La rivista Studium ha dedicato un corposo numero monografico alla figura di Simone Weil quale «protagonista della filosofia del ’900», a cura di Massimiliano Marianelli, ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Perugia. «I contributi proposti», afferma il curatore nell’introduzione, «indagano i diversi aspetti del pensiero weiliano, aprendo a un nuovo modo di leggerne la prospettiva filosofica, nel tentativo di mostrarne l’originalità, quale via realmente alternativa per ripensare la modernità» (p. 339).
La definizione di filosofia che Weil recepisce dal suo maestro, Alain, è che sono propriamente filosofi quei saggi la cui opera e pensiero definiscono una civilisation in cui sia possibile riconoscere l’umano. Da qui la sua attenzione alle diverse tradizioni, sia orientali sia occidentali considerandole parti dello stesso discorso filosofico.
Dal daoismo e dai suoi autori principali, Laozi e Zhuangzi, rileva Raissa De Gruttola, Weil ricava alcuni passaggi da attuare: «svegliarsi» significa smettere di assolutizzare il mondo e mettere poi sé stessi al centro di esso e rendersi conto che c’è un’altra realtà, una realtà nel vero senso del termine, diversa dal mondo reale in cui viviamo. I miti antichi rappresentano pertanto tutt’altro che l’infanzia confusa della coscienza, bensì, platonicamente, vie implicite alla verità e adombramenti della Trinità. Naomi Sanches richiama come per Weil il vero linguaggio incarni la «grammatica trinitaria» che si esprime ad extra attraverso il Verbo d’amore pronunciato nell’Eterno silenzio. Dai greci, sottolinea Domenico Canciani, Weil desume l’idea di filosofia come riflessione sui valori e lavoro su sé stessi. Dalla Repubblica platonica, evidenzia Francesca Simeoni, Weil riprende l’identità del Principio con il Bene, ma l’intreccio con la teologia cristiana e l’Incarnazione la porta a interpretare l’Io sono di Es 3, 14 come dinamica relazionale e kenotica del Bene. Weil ritrova così la comune ispirazione di platonismo e cristianesimo, cioè la ricerca di ponti tra umano e trascendenza e la custodia dell’alterità. Il Bene è di un altro ordine, che sfugge a questo mondo, «vincolato» all’hasard, il caso che può toglierci tutto, afferma Marianelli, ma anche lo spazio della libertà, della responsabilità e della possibile corrispondenza alla verità e all’essere nella costante ricerca di intermediari (metaxy) che qualificano l’ontologia weiliana. Benedetta Sonaglia esamina l’interpretazione weiliana dell’apeiron di Anassimandro, con cui Weil talora indica l’hasard.
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