Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
«Quel razzista di Mozart»

«Quel razzista di Mozart»

di Giorgio Girelli

ottobre 2021

Giorgio Girelli, già Direttore al Senato, Consigliere regionale (Marche) e docente di Diritto parlamentare, attualmente ambasciatore della Repubblica di San Marino, coordinatore del Centro Studi Sociali «A. De Gasperi» e segretario generale della Conferenza nazionale dei Presidenti dei conservatori di musica italiani, illustra le derive irrazionali del politically correct nei diversi àmbiti culturali.

Il titolo di questa nota riflette in parte quello usato da Massimo Gramellini (sul Corriere della Sera dell’1.4.2021) per un suo articolo in cui stigmatizzava che «un gruppo di professori dell’Università di Oxford» avesse sostenuto che i grandi compositori del passato «in quanto capisaldi della musica bianca potrebbero creare disagio agli studenti neri». E anche sul pianoforte emergerebbero riserve in quanto «strumento eurocentrico». Il Telegraph ha infatti riferito che alcuni accademici dell’ateneo inglese hanno prospettato la possibilità di rendere facoltativo lo studio del pianoforte e anche della direzione orchestrale, per sganciare gli insegnamenti dalla tradizione musicale europea.

Uno di essi avrebbe sostenuto che gli attuali programmi di storia della musica sarebbero troppo concentrati sulla «musica bianca europea del periodo schiavista» e che occorrerebbe ripensare l’attenzione dedicata al sistema di notazione musicale «occidentale», giudicandolo «di rappresentazione colonialista», che potrebbe infastidire alcuni studenti. Nel mirino in particolare Mozart e Beethoven. Non è proprio… un riconoscimento al linguaggio più universale creato dall’uomo, come rileva Gramellini. Vien proprio da pensare che stiamo raggiungendo il traguardo della più stravagante irragionevolezza se anche Stephen Rouse, portavoce dell’Università di Oxford, si è affrettato a precisare all’Associated Press che da parte dell’ateneo «nessuna proposta o suggerimento del genere su spartiti o notazioni musicali occidentali è stato fatto, nessun tentativo di far smettere ai docenti di insegnare la notazione musicale e agli studenti di leggere gli spartiti».

Di qui però sono partiti attacchi a Gramellini «scivolato» su una notizia non vera. Ma le cose non stanno così. Gramellini – che non ha certo bisogno della mia difesa – non ha mai parlato di iniziative dell’Università britannica, bensì di «un gruppo di professori». Anzi, è lo stesso Rouse a confermare come l’articolo del Telegraph «citi l’opinione di singoli individui». Come appunto riferito dal vicedirettore del Corriere della Sera. Mentre si è fatto credere, non si sa se per superficialità o per malizia, che egli abbia parlato di decisione dell’Università inglese.

Il seguito è riservato agli abbonati

Studi cattolici per intero: 11 numeri l’anno, l’archivio online e il 20% su tutti i libri Ares. Abbonamento da 80 € l’anno, 29 € sotto i 26 anni.

Questo articolo prosegue nel fascicolo. Con l’abbonamento si legge per intero, insieme a tutti gli altri di Studi cattolici.