli amici: «Ho vissuto la fama e la diffamazione, e sono arrivata alla conclusione che in fondo non cambi niente» (p. 226).

Paolo Nori, che solo due anni fa aveva pubblicato un fortunato libro su Dostoevskij (Sanguina ancora, Mondadori 2021), sente il bisogno di scrivere della grande poetessa all’alba della sciagurata guerra a tutt’oggi in corso. Bisogna tenerlo a mente, per capirlo questo libro. Perché si tratta di un testo davvero singolare, in cui l’autore intreccia la vita dell’Achmatova con la sua, quell’epoca con la nostra. La chiave d’accesso la troviamo nel sottotitolo: Noi e Anna Achmatova. Nelle ultime pagine del libro l’autore rivela:

A quest’altezza, più o meno, ho cambiato il sottotitolo del romanzo. L’ho cambiato perché man mano che andavo avanti, mi sembrava sempre di più che gli anni che stiamo vivendo assomigliassero agli anni che ha vissuto Anna Achmatova (p. 228).

Ribadendo, tra l’altro, che ritiene questo testo un “romanzo”, benché tecnicamente mi riesca difficile classificarlo così.

Di certo questa non vuole essere una biografia e neppure uno studio critico. L’understatement è costante: nessuna esibizione di cultura e di erudizione, sebbene sia evidente che le possiede e che formano l’impalcatura necessaria al cantiere del testo. «Io sono un appassionato, non un esperto» (p. 207), espressione che a me pare davvero molto bella. Non è una biografia perché questo non è l’intento dell’autore e forse anche perché è consapevole che una vita, e una vita così, «è molto di più di quello che si riesce a dire» (p. 65).

Il risultato è però, mi sembra, non del tutto riuscito. Senza dubbio fa crescere in chi legge il desiderio di conoscere meglio questa straordinaria poetessa e di ascoltare ben più dei pochi testi riportati nel volume. E questo mi sembra comunque un gran bel risultato. Però il lettore non esperto fatica a orientarsi in queste vite parallele che scorrono su binari non lineari né cronologici.

In particolare quando parla di sé, l’autore adotta un procedere narrativo paratattico e sintatticamente molto libero, una specie di mimesi del monologo parlato. Un esempio:

E, all’epoca fumavo, e nell’appartamento dove abitavo, abitavo in casa di una famiglia di russi, e i russi con i quali abitavo non volevano che si fumasse in casa, allora a fumare io andavo sul pianerottolo (p. 72).

Un andamento sintattico che dona levità alla narrazione, ma che talvolta a me suona troppo insistito.

Dove risulta molto efficace nei passi, e non sono pochi, in cui emerge tutta l’ansia della guerra (o “operazione militare speciale”), in territori e tra persone amate e ben conosciute. Sconcerto anche per le reazioni collettive occidentali, sovente scomposte, di condanna collettiva per tutto quanto sia russo, compresa la sua letteratura. Come se si potesse accomunare politica e grande letteratura, cosa che mai si è data, e meno ancora nella Russia contemporanea:

Gli scrittori russi sono stati i principali nemici, dei poteri che si sono avvicendati sulla cittadella russa del potere negli ultimi due secoli. Censurarli non significa andare contro il potere (russo), significa semplificare le cose, al potere (russo) (p. 163).

Già nei primi giorni di questa guerra lo soccorre però un ricordo salvifico:

Nel frattempo, in Italia e in Occidente, si vietano conferenze, mostre, proiezioni, concerti, e a me viene in mente quella pagina di Guerra e pace, di Tolstoj, dove Pierre Bezuchov, il protagonista, un russo che è stato catturato dai francesi nel corso della campagna napoleonica, è lì, di notte, nel recinto dei prigionieri, guarda il cielo stellato e, tutto d’un tratto, scoppia a ridere. E ride forte, e a lungo. E ride per un pensiero che gli è venuto: “Ma la mia anima immortale, come fanno a tenerla prigioniera?”. Con la letteratura russa, è uguale. Come fanno a tenerla prigioniera? (p. 33).