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Quando l'Ares era a Roma. Negli anni del Boom

Quando l'Ares era a Roma. Negli anni del Boom

di Franco Palmieri

febbraio 2023 · Quaderno: Per Cesare Cavalleri

Franco Palmieri, titolare della rubrica Porte girevoli e firma storica della nostra rivista, ripercorre la sua lunga amicizia con Cesare Cavalleri raccontando i primi anni Sessanta, quando la redazione di Studi cattolici era ancora a Roma. Tra i suoi libri pubblicati dall’Ares ricordiamo Luana e il professore, Ridere per vivere, I satiri al Caffè, Filastrocche e girotondi, La commedia dei fumetti e Vite in gioco.

Cesare Cavalleri ha attraversato la seconda metà del Novecento come se ne avesse già prefigurato gli esiti. Una visione che trasfigurava e illuminava una realtà in quegli anni a ridosso del Sessantotto e degli Anni di Piombo, anni difficili da decifrare, di sbandamenti e incertezze, di ruffianaggi strumentali e occupazioni senza merito. Prendere in mano le redini di Studi cattolici a metà degli anni Sessanta, in pieno pensiero militante sbandato, richiedeva una capacità di analisi che mettesse al bando Apocalittici e Integrati, come se potesse bastare una divisione a stabilire le differenze e i termini della contrapposizione, quando invece erano necessari idee chiare, confronto e coraggio. Perciò non andava d’accordo con Umberto Eco. Cesare lavorava all’Ares con determinazione e severità, ma sempre con sorriso e lungimiranza. E con uno stile, un’eleganza che erano il segno del rispetto che aveva verso il mondo e le persone. Pur nell’onesta e difficile chiarezza dei giudizi. Ti invitava a comprenderli.

I primi tempi ci incontravamo in via Federico Cesi, riunioni tra collaboratori. Ma il rapporto tra noi era un’altra cosa, personale. Andavamo a trovare Giambattista Vicari in via della Croce, casa e redazione de Il Caffè, la rivista satirica e letteraria dove Cesare ha pubblicato cose: insieme parlavano di Ezra Pound, di cui demmo riscontro sull’inserto Dialoghi con Gibì, in un numero di Sc. Al Baretto, davanti alla ex Feltrinelli di via del Babbuino, ritrovo del Gruppo ’63, a prendere il caffè, un saluto veloce a Nelo Risi, il poeta, che abitava lì con Edith Bruch, e veniva a Monteverde, dove abito, perché andava a intervistare il poeta Giorgio Caproni. Ma le confidenze tra noi avvenivano quando ce ne andavamo in giro per la Tuscia – avevo una vecchia Morgan: Ronciglione, Caprarola, Viterbo, Pitigliano, Sovana, i pranzetti a San Martino al Cimino. Il caffè al bar della Bella Venere sul lago di Vico. Abbiamo camminato per Tuscania, tra le tombe etrusche di Cerveteri, ci siamo seduti sul bordo del Fontanone al Gianicolo, siamo stati alla Rui, a Monte Romano davanti alla Fiat 600 che guidava sant’Escrivá e davanti alla sua tomba ai Parioli prima della canonizzazione, sul campetto da pallone del Sant’Eugenio, a piazza Sant’Apollinare, a Fontana di Trevi, all’Università della Santa Croce, alla Stampa Estera, al bar dell’aeroporto di Fiumicino. Cesare seduto alla guida della Morgan 4/4 senza patente. Mai pensato di fotografarci, non saremmo stati tipi da selfie.

Poi ci sono pensieri e parole che si fermano nel cuore e devono rimanere lì.

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