Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Una lunga amicizia sotto la stella della poesia. Un carteggio ritrovato tra Cesare Cavalleri e Giovanni Raboni
Epistolari · Idee e storiaSc 779

Una lunga amicizia sotto la stella della poesia. Un carteggio ritrovato tra Cesare Cavalleri e Giovanni Raboni

di Alessandro Rivali

gennaio 2026

Una lunga amicizia sotto la stella della poesia. Potremmo definire così il rapporto tra Cesare Cavalleri (1936-2022), il critico letterario dal fioretto dorato e implacabile, e Giovanni Raboni (1936-2004), poeta tra i più grandi del Novecento, innestato nella più alta tradizione della Linea lombarda. Entrambi collaborarono con Avvenire fin dal primo numero, 4 dicembre 1968, su invito di Raffaele Crovi che allora coordinava la Cultura del quotidiano: a Raboni spettò la critica cinematografica (ma il suo campo d’azione sarebbe diventato molto più ampio), a Cavalleri quella televisiva. Probabile che la frequentazione giornalistica abbia intensificato la loro sintonia intellettuale e nell’archivio delle Edizioni Ares a Milano si trovano diverse testimonianze della loro “corrispondenza interiore”. Un particolare, i libri di Raboni sono conservati nella direzione della casa editrice, la stanza di Cavalleri rimasta intatta come il giorno della sua morte, proprio il 28 dicembre 2022. Quei libri sono negli scaffali del personale Pantheon di Cavalleri, accanto, per intenderci, a Ungaretti, a Montale, a Pound e, sorpresa, a Daria Menicanti. Tutti sorvegliati dalle fotografie di Rimbaud e di Ornella Vanoni (con tanto di autografo di quest’ultima). Il primo libro dedicato da Raboni è Le case della Vetra uscito per lo Specchio nel 1966: «A Cesare Cavalleri con l’amicizia e la stima del suo Giovanni Raboni, 30 aprile 1969». Cavalleri rimase folgorato da quella silloge che a suo parere aveva confermato la “vocazione” assoluta del poeta.

A testimoniare l’estrema attenzione di Cavalleri per Raboni seguirono due splendidi articoli dedicati a Economia della paura (Scheiwiller, Milano 1970) usciti per Avvenire (25 luglio 1971) e per Studi cattolici (agosto-settembre 1971, n. 126/127). Nel primo di questi, Cavalleri definiva il nuovo testo come «uno dei più bei libri di poesia usciti in questi anni» e aggiungeva:

Le prime dodici sono poesie d’amore, e non credevo quasi più che ai giorni nostri se ne potessero scrivere di così intense. Qui troviamo un Raboni, solitamente così sorvegliato, che abbandona tutte le difese e si confessa dimidiato, disperatamente proteso in un amore possessivo… che non può ascoltare ragioni perché è un mezzo di sussistenza, un genere di prima necessità, aria, acqua, pane.

Poche righe più avanti una considerazione che compendiava le ragioni di una poesia nata da un «oscuro conflitto tra vita e impegno civile. Raboni sente su di sé la responsabilità del mondo, ed è simultaneamente consapevole dell’inadeguatezza di ogni azione umana». Cavalleri aveva centrato il bersaglio. Qualche settimana dopo, il 18 luglio, ricevette un’intensa missiva dal poeta che qui pubblichiamo per la prima volta:

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