Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Shoah: memoria vs memorialismo

Shoah: memoria vs memorialismo

di Franco Palmieri

marzo 2022

«Ogni giorno partivano dagli otto ai dieci vagoni di effetti usati, provenienti da cose già appartenenti ai deportati e ai morti nei campi; il tutto veniva inviato in Germania alla popolazione». Così una parte del racconto fatto da Rudolf Höss, comandante dal 1940 al 1945 del campo di Auschwitz durante il suo processo a Norimberga nel marzo del 1947. Per ricordare quel periodo storico, che dopo il processo di Norimberga ai capi del nazismo pareva che già cominciasse a sbiadirsi, nel 1960 Piero Caleffi, parlamentare socialista, affidò a Giangiacomo Feltrinelli il suo saggio storico, corredato di un centinaio di foto che documentavano la Shoah – allora si chiamava Olocausto – che nel giugno di quell’anno uscì col titolo Pensaci, uomo!. Erano 170 pagine in brossura grigiastra, costava 500 lire e non ebbe alcuna risonanza. I sopravvissuti allo sterminio, i futuri aedi della Memoria, non soltanto volevano dimenticare e riprendersi il bello della vita, ormai arresi all’incipiente boom economico della normalizzazione, ma sentirsi come gli altri, perché nel panorama euforico del dimenticato dopoguerra quell’indelebile numero sul braccio li consegnava a una visione e a una qualità marginale della società. L’orgoglio del testimone non aveva ancora trovato il suo sponsor. Intanto uscivano i libri di Primo Levi, il Diario di Anna Frank emozionava tra romanticismo e tragedia, i film di guerra facevano il loro dovere, c’era la Guerra fredda e la Germania andava ricostruita. L’atmosfera del memorialismo obbediva al ritornello «scurdammoce o’ passato», tra poco saremo pacificati europei.

Parlare di Aushwitz: una sfida

Intanto Elie Wiesel, bambino scampato ad Auschwitz, aveva pubblicato La Nuit e la risonanza di quel libro lo aveva portato anche a Roma. Il parlamentare Paride Piasenti, presidente dell’Associazione nazionale ex deportati, fu tra coloro che organizzarono la conferenza stampa con Elie Wiesel, che si tenne in una saletta grigia e disertata a pianoterra dell’Excelsior di via Veneto. Vi era stata appena girata La Dolce Vita, rievocare Auschwitz era quasi un’offesa, forse una provocazione. Della stampa convocata, c’erano Aldo Rosselli e il sottoscritto, per L’Avanti!, e quattro gatti, il pubblico. Ma intanto Claudio Magris si stava interessando, da studioso germanista, alla cultura mitteleuropea, al suo ruolo, che annoverava Ferenc Molnár, Ferenc Körmendi, Joseph Roth, fino a risalire a quel mondo jiddisch – scritto alla tedesca – che annoverava da Isaac Loeb Peretz fino a Isaac Bashevis Singer. Angelo Maria Ripellino ci portava poi nella sua Praga Magica e infine con Lontano da dove Claudio Magris alzava il sipario su quel Mondo di ieri narrato da Stefan Zweig, che poi si suicidò in Brasile, scacciato e tradito dalla sua Vienna, e uscito postumo nel 1942. Ma proprio dopo l’uscita del saggio di Magris nasce presso altri studiosi italiani l’interesse per il mondo e la cultura mitteleuropea e jiddisch in particolare.

La rinascita americana

Quel mondo era scomparso ad Auschwitz, ma era culturalmente rinato nelle università americane: alla Columbia University di New York quegli studi accademici richiamavano studenti e ricercatori. La memoria della tragedia degli europei era presente e narrata nei libri e nelle testimonianze, ma vi si riconosceva anche dell’altro. Ciò che di quella memoria faceva in Italia oggetto di pena e dolore, presso i transfughi dall’Est suggeriva studio e ricerca di valori e radici culturali e religiosi. In Italia la gestione di quei fatti passava per il consenso politico della sinistra e dell’antifascismo. Se ne parlava davanti alle Fosse Ardeatine e solo in rievocazioni come quella della razzia del 16 ottobre 1943 al ghetto di Roma. Nella cultura post-bellica americana quel capitolo si arricchiva di una valenza ulteriore. Qui dobbiamo ricordare una persona che ha promosso gli scambi culturali tra Italia e Stati Uniti, Cipriana Artom Scelba. Dirigeva quella commissione e notò il particolare interesse accademico che gli studi di Claudio Magris avevano attivato, conferendo Fulbright scholarship a ricercatori italiani presso la Columbia University di New York. La valenza ulteriore era quella di narrare insieme alla cultura di quel mondo mitteleuropeo, alla memoria del tragico passato che preludeva al suo sterminio, alle testimonianze letterarie o semplicemente cronachistiche, anche i valori etici, storici e della tradizione toraica che da secoli si portavano avanti nelle yeshivot russe, polacche, ucraine, moldave, dove l’insegnamento della tradizione si innestava in una visione più ampia, quella stessa in cui si erano qualche millennio prima riconosciute univocamente protese la greca e la romano-latina della Chiesa. In una parola, i fondamenti costitutivi dell’Occidente.

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