Antonella Cilento (Napoli, 1970) finalista Premio Strega nel 2014 con Lisario o il piacere infinito delle donne (Mondadori 2015, pp. 297, euro 10,50), ha pubblicato numerosi romanzi, raccolte di racconti, reportage storici. È uscito per Bompiani nel 2021 La caffettiera di carta. Inventare, trasfigurare, narrare: un manuale di lettura e scrittura creativa (pp. 720, euro 24), dove racconta della scuola di scrittura che dirige da quasi trent’anni, una delle più antiche d’Italia, «Lalineascritta. Laboratori di Scrittura» (www.lalineascritta.it). Da quattro anni coordina il primo master di scrittura ed editoria del Sud Italia, Sema, realizzato con l’Università Suor Orsola Benincasa. Dirige la rassegna di letteratura internazionale Strane coppie. Scrive per il teatro e La Repubblica – Napoli. In questo ultimo libro, Antonella Cilento ha raccolto non solo le esperienze di tanti anni trascorsi a formare giovani e meno giovani desiderosi di misurarsi con la scrittura, tecnica e riflessioni su un’attività concepita spesso come ingenua proiezione di sé o atto romantico che discenderebbe da una non meglio precisata ispirazione, ma ha raccontato le storie di questi «laboratorianti» e anche molto di sé stessa. Il carattere narrativo e fortunatamente non didattico della sua ricerca si sposa magnificamente con un vero e proprio viaggio nel mondo dei libri: letti, scritti, sognati, per farceli leggere, scrivere o sognare. Forte della sua stupefacente memoria letteraria, Antonella si muove come un rabdomante o uno sciamano sulle pagine dei grandi autori, evoca odori, sensazioni, pensieri, paure, componendo una sorta di enciclopedia del gusto o storia personale della letteratura non intesa come successione di formule accademiche o nobili lapidi, ma come corpo vivo. In fondo al volume si trova una sezione intitolata: «Una irragionevole bibliografia sentimentale», dove il lettore al termine di questo viaggio nel Paese delle meraviglie ritrova le indicazioni, capitolo per capitolo, di tutti i testi commentati o citati, e non di rado fa una preziosa scoperta di pagine e autori che non conosce.
- A proposito dell’arte del romanzo, Flaubert diceva che una collana fatta di perle preziose non è però una collana se non c’è il volgare filo che le tiene unite. Sei d’accordo? Flaubert ha sempre ragione: non c’è storia che non sia dotata di filo, di lisca, di scheletro. È una delle questioni più difficili da far comprendere in ogni aula, perché scrivere è percepito come disordinata evocazione e allusione poetica, il che è parte della questione creativa, ma senza ossa il corpo non regge. E così il filo, volgare e umile, che tiene insieme le magnifiche perle è da tutti sfuggito: c’è una certa difficoltà a tenere il senso razionale dell’invenzione, a seguire la consequenzialità dei fatti che si disegnano e, al tempo stesso, ad abbandonare la logica ovvia del si dice, così accade nella vita reale, ma a me è successo. Chi inizia a scrivere ha timore d’essere banale e non vuole confrontarsi con la polvere dell’esperienza umana. Oscilla fra prose immaginifiche e trame meccaniche. Una volta trovato il filo, invece, sta a chi scrive intrecciarlo in maniera non banale e a patto di non far rotolare via le perle.
- Tu affermi, in base alla tua trentennale esperienza, che chi intraprende la strada della scrittura deve prima liberarsi e poi disciplinarsi. Vuoi spiegare? La maggior parte delle persone, di ogni età, che desidera scrivere ha un portato emotivo con cui di rado si confronta: ha messo sotto il tappeto sogni e desideri molti anni prima, ha bombe emotive che non sa comunicare pronte a esplodergli dentro o a esplodere a danno altrui, ha insicurezze, incertezze, non si conosce. E per scrivere ci dobbiamo conoscere davvero bene, non basta spiare gli altri. Dunque, il primo gesto è andare in profondità, levarsi la maschera, o le maschere, che ciascuno porta nella vita. Per questo in laboratorio si impara a riservare una parte della giornata alla scrittura senza performance e senza obiettivi, per vedere che cosa c’è che non ascoltiamo o non vogliamo ascoltare.
L’importanza dei classici
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