Un mare di poesia
Valerio Mello, Rive, Ensemble, Roma 2022, pp. 116, euro 13.
Rive di Valerio Mello è un diario di viaggio metafisico o forse, direi meglio, un lampo nomade ed evanescente che si spinge a nessun dove, oltre l’ultimo orizzonte, oltre l’estremo. In questo girovagare per mondi dai «contorni appena tratteggiati», l’autore-vagabondo si specchia nei luoghi e ritrova se stesso, o almeno un modo di stare al mondo.
D’altronde ognuno di noi è il luogo che abita, che incontra, ognuno di noi esiste come parlante proprio in virtù delle strade che ha attraversato, dei volti coi quali ha in crociato lo sguardo e dei luoghi in cui ha vissuto. E Mello sa perfettamente che il luogo forma, in-forma e de-forma il viandante, perché ne condiziona la lingua. «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo» scriveva Ludwig Wittgenstein. E il mondo di Mello è un mondo variegato, poliedrico, abitato da fiumi di parole che sgorgano nel mare impetuoso del linguaggio, fino a delinearsi nel pensiero, nel sogno come un luogo del cuore.
Questa mappa è un sogno che si
[ripete].
Non sempre riesco a ricordare i
[sogni}.
Forse il posto di questo momento è [unico e la grandezza del suo vissuto è la prova che il posto esiste].
Così, Milano, Torino, Amsterdam e poi la costa ligure, un Nord immaginato, un antico Sud, la Sicilia e la Grecia, sono tutte tappe metaforiche di un viaggio senza fine diretto a un’Itaca che alberga in ognuno di noi e ci costituisce come esseri ubriachi di utopia e desiderio. Itaca è il luogo in cui si mantiene il segreto delle parole; segreto che non lascia scampo al parlante, al curioso che vuole scoprire cosa si nasconda nel fondo cieco del linguaggio. E così, scrive Mello, «Il viaggio di cui mi parli, Odisseo, sorge dall’uso improprio di tutte le parole. (…) Il nostro essere comincia a vivere solo quando la parola può costruire l’essenza». Parola e essenza. La parola che costruisce e guida «dentro i focolai della materia, nelle intense fessure che trasformano l’acqua in terra bruna».
Ma Rive non è solo questo. È an che, sin dal titolo, lo spazio, la possibilità di un incontro fra diversi orizzonti. Sulla riva – sul bordo estremo della terra – arriva lo straniero. La riva apre al mare aperto, allo sterminato. La riva spalanca lo sguardo sull’infinito e sull’altro. Non è quindi strano che anche la stessa scelta stilistica di Mello sgorghi dall’incontro di due modalità espressive che sono in genere tenute separate: prosa e poesia. Quella di Valerio Mello è ottima poesia in prosa o prosa in poesia. È poesia che slitta nella prosa, ma è anche prosa che in quanto tale dona sonorità poetiche e vive nel non detto, nella metafora. Vive in quella dimensione del linguaggio che prova a dire ciò che non si può dire, sapendo di non poterlo dire, ma volendo dirlo lo stesso.
In questo strano viaggiare della lingua, nel corso di quel fiume che erompe in un mare di parole, Rive rappresenta un modo di fare e pensare poesia fuori dagli schemi, oltre i rigidi paletti precostituiti, e si apre a contaminazioni altre, così come avviene in mare, ogni volta che qualcuno, da un qualsiasi altrove, approda sulla terra ferma, su una nuova riva-soglia, da cui tutto parte e a cui tutto torna.
Ma il lettore non pensi di potersi congedare da questo viaggio dello spirito. Perché il viaggio è la vita. Ed è così centrale questo aspetto, nella poetica di Mello, che Rive non termina, come ci si potrebbe attendere, con un ritorno, ben sì termina con una partenza. Perché il ritorno è sempre il punto di inizio di un’altra avventura ancora tutta da scrivere.
Partenza
Quando si congeda il viaggio, sono
[grato di afferrare l’immenso reperi
mento… fra il]
treno e la banchina.
Rispetto fedelmente il mondo
[originale, accordando fiducia alle
proprietà del sogno]
non ancora pervenute.
Quel gorgo separa la certezza
[dalla visione e nel suo oceano d’am
biente mi rallegra]
l’indirizzo dell’inedita permanenza.
Parlo al silenzio, festeggio le voci
[di ogni pensiero in scadenza].





