Uno spirito di geometria. Lo splendore della verità
febbraio 2023 · Quaderno: Per Cesare Cavalleri
Carlo Alessandro Landini conobbe Cesare Cavalleri nel 1989, iniziando a collaborare con Studi cattolici e firmando una propria rubrica (“Riviste & Riviste”) che avrebbe visto la luce per trent’anni esatti, fino al 2019. Landini è compositore – sua la lunghissima Sonata n. 5, entrata nel Guinness dei primati per le sue sei ore e mezza di ascolto ininterrotto – ed è stato docente per quarant’anni nel Conservatorio di Piacenza, dopo aver studiato e insegnato in Francia, in Germania, negli Stati Uniti. Autore di due saggi dedicati al tempo musicale (il più recente intitolato L’orecchio di Proteo, Lim 2021), si cimenta da sempre nei più svariati generi letterari, tra cui la poesia.
Le persone amate, quelle a noi più care, si fatica a immaginarle assenti. Quando noi pensiamo al senso di vuoto incolmabile che esse lascerebbero in noi e intorno a sé (vuoto che si raggruma, si solidifica intorno alle certezze del cuore anziché a quelle della ragione, o del buon senso, o di entrambi), ci raffermiamo nella convinzione, salda ancorché erronea, che immortalità e bellezza non fossero state elargite solo a Endimione, ma a tutti i beniamini degli dèi. L’eventualità di un distacco, men che mai definitivo, non è neppure contemplato dal vocabolario di coloro che amano: «Non ci lasceremo mai», così recitava un vecchio claim pubblicitario, impersonato dalla grande Monica Vitti.
Al cospetto di un Grande – utilizzo per Cesare la meritata maiuscola – si è tentati di pensare che “senza di lui il mondo non sarebbe più lo stesso”. Di un uomo come Cesare nessuno, purché sano di mente, avrebbe ipotizzato la scomparsa e nessuno avrebbe scommesso sulla sopravvivenza del mondo dopo di lui. Cesare parlava della morte così come altri fanno di un caffè preso – allegramente e in compagnia di amici – quando abbruna, quando il giorno volge al suo termine. Pochi sanno che per ben due anni Cesare – si era negli anni Novanta – aveva preso parte a un seminario di lingua (l’accadico cuneiforme) e cultura mesopotamiche. Non ricordo quante ore parlai con lui dell’eroico Gilgamesh e della sua ricerca dell’immortalità, del mito sumerico del diluvio, di come il mondo fosse, dopo quello, rinato e rifiorito. Ora il diluvio si è preso la persona ma non ne ha scalfito il ricordo. Bruciante come potrebbe esserlo un marchio a fuoco impresso sulla nostra pelle (ma che, a differenza di quest’ultimo, non fa male).
Pochi come Cesare hanno inciso profondamente sulla mia vita con la santità del suo esempio, con la sua amicizia, col suo affetto, con le sue fulminanti intuizioni, con la saggezza delle sue valutazioni (in ogni campo, da quello dell’etica a quello della poesia, da quello della politica a quello della ragion pratica che guida, o dovrebbe guidare, i nostri passi nel mondo), con la sua grande pazienza. Sono stupito che Cesare abbia potuto andarsene, lasciarci orfani di lui, permettere che il mondo continuasse oltre la sua salita in Cielo. Sono, anzi, leggermente turbato, o seccato, dal fatto di stare scrivendo parole di un’inutilità inaudita e scandalosa (le più belle e composte le ha scritte su di lui, sulle colonne del Giornale, Davide Brullo il 2 marzo 2018), quando Cesare avrebbe tutto liquidato con uno dei suoi silenzi di marmo, epigrafi mute e però memorabili, o con uno dei suoi sorrisi radiosi e caldi. O con una battuta felice.
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