Richard Mosse, il colore della sofferenza
di Michele Dolz
luglio/agosto 2021
In quale momento la fotografia ha ricevuto l’investitura di forma d’arte? La risposta dovrebbe essere: fin dalla nascita. Perché, non avendo altri modelli, i primi ritratti e le prime composizioni cercavano d’imitare la pittura. The Pencil of Nature, così l’inventore della fotografia William Henry Fox Talbot intitolò nel 1844 il primo libro fotografico, che parlava proprio delle possibilità della nuova tecnica. E il pittorialismo ha dominato a lungo la produzione «seria» della fotografia. Naturalmente le foto hanno un valore documentario che è, anzi, il più immediato e che ha acquistato maggiore importanza man mano che macchine e pellicole sono andate migliorando.
In questi quasi due secoli di vita, la fotografia è stata sempre come in sospensione tra quei due poli magnetici: documento e arte. Si dirà che non sono incompatibili, ed è vero. Aggiungiamo che oggi il mondo è pieno di fotografi, dal momento che tutti abbiamo in tasca il cellulare e che per quasi tutti fotografare quello che capita è un impulso inarrestabile. Ma le foto che ci scambiamo sono ben diverse da quelle che vengono esposte nelle mostre e non si possono chiamare arte senza forzare troppo il termine. Invece ogni anno il World Press Photo seleziona degli scatti giornalistici, e quindi pensati in prima istanza come documentazione, che sono al tempo stesso delle forti emozioni estetiche. Si aggiunga ancora un altro elemento: le innovazioni tecnologiche ampliano le possibilità del mezzo fotografico in entrambe le funzioni, informativa e artistica.
Studi cattolici per intero: 11 numeri l’anno, l’archivio online e il 20% su tutti i libri Ares. Abbonamento da 80 € l’anno, 29 € sotto i 26 anni.
Questo articolo prosegue nel fascicolo. Con l’abbonamento si legge per intero, insieme a tutti gli altri di Studi cattolici.





