Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Door into the Dark (foto, la copertina della prima edizione inglese), la seconda raccolta poetica di Seamus Heaney, si apre su un Notturno e termina in una torbiera, Bogland, dove «il centro d’acqua non ha fondo». Una terra ricca dove il seme può attecchire generandosi. E generando il futuro, tramandando un’eredità che deve essere poi raccolta. Così ha fatto Mariadonata Villa, la cui poesia è stata felicemente nutrita da quella di Heaney. Lo racconta tracciando il suo viaggio tra le parole-chiave di una geografia comune.
Mariadonata Villa vive e insegna a Modena. Ha scritto e tradotto di poesia, arte, teatro per varie riviste e siti letterari, oltre che su quotidiani locali e nazionali. Dopo essere stata membro del CdA di Fondazione Fotografia Modena (oggi Fmav), ha iniziato a occuparsi della commistione tra fotografia e parola poetica, che l’ha portata, tra l’altro, a elaborare il progetto online “L’anno della betulla/The year of the birch”. Ha pubblicato le raccolte L’assedio (Raffaelli, 2012) e Verso Fogland (Minerva, 2020). Fire/flies, il suo primo libro di immagini e testi in lingua inglese, uscirà nella primavera del 2024 per Bored Wolves Press.

Se dovessi pensare all’inizio del mio viaggio con Seamus Heaney, devo tornare alla fine degli anni Novanta, a Bologna, quando alla Feltrinelli sotto le Torri mi imbattei in un libretto tascabile, con una copertina blu carta da zucchero spento, che non mi diceva molto; il titolo, Una porta sul buio, mi rese però impossibile passare oltre, come per una forma di attrazione geografica.

Qualche anno dopo, poco distante da lì, avrei brevemente incontrato il suo autore. Non ricordo dov’ero quando poi, qualche ora dopo, l’ho aperto, ma ricordo quell’ultimo verso, perfetto: The wet centre is bottomless, «il centro d’acqua non ha fondo».

Non so se sia stato l’inglese, o il suono dell’italiano che ne restituiva la musica in due emistichi cristallini. So che mi sentii assolutamente compresa. Nel buio c’è sempre una porta, e dove si apre la porta c’è un abitare, uno stringersi intorno al fuoco, un mangiare insieme, sapere che il gelo non è l’ultima parola dell’inverno, che il tempo non è qualcosa che corrode o marcisce, ma ridà volto alle cose, come per una nuova nascita. Non sapevo ancora quanto questo pugno di parole avesse una qualità di seme.

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