Troppe morti, poche nascite. Il bilancio demografico 2020 dell'ISTAT
gennaio 2022
Nel suo 29° Rapporto sulla situazione del Paese presentato a Roma il 9 luglio 2021 l’Istituto Nazionale di Statistica ha tracciato come di consueto con dovizia di particolari il quadro demografico dell’anno trascorso.
Prevalente è stata quest’anno l’attenzione sulla mortalità. In conseguenza dell’esplosione della pandemia Covid 19, si è registrato a partire da marzo 2020 il quarto picco di mortalità nella storia demografica dell’Italia unita.
Solo tre volte si erano avute crescite di morti superiori alle 100mila unità: nel 1867 il «colera asiatico» provocò 137mila decessi in più rispetto all’anno precedente; nel 1915, primo anno del conflitto mondiale, i morti «in eccesso» furono 171mila; la successiva terribile epidemia di «spagnola» segnò l’incremento più alto di sempre (334mila morti).
Ed è solo al 40° mese dall’inizio della Seconda guerra mondiale che si raggiunse tra militari e civili lo stesso numero di morti che l’attuale pandemia ha prodotto in eccesso nei primi tredici mesi.
È su questo doloroso fenomeno che sin dal maggio 2020 si erano appuntate le analisi e i commenti degli studiosi sulla scorta dei bollettini che scandivano implacabilmente la crescita di decessi in tutto il Paese, specie in alcune regioni del Nord.
Dei 746.146 morti nell’anno considerato (ben 100.526 in più rispetto alla media degli anni 2015-2019) il 10,2% sono attribuibili al Covid-19 con differenze fra le varie ripartizioni geografiche (14,5% al Nord, 6,8 al Centro e il 5,2 al Sud) e le diverse fasce di età (9,2% nella classe 50-64 anni, 12,4% in quella 65-79 anni e 9,6 negli ultraottantenni). Per effetto del forte aumento del rischio di mortalità, si è inoltre decisamente contratta la speranza di vita alla nascita, scesa a 82 anni (ben 1,2 sotto il livello del 2019): 84,4 anni per le donne e 79,7 per gli uomini.
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