Si può uccidere per amore? La sofferenza davanti e nella morte
ottobre 2025
Il ruolo della sofferenza non è stato chiarito dai passi dell’evoluzione dell’uomo; il momento della morte, soprattutto, rimane ancora il più misterioso e doloroso. È giusto porsi l’obiettivo di risolvere il problema una volta per tutte e alleviare così questo male? Antonio Monteleone guarda alla sofferenza da un’altra prospettiva: l’umanità che ci costituisce cosa chiede in questi momenti? Il diritto inalienabile alla vita ha inoltre un rovescio corrispondente in un dovere attivo e passivo, senza il quale il diritto alla morte potrebbe prendere risvolti indesiderati.
La sofferenza – con o senza dolore fisico – accompagna la storia dell’umanità da sempre. Dovrebbe essere pertanto una realtà con la quale la nostra specie dovrebbe aver fatto i conti da tempo in termini risolutivi, una volta per tutte. Invece continua a essere incompresa, odiata e inseparabile convivente degli esseri umani. In una prospettiva evoluzionistica, pur essendo una situazione a dir poco sgradevole e sotto molti aspetti innaturale, si deve necessariamente concludere che essa svolge un ruolo importante nel perfezionamento e nella sopravvivenza (sic!) della specie. Ossia l’obiettivo dell’evoluzione non è tanto l’eliminazione totale della sofferenza, quanto piuttosto la capacità di comprenderla, gestirla e modularla individualmente e collettivamente in una prospettiva adattiva e di crescita. Perciò volerla cancellare, e il cercare di farlo, non solo è infruttuoso, ma toglie efficienza nell’adeguamento alla realtà. Anzi, uno sforzo di totale elusione, anziché di razionale governo, induce di frequente un’eterogenesi dei fini, vale a dire che non emergono né intelligente contrasto né serena accettazione, ma autoaggressione e peripezie di afflizione volontaria, come nel caso di ricorso all’alcool o alle droghe.
La causa, secondo molti, sta soprattutto in ragioni culturali e di costume. Si è pensato di cancellare la sofferenza e di imbrigliare nell’insignificanza la morte, quasi fossero il portato di un’epoca trascorsa e superata dalle conquiste della cultura e della scienza, uno stadio inattuale da una parte condannato alla damnatio memoriae e, dall’altra, spunto per distraente intrattenimento.
La tovaglia
Le dicevano: «Bambina!
Che tu non lasci mai stesa,
dalla sera alla mattina,
ma porta dove l’hai presa,
la tovaglia bianca, appena
ch’è terminata la cena!
Bada, che vengono i morti!
I tristi, i pallidi morti!».
[…]
È già grande la bambina;
la casa regge, e lavora:
fa il bucato e la cucina,
fa tutto al modo d’allora.
Pensa a tutto, ma non pensa
a sparecchiare la mensa.
Lascia che vengano i morti,
i buoni, i poveri morti.
In questa esperienza dei contadini di Romagna, ripresa da Giovanni Pascoli in La tovaglia, i nostri antenati non avevano voglia di intristire la loro tranquillità e l’educazione della nuove generazioni immergendo la mente nell’ossessione della morte, piuttosto di vivere con senso di gratitudine per le gioie che la vita ci offre, cominciando da quelle della mensa di famiglia, pur con piena consapevolezza dei suoi limiti mondani, di cui il ricordo dei morti – i buoni morti – segnala affettuosamente il traguardo.
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