Numero 788 · ottobre 2026 AccediAbbonarsi
Il prossimo 1° novembre ricorre il 50° anniversario della morte di Ezra Pound (Hailey, Idaho, 1885 – Venezia 1972) e Sc omaggia il poeta statunitense con un ricco quaderno monografico: in apertura, Luca Gallesi si sofferma sulle innumerevoli corrispondenze tra Pound e Dante, dal respiro epico dei loro poemi al travagliato esilio che amareggiò la vita di entrambi. Originariamente titolato “Ezra Pound e i Cantos: La divina commedia del XX Secolo”, si è tenuto venerdì 12 marzo 2021 sui canali Social dell’Associazione Culturale Tessere del ’900 di Ravenna. Luca Gallesi (1961) collabora con le pagine culturali de “il Giornale” e “Avvenire”, dirige per Mimesis le collane “A lume spento” e “Oro e lavoro” e cura la collana Poundiana delle Edizioni Ares in cui ha pubblicato Le origini del fascismo di Ezra Pound (Ares, Milano 2005). Tra le altre opere, anche gli studi su W.B. Yeats, John Florio, Silvio Gesell, Brook Adams. A sinistra: locandina del Convegno Internazionale “Pound lettore di Dante” (3-4 dicembre 2016) organizzato dal Centro di Ricerca Ezra Pound dell’Accademia di studi italo-tedeschi di Merano (con la direzione scientifica di Roberta Capelli e Ralf Lüfter).

Quello di Pound e Dante è un argomento sterminato, lasciato solitamente agli specialisti, che si addentrano nelle intricate ricostruzioni filologiche dei testi per tracciare parallelismi letterari tra la Commedia e i Cantos in un gioco di rimandi e ricerca delle fonti che soddisfa solo gli addetti ai lavori. Quello di cui, invece, vorrei occuparmi è l’approfondimento dell’affinità personale, di carattere e di biografia, tra i due autori, per superare le difficoltà che spesso ostacolano la fruizione, cioè la lettura, dei due poeti. Insegnando in un liceo, vedo quotidianamente come l’obbligo dello studio delle opere dantesche sia vissuto come un vero e proprio supplizio inflitto agli studenti, che difficilmente potranno quindi mai considerare un piacere la lettura della Divina commedia. Allo stesso modo, vedo come, quando parlo di Ezra Pound e dei suoi Cantos, la prima reazione fa riferimento all’eccessiva difficoltà dell’opera, ragione per la quale vorrei con questo saggio ovviare a tale inconveniente suscitando la curiosità del lettore.

A questo scopo, desidero raccontare un aneddoto che riguarda l’importanza di Dante per Pound: come sappiamo, la sua è stata una vita vissuta intensamente, con una prima metà molto felice e ricca di soddisfazioni e la seconda, iniziata con l’arresto e la detenzione nel Disciplinary Training Center di Pisa, molto triste e dura, soprattutto durante i tredici anni di detenzione nel manicomio criminale di St Elizabeth’s e la conseguente interdizione. Liberato e tornato in Italia, dopo una decina d’anni è colpito da una grave forma di depressione, che lo porta a sottoporsi nuovamente – dopo quella del 1945 – a una perizia psichiatrica, effettuata all’ospedale di Genova. Qui, il dottor Romolo Rossi diagnostica un grave stato depressivo: Pound non parla, non reagisce, non mostra alcun interesse e non accetta di aprirsi al rapporto medico-paziente che avrebbe consentito un primo passo verso la cura, passo che però avviene, dopo un po’, proprio grazie a Dante. La prime parole pronunciate dal poeta, riguardano infatti una critica alla traduzione inglese di Dante, che il medico aveva intelligentemente pensato di portare con sé per avviare il dialogo. La critica del poeta riguarda il fatto che la traduzione, attenta alla lettera ma poco incline ad afferrare l’aspetto più importante, manca di cogliere la concretezza delle immagini usate da Dante, come nel caso del verso: «Come il bue che ’l naso lecchi», espressione efficace, concreta, priva di retorica e di artificiosità. Grazie alla riflessione sulla potenza di questa immagine, il dialogo tra il dottore e il poeta si sblocca, e si accende la discussione su Dante. Successivamente, Pound commenterà così la difficoltà di dialogo con il medico: «Nessuno psichiatra può capirmi. Sarebbe come se un fabbro cercasse di smontare un jet sperando di capirne il funzionamento».

Questa metafora ci dà la chiave per comprendere la personalità di Pound: molto complessa, altrettanto consapevole di sé, grazie a un lavoro incessante, durato tutta la vita, indirizzato a forgiare un artista consapevole della sua funzione sociale. Alcuni riferimenti biografici ci possono aiutare a capire meglio: Pound decide sin da piccolo che sarebbe stato il poeta più grande. Incoraggiato dalla madre studia i grandi letterati del passato e, nel 1908, lasciati definitivamente gli Usa, viene in Italia, dove pubblica la sua prima celebre opera, dal titolo dantesco, A lume spento, emistichio gravido di foschi presagi. Siamo ancora nella fase estetica della sua produzione: il poeta è distaccato dal mondo, dedito alla sua arte e privo di interesse per tutto ciò che accade. Deve coltivare il bello, che verrà improvvisamente a mancare con lo scoppio della Prima guerra mondiale: «l’inutile strage» colpisce molti cari amici dei Pound, che muoiono nelle trincee ancora giovani, come il filosofo T.E. Hulme e giovanissimi come lo scultore Gaudier Brzeska. L’immane conflitto scuote le certezze del poeta americano, che non può più fingere di vivere in un’altra dimensione: proprio perché più sensibile degli altri, il poeta deve ergersi a paladino della Giustizia, che in fondo è un altro modo di intendere la Bellezza, e diventare le «antenne della razza», ovvero essere di esempio all’umanità vivendo secondo i propri princìpi. Da Poeta, deve usare il linguaggio per influire sulla realtà, principio che lo guiderà tutta la vita, e sarà rafforzato dal suo incontro con Confucio, che, nei suoi Analecta, da Pound tradotti durante la detenzione in manicomio criminale, ricorda al Principe l’importanza del retto parlare:

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